L’America volta pagina: con Trump finisce l’illusione dell’ordine liberale

Glauco Maggi

09/12/2025

Trump cambia rotta verso una real-politik, o meglio ancora una real-economic-politik: priorità agli interessi nazionali e niente missioni per esportare la democrazia.

L’America volta pagina: con Trump finisce l’illusione dell’ordine liberale

Real-politik, o meglio ancora real-economic-politik. Ecco come credo sia corretto definire l’indirizzo politico incorporato nel documento sulla Sicurezza Nazionale che la Casa Bianca ha reso noto la scorsa settimana.

C’è la accettazione realistica delle tensioni e differenze politiche globali tra le grandi potenze nucleari, tradizionalmente avversarie. L’esempio storico più ovvio è l’approccio che gli USA di Richard Nixon ebbero quando avviarono con la Cina comunista di Mao Tse Tung il “disgelo”. Promosso dall’incontro segreto del luglio 1971 del segretario di Stato Henry Kissinger con Mao Tse Tung, il riavvicinamento approdò poi, addirittura, all’accoglimento della Repubblica Popolare rossa nell’Organizzazione mondiale del commercio assieme a tutti i paesi democratici.

Ma c’è anche, nelle 33 pagine del testo strategico USA odierno, un’enfasi sullo sviluppo degli affari, che, mezzo secolo fa, era ultramarginale, se non assente. “Noi cerchiamo buone relazioni e relazioni commerciali con le nazioni del mondo”, scrive Trump, “senza imporre loro cambiamenti democratici o sociali che differiscono enormemente dalle loro storie e tradizioni”.

Sono queste parole che rendono “kissingeriano”, o “nixoniano”, l’attuale atteggiamento americano, perché smentiscono quanto lo stesso Trump aveva scritto nel documento sulla Sicurezza Nazionale emesso durante il suo primo mandato. Allora, dopo l’elezione del 2016, sull’onda di un consenso affermatosi nel pensiero politico occidentale post Seconda Guerra Mondiale, Trump aveva descritto i rapporti tra i paesi nel mondo “una competizione tra coloro che favoriscono sistemi repressivi e coloro che favoriscono le società libere”. E, per nome, aveva citato Cina e Russia che “vogliono modellare un mondo antitetico ai valori e agli interessi americani”.

La Casa Bianca, ora, ha dunque voltato pagina, e l’Europa l’ha presa malissimo. Nel testo della strategia USA si legge che l’Europa è a rischio di cancellazione della sua civiltà (“civilizational erasure”) per mano degli immigrati e dei suoi stessi leader.

Le tre pagine dedicate all’Europa hanno tuttavia un titolo incoraggiante, “Promuovere la Grandezza Europea”, e il testo ha un tono “paternalistico”, almeno nella interpretazione del Wall Street Journal. In effetti, vi si legge che “il nostro obiettivo (da Americani NDR) dovrebbe essere di aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria. Noi vogliamo che l’Europa rimanga europea, che riconquisti la autostima nella propria civiltà e che abbandoni il suo fallimentare focus sulle regolamentazioni soffocanti”. Un editoriale del 7 dicembre del Wall Street Journal, dal titolo “La sciocca guerra dell’Europa su X.com", dà sostanzialmente ragione a Trump scrivendo che la “Commissione Europea”, multando la piattaforma social di Elon Musk, ha dato ragione ai suoi critici.

Sembra quasi, dal tono della sua Strategia, che il presidente USA voglia spingere l’Europa a diventare una copia dell’America. E in questo c’è, forse, un’eco storica, anche se non dichiarata, di quanto gli Stati Uniti fecero dopo la sconfitta del nazismo per ricostruire l’Europa a immagine e somiglianza dell’America. Certo, da un continente distrutto dal conflitto, i dollari del Piano Marshall, e il messaggio di libertà, furono accolti con entusiasmo. Oggi, invece, la “lezione” da Washington arriva nel mezzo della ostile campagna tariffaria di Trump, e in un contesto di governi politicamente schierati, in gran maggioranza, contro l’America controllata dai Repubblicani. Dal think tank Chatham House di Londra, per esempio, la ricercatrice senior Katia Bego ha fatto sapere che dal documento si deve “assumere che la tradizionale relazione trans-Atlantica è morta”.

