C’è una svolta silenziosa per le aziende italiane che può cambiare tutto. I dati di Banca d’Italia

Alberto De Pasquale

08/12/2025

Nonostante la radicata presenza nel tessuto produttivo delle aziende con meno di 49 addetti, l’occupazione si sta spostando verso i grandi gruppi.

C’è una svolta silenziosa per le aziende italiane che può cambiare tutto. I dati di Banca d’Italia

Per l’Italia c’è una certa vivacità in fatto di fusioni e acquisizioni. Non tanto per i volumi, cioè per il numero delle operazioni (che risultano in contrazione): l’attenzione è soprattutto sui valori. Nei primi nove mesi del 2025 le operazioni globali di M&A (mergers and acquisitions) hanno raggiunto un valore di circa 1.900 miliardi di dollari, in crescita del 10% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Nel caso dell’Italia, invece, il confronto annuale dice che l’incremento è stato del 47%, ossia quasi cinque volte superiore. L’impressione, comunque, è che sia finita la stagione delle operazioni su larga scala, per fare spazio a una nuova fase di “deal” più selettivi, strategici e spesso anche più complessi.

Con una fusione, due o più imprese si uniscono in una nuova società, mentre tramite una acquisizione un’impresa ottiene il controllo di un’altra azienda, ossia la maggioranza del suo capitale sociale. Sono operazioni con ampie ricadute economiche e industriali, ma anche occupazionali, dato che naturalmente coinvolgono i lavoratori. Se aumentano gli accordi di questo tipo, le conseguenze non tardano ad arrivare: negli ultimi anni, nonostante la tradizionale e ampia diffusione delle piccole imprese, sono sempre di più gli italiani che si ritrovano a lavorare per aziende di medie o grandi dimensioni.

Cosa dicono i dati

La conferma arriva dalla Banca d’Italia, che in un’analisi ha rilevato il recente aumento delle imprese di medie (50-249 addetti) e grandi dimensioni (almeno 250) e la crescita della quota che esse rappresentano sull’occupazione complessiva. Come si legge nello studio, secondo dati Istat-Frame, tra il 2019 e il 2023 il numero delle imprese di grandi dimensioni è aumentato di circa 430 unità, corrispondenti a un incremento dell’11%; per le medie la crescita è stata invece di oltre 2.800 unità (+12%). Nel caso dell’occupazione, sia le imprese di grandi dimensioni, sia le imprese medie, nel 2023 hanno registrato un aumento del numero di addetti di circa il 12% rispetto al 2019.

La crescita del numero di imprese medio-grandi è stata osservata soprattutto nei settori che a livello aggregato registrano un incremento del fatturato più marcato e tra le imprese con una solida situazione economico-finanziaria, le quali molto spesso coincidono con le imprese protagoniste delle operazioni di M&A.

È sempre Bankitalia a sottolineare come alla crescita del numero di grandi imprese abbiano contribuito anche proprio «le operazioni di fusione e acquisizione». Circa la metà delle società di capitali che hanno superato la soglia dei 250 addetti tra il 2019 e il 2023, infatti, è stata coinvolta in questo tipo di operazioni: in un caso su tre attraverso una fusione. Se si considerano solo gli eventi che hanno riguardato – come impresa acquirente o impresa “target” – le società di capitali con almeno dieci addetti, dal 2010 in avanti sono state effettuate in media circa 2.800 fusioni e acquisizioni all’anno (soprattutto fusioni).

Quanto sono cruciali le PMI per l’economia?

In Italia le aziende di piccole dimensioni rappresentano oltre il 97% del totale delle imprese e più della metà dell’occupazione privata. È ancora così, ma qualcosa sta lentamente cambiando e si sta assistendo a uno spostamento della produzione di valore dalle imprese più piccole a quelle più grandi. Secondo dati Unioncamere, nel 2012 le imprese con meno di 49 dipendenti, ossia le piccole, producevano il 49% del fatturato totale: dieci anni dopo è sceso al 42%. È salito, al contrario, il peso del fatturato delle medie, passato dal 20% al 22% del totale e soprattutto del fatturato delle grandi aziende: nel 2012 valeva il 32% del totale, dieci anni dopo il 37%.

Come sottolinea ancora Banca d’Italia, «grazie alla loro maggiore scala di attività», le imprese di dimensioni medio-grandi «possono meglio intercettare le grandi transizioni in atto e competere sui mercati globali». La crescita dimensionale è comunque dovuta, oltre che alle operazioni di M&A, anche «ad alcuni incentivi pubblici e all’emersione del lavoro irregolare». Nonostante gli evidenti cambiamenti in atto, le grandi imprese in Italia rappresentano in ogni caso una quota ridotta dell’occupazione complessiva, quantomeno nel confronto con le altre principali economie.