Coronavirus USA: perché così tanti casi in America?

Le ragioni che spiegano perché gli Stati Uniti adesso sono il Paese con il maggior numero di contagi nel mondo.

Lo scorso giovedì gli Stati Uniti hanno superato l’Italia e la Cina diventando la nazione con il maggior numero di casi di COVID-19 al mondo. Come è stato possibile? Perché così tanti contagi all’improvviso proprio negli USA?

Sono in molti a spiegare l’aumento esponenziale delle infezioni con un fallimento nella gestione dell’emergenza sanitaria da parte degli Stati Uniti e dell’amministrazione Trump.

Il Governo USA non sarebbe stato in grado di fronteggiare il dilagare dell’epidemia, nonostante avesse come modello paesi che prima avevano vissuto la stessa situazione, come l’Italia e la Cina. Le politiche di lockdown attuate negli ultimi giorni saranno sicuramente utili nel prevenire ulteriori infezioni, ma se fossero state introdotte prima, il quadro sarebbe meno drammatico di quella attuale.

Secondo il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) la situazione epidemiologica negli Stati Uniti e in Spagna è “complicata” e potrebbe essere nettamente peggiore di quella italiana.

Adesso tutta la popolazione si trova a dover pagare le conseguenze delle scelte del Tycoon, l’unico responsabile di questa situazione secondo Jeffrey Sachs, professore e direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile della Columbia University. Il paese conta già più di 1.200 morti, numero destinato a salire stando all’analisi dettagliata dell’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’Università di Washington a Seattle, che stima fino a 81.000 morti entro luglio.

Perché così tanti contagi negli Stati Uniti

Il principale fattore da ritrovarsi nel numero così alto di contagi negli Stati Uniti, per Sachs, è stata l’indifferenza e la sottovalutazione del problema ai suoi esordi. Quando ancora in America si registravano pochi casi, le istituzioni e il presidente minimizzavano il problema, rassicurando i cittadini e dicendo loro di non preoccuparsi. Così facendo non vi è stata la possibilità di comprendere la reale entità del problema, nonostante già da settimane ricevessero notizie dalla Cina e dagli altri Stati europei colpiti, e il virus ha avuto l’occasione di diffondersi molto velocemente.

Un ruolo centrale lo avrebbero avuto anche le politiche attuate da Donald Trump che ha privato molte agenzie di sanità pubblica del personale delle risorse e dell’autorità di cui avevano bisogno per affrontare l’emergenza nel modo migliore, rendendo l’accesso alle cure appannaggio solo della classe più ricca.

Più di 800 epidemiologi, infettivologi e accademici hanno firmato, a tal proposito, un appello per denunciare come a causa di motivazioni legate al reddito o alla classe sociale, migliaia di persone potrebbero desistere dal richiedere l’assistenza sanitaria se non in casi di estrema necessità, contribuendo a far diffondere il virus.

La colpa però non è da attribuire unicamente al Presidente, come ha affermato l’accademica Zeynep Tufekci: “Un messaggio rassicurante ha avuto un’ampia diffusione, non solo tra Donald Trump e il suo pubblico, ma anche tra i media tradizionali degli Stati Uniti, che ci hanno esortato a non preoccuparci dell’influenza e ci hanno messo in guardia da reazioni eccessive”. Anche i media e la stampa hanno contribuito a non allarmare la popolazione, favorendo piuttosto un clima rassicurante e di controllo dell’epidemia.

Infine il rapido aumento in pochi giorni dei casi negli Stati Uniti è dovuto al fatto che si stanno eseguendo i tamponi su larga scala solo da pochi giorni. Nelle precedenti settimane infatti le persone non veniva testate e dunque i numeri ufficiali degli infetti sottostimavano i reali contagi nel Paese.

Gli errori degli Stati Uniti

In un primo momento, quando a Wuhan aveva iniziato a diffondersi il virus, l’America aveva attuato una politica di chiusura nei confronti della Cina, limitando gli ingressi del virus nel Paese e dando la possibilità alle istituzioni di prepararsi per un eventuale diffusione dell’agente patogeno.

Questa opportunità non è stata colta dagli States, e “ogni altro passo della risposta del governo è stato malridotto” secondo il Dott. Tom Frieden, ex direttore del Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Il Governo, infatti, ha attuato una serie di tagli al bilancio che hanno causato lo sventramento di molte agenzie che avrebbero potuto essere cruciali per affrontare la crisi.

Inoltre la risposta del CDC per la creazione di test utili per la diagnosi ha riportato alcuni errori, come l’utilizzo di reagenti non corretti, che rendevano i test inefficaci, ritardandole la somministrazione. Ai laboratori indipendenti non è stato dato il permesso di avviare delle ricerche autonome, e sono state imposte delle rigide regole sull’esecuