Schengen sospeso per coronavirus: il vero costo dello stop per l’Europa

Trattato di Schengen verso la sospensione per rispondere alla emergenza coronavirus. Quale impatto economico?

Schengen sospeso per coronavirus: il vero costo dello stop per l'Europa

Schengen verso la sospensione - Per cercare di arginare l’enorme impatto del coronavirus sulla popolazione e l’economia, in Europa ci si sta muovendo verso la sospensione del trattato Schengen. Tale decisione, però, comporta dei costi sia in termini economici che politici nel lungo termine.

Nella serata di lunedì il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato la “chiusura delle frontiere d’ingresso dell’Unione Europea e dello spazio Schengen” per far fronte all’emergenza coronavirus, nel tentativo di arginare il virus e evitare nuovi contagi.

Conferma di tale tendenza arriva da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione UE, che nello scorse ore ha annunciato «una restrizione temporanea per tutti i viaggi non essenziali verso l’UE, per trenta giorni, ma da prolungare se necessario».

Sembra di vivere un déjà-vu, con qualche differenza sostanziale: di dire stop al trattato di Schengen se n’era tanto parlato nel 2016, in occasione di una nuova e forte ondata migratoria dentro i confini europei. Oggi ben pochi immigrati hanno il desiderio di entrare in Europa e farsi contagiare dal coronavirus, ma nel medio-lungo termine nessuno può riuscire a prevedere le dinamiche che si innescheranno.

Una cosa sembra chiara: dalla nascita della zona Schengen, solo COVID-19 è stato capace di far congelare davvero i confini dell’area.

Stop al trattato di Schengen

L’UE ha deciso di blindarsi in difesa dal coronavirus. Come annunciato dalla von der Leyen, a margine del G7 di lunedì rigorosamente in videoconferenza, è stato deciso per lo stop dei viaggi verso l’Europa prevenienti dai Paesi che non fanno parte di Schengen per un periodo di tempo di almeno 30 giorni. Il motivo è spiegato dalla presidente della Commissione stessa:

“Lo facciamo per non far ulteriormente diffondere il virus dentro e fuori il continente e per non avere potenziali ulteriori pazienti che pesano sul sistema sanitario Ue”.

La sospensione di Schengen non varrà per i cittadini europei che decidono di rientrare e per specialisti, scienziati e medici occupati nell’attività di ricerca e cura del coronavirus.

Il vertice privato anche con Merkel e Macron conferma che Germania e Francia erano già d’accordo. Del provvedimento se ne discuterà nella giornata di oggi in occasione di un summit via video con i 27 capi di Stato a rappresentanza dei membri dell’Unione Europea.

Stop a Schengen per salvare Schengen

Tale decisione ha l’obiettivo dichiarato di salvare Schengen stesso, dando fine alla chiusura dei confini dai parte dei singoli governi europei che, in automatico, si chiudono anche nei confronti degli altri Paesi membri dell’Unione Europea. Come dichiarato dal portavoce della Commissione UE, Eric Mamer, “il coronavirus è diffuso già in tutti i Paesi quindi la chiusura dei confini tra i nostri Paesi non è il modo migliore per bloccarlo”.

Il rischio, inoltre, è quello di bloccare gravemente la filiera e la catena di approvvigionamento tra i Paesi europei. Ad oggi sono già nove i Paesi che avevano deciso di sospendere il trattato di Schengen: Germania, Francia, Spagna, Danimarca, Austria, Polonia, Ungheria, Lituania, Repubblica Ceca.

I costi economici della sospensione

La sospensione di Schengen comporta anche un costo in termini economici. Circa 1,7 milioni di persone dell’area Schengen usufruiscono di tale trattato per lavorare in un Paese differente dal quale vivono.

Questi lavoratori potrebbero subire gli effetti negativi della sospensione del trattato. Si pensi ai tempi di attesa alle frontiere per permettere a queste persone di passare i controlli per poter andare a lavorare.

La reintroduzione dei controlli di confine avrebbe un costo stimato di 3-4 miliardi di euro all’anno. Per l’Europa non è un costo abnorme ma per alcuni singoli Paesi, come ad esempio Slovacchia e Lussemburgo, i costi potrebbero essere più elevati.

Secondo l’Eurostat, ogni anno vengono effettuati 200 milioni di viaggi all’interno del Vecchio Continente. La rimozione di Schengen potrebbe raddoppiare i costi supportati oggi per effettuare tali spostamenti.

Più di 18 milioni di tir entrano in Germania ogni anno tramite le autostrade a pagamento. L’introduzione dei controlli alla frontiera tedesca potrebbe avere conseguenze significative negli scambi commerciali e nei processi di produzione.

La stima dei costi da supportare non è cosa semplice vista l’enorme quantità di scambi commerciali tra Paesi europei (in totale ammontano a 2.900 miliardi) che, comunque, verrebbero limitati o rallentati dalla reintroduzione dei controlli di frontiera.

Il nodo immigrazione

Perché la fine del trattato di Schengen, nel lungo termine, minerebbe le fondamenta dell’Europa? Il trattato, il cui nome deriva da una cittadina del Lussemburgo dove fu sottoscritto nel 1985, è un accordo tra i membri per la libera circolazione, ma non solo.

Tale accordo garantisce, oltre alla libera circolazione, l’aggregazione delle banche dati delle polizie nazionali che possono così coordinare la lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo.

La reintroduzione delle frontiere, quindi, potrebbe ostacolare ancor di più la lotta all’immigrazione clandestina, la quale è per lo più gestita dalle varie mafie europee (italiana, albanese, turca, ecc.).

La rimozione del trattato permetterà alle organizzazioni criminali di gestire ancora meglio l’immigrazione vista la disgregazione del coordinamento tra le forze di polizia europee, lasciando i Paesi delle estremità dell’Europa a combattere da soli il fenomeno dell’immigrazione.

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