L’uso dello stimolo fiscale come strumento per contenere la crescita dei prezzi rappresenta una delle scelte più discusse della politica economica contemporanea. Stati Uniti e Giappone stanno rispondendo alle pressioni sul potere d’acquisto con misure fiscali espansive, una strategia che molti economisti considerano potenzialmente controproducente.
Negli Stati Uniti, l’amministrazione guidata da Donald Trump ha deciso di sostenere direttamente le famiglie con trasferimenti finanziati dalle entrate dei dazi commerciali. L’assegno previsto per la maggior parte dei nuclei familiari si inserisce in un quadro più ampio di riduzioni fiscali che hanno ampliato il disavanzo pubblico. Questa impostazione privilegia un’economia “calda”, lasciando intendere una tolleranza per un livello dei prezzi superiore all’obiettivo stabilito dalla banca centrale. Il governo mira infatti a sostenere la crescita nominale, anche a costo di prolungare la permanenza dell’inflazione su valori elevati.
Un’impostazione molto simile si ritrova in Giappone, dove la nuova premier Sanae Takaichi ha fatto dell’attenuazione del carovita uno dei cardini della propria azione politica. Il pacchetto di stimoli in preparazione, potenzialmente più grande di quello varato in precedenza, mira a sostenere la domanda interna e a mitigare l’impatto dei rincari su famiglie e imprese. Al contempo, figure favorevoli a politiche di bilancio espansive sono state inserite in posizioni strategiche, e gli impegni di lungo termine sul riequilibrio del debito pubblico appaiono ormai oggetto di revisione. Anche in questo caso, si nota una pressione significativa verso una politica monetaria accomodante, nonostante l’inflazione abbia superato i livelli di riferimento.
La combinazione tra sostegno fiscale e politica monetaria permissiva in entrambi i paesi solleva un interrogativo cruciale: è possibile ridurre l’inflazione alimentando allo stesso tempo la domanda? Le esperienze del passato indicano che gli stimoli fiscali risultano particolarmente efficaci in periodi di recessione profonda o in condizioni di rischio deflattivo, quando la domanda privata è fragile. Ma oggi, né negli Stati Uniti né in Giappone, si riscontra una situazione simile: la crescita, pur moderata, prosegue; i livelli di disoccupazione restano contenuti; e il problema principale è proprio l’eccesso di pressione sui prezzi rispetto agli obiettivi delle banche centrali.
Usare la spesa pubblica per combattere l’inflazione rischia quindi di generare un circolo vizioso: aumentando la disponibilità di reddito si rafforza la domanda; una domanda più robusta tende a spingere ulteriormente i prezzi; la necessità di nuovi interventi si ripresenta, alimentando un meccanismo difficile da spegnere. Inoltre, il crescente debito pubblico può ridurre i margini di manovra futuri, aggravando la vulnerabilità finanziaria.
La scelta di Stati Uniti e Giappone appare in parte dettata da esigenze politiche immediate, ma potrebbe compromettere la stabilità dei prezzi nel medio termine. La sfida sarà trovare un equilibrio tra sostegno sociale e disciplina macroeconomica, evitando che misure pensate per alleviare difficoltà attuali diventino la causa di pressioni inflazionistiche ancora più persistenti.