Perché il 2021 sarà l’anno delle fusioni e acquisizioni (M&A)

Pierandrea Ferrari

14 Dicembre 2020 - 14:50

14 Dicembre 2020 - 18:06

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Nel corso del 2021 potrebbe proseguire il trend favorevole alle fusioni e alle acquisizioni già intravisto a partire dal terzo trimestre di quest’anno. Ecco perché.

Perché il 2021 sarà l'anno delle fusioni e acquisizioni (M&A)

Il 2021 sarà l’anno delle fusioni e delle acquisizioni (M&A).

Ad esserne convinti gli analisti, nonostante le recessioni e le crisi economiche non siano propriamente un clima favorevole ai grandi movimenti sul fronte del business. Ma il 2020, si sa, è un anno particolarmente atipico, e il rimbalzo delle attività M&A nell’ultimo trimestre – dopo il crollo dei mesi estivi - ne è una prova.

Di seguito un’analisi dei fattori che stanno alimentando i passaggi di mano sul fronte aziendale, con un focus sull’impatto delle manovre attese in ambito tributario della prossima amministrazione Biden.

Previsioni 2021: fusioni e acquisizioni in crescita

L’anno pandemico in corso ha indubbiamente rovesciato la struttura canonica dell’economia globale, lasciando in terra vincitori (pochi) e vinti (tanti): il consuntivo finale, a poche settimane dal termine del 2020, è ancora da tracciare.

Ma c’è un segmento finanziario che sembra essere uscito indenne dagli stravolgimenti pandemici. È quello delle fusioni e delle acquisizioni, che dopo la caduta libera del secondo trimestre ha registrato un sostanzioso rimbalzo a cavallo tra luglio e settembre. Più nello specifico, il volume degli accordi è aumentato del 33% rispetto ai mesi primaverili, e ben più in alto si è spinta la crescita del valore di quest’ultimi (+140%).

Un trend sorprendente che, a ben vedere, non è destinato ad esaurirsi nel breve termine. Negli scenari tracciati dagli analisti le attività M&A continueranno infatti ad avanzare con vigoria anche nel 2021. E ad alimentare questo ulteriore balzo in avanti, oltre ai fattori che hanno già inciso negli ultimi nove mesi, ci saranno anche le prime manovre economico-finanziarie del nuovo corso Biden.

L’amministrazione democratica ha infatti promesso di rivedere al rialzo le tasse sul capital gain che scavalla la soglia del milione di dollari. Quest’ultime, seguendo il programma elettorale di Biden, dovrebbero passare dal 20% al 39,6%. Un atteso intervento in campo tributario, questo, che potrebbe incoraggiare alcuni imprenditori – già tentati dal passare di mano la propria azienda nella fase pre-pandemica – a saltare definitivamente il fosso.

Tuttavia, la data limite per concludere la cessione della propria attività – scongiurando l’ipotesi di essere inghiottiti dall’aumento della tassazione – dovrebbe essere il mese di dicembre del 2022. Infatti, se da una parte le quote democratiche e repubblicane al Senato USA potrebbero raggiungere un livello di sostanziale parità in seguito al ballottaggio di gennaio in Georgia (spianando la strada, in via teorica, all’intervento di Biden sul sistema tributario statunitense), dall’altra il colpo di coda della pandemia potrebbe continuare a monopolizzare l’attenzione del Congresso, rallentando così i movimenti correttivi sul fronte della tassazione.

M&A: pesano i risvolti psicologici della pandemia

L’incremento delle tasse sul capital gain potrebbe dunque portare ad una nuova ondata di fusioni e acquisizioni nei prossimi due anni, ma le attività M&A sono già ancorate ad un robusto trend di crescita: a pesare, secondo gli analisti, la stanchezza e lo scoramento degli imprenditori, fiaccati dalle implicazioni economiche e sociali della pandemia.

Stiamo assistendo, in breve, ad una rivoluzione della scala di priorità, con alcune generazioni – soprattutto quella dei baby boomer – che potrebbero decidere di abbandonare il proprio impegno imprenditoriale, segnati da un anno che si è mosso come un pendolo tra la morte e la crisi economica.

D’altronde, il valore delle attività si è mantenuto stabile nel corso degli ultimi mesi, con i business essenziali che hanno persino registrato - nel terzo trimestre - una crescita del loro valore pari al 20% rispetto all’anno precedente. Un passaggio di mano nel breve termine, dunque, non dovrebbe produrre perdite che disincentivino gli imprenditori a concludere la cessione della propria azienda.

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