Di frattura insanabile tra Europa e USA non è la prima volta che si parla, ed è vero che il senso complessivo del documento di Trump è crudo, perfino cinico, per come critica l’Europa sulla guerra in Ucraina. Gli europei mantengono, si legge, “irrealistiche aspettative” sui termini della pace, ma su questo punto tornerò più avanti.

Offrendo una analisi più fredda del documento, nel suo significato generale, credo sia giusto chiedersi se sia una involuzione di strategia e di ideali drammatica, e con la coda di un cambio di campo irreversibile nelle alleanze internazionali tra le democrazie occidentali. O invece, se non sia la presa d’atto dei concreti rapporti di forza tra le potenze globali; e, di conseguenza, il riconoscimento della impossibilità della democrazia USA, e di quelle sue alleate nella Nato, di liberare il mondo dalle dittature dotate di ordigni nucleari. E dalle loro azioni aggressive e militari, come quella contro Kiev già attuata da Putin fin dai tempi di Obama in Crimea, o come quella che si paventa possa venire condotta dal minaccioso regime di Pechino contro Taiwan.

La lettura più spietata della posizione americana uscita dal documento è forse quella espressa in una intervista da Dan Caldwell, ex senior adviser del ministro della Difesa Pete Hegseth che si era reso famoso per le sue posizioni frenanti, se non contrarie, dell’impegno americano all’estero. La riporta il New York Times. La nuova strategia, secondo Caldwell, “è una vera rottura dal fallito consenso bipartisan in politica estera che era uscito dalla fine della guerra fredda. Per troppo tempo, l’illusione ha guidato la nostra politica estera: la illusione sul ruolo dell’America nel mondo, l’illusione sui nostri interessi, e l’illusione su quello che noi possiamo ottenere con la nostra forza militare. Sotto questo aspetto è un documento basato sulla realtà”.

Se si pensa ai quattro anni di Biden, che ha assistito imbelle alla continuazione dell’invasione russa dell’Ucraina, si vede bene che le sole reboanti parole e le nobili intenzioni della amministrazione Democratica non avevano combinano niente di serio ed efficace.

Il governo Trump, fin dal durissimo, ostile verso l’Europa, intervento del vice DJ Vance a Monaco alla conferenza sulla sicurezza internazionale dello scorso febbraio, aveva fatto capire di perseguire ciò che, ora, è stato messo nero su bianco. Ossia che l’America chiede una “veloce cessazione delle ostilità in Ucraina”, un esito che “è di fondamentale interesse per gli Stati Uniti”. Il fine dell’accordo di pace da raggiungere al più presto, per Trump, è duplice. Da una parte “ristabilire una strategica stabilità con la Russia” (la base per far ripartire gli affari con Mosca), e dall’altra garantire “la sopravvivenza dell’Ucraina come uno stato vitale, sostenibile”.

Trump è sempre attento ai sondaggi, e quello del Reagan National Defense Survey, rilasciato il 4 dicembre, mostra un’America più sensibile verso le ragioni di Kiev rispetto al tono del documento strategico, che privilegia la chiusura celere dell’intesa.

Il sondaggio ha infatti rivelato che il 64% degli americani è a favore di mandare armi letali a Kiev… Non solo: il 65% sostiene l’idea di dotare gli ucraini di missili Tomahawks, capaci di colpire aree ben dentro il territorio russo, e il 68% è favorevole a vendere armi americane agli Europei, al fine di rifornire l’esercito di Kiev.

Dato significativo del progressivo e inevitabile affrancamento dei Repubblicani da Trump, che non potrà candidarsi più nel 2028, è quanto emerso dal sondaggio sulle opinioni nel GOP sul futuro ucraino: il 59% appoggia l’invio di armi a Kiev per combattere l’invasione — è un segnale che cala l’isolazionismo MAGA. Anche tra i Democratici, peraltro, la quota di favorevoli al sostegno militare a Kiev è salita dall’anno scorso…

“Sono rilevazioni che mostrano come si sia rafforzato l’impegno bipartisan nel paese”, hanno commentato i curatori del sondaggio, “a favore di una strategia che combini il sostegno americano, la condivisione del peso della guerra anche da parte dell’Europa e una credibile deterrenza verso le concessioni territoriali o un prematuro disimpegno”.

Sono belle parole, che rincuorano sul carattere dell’America nello schierarsi idealmente dalla parte giusta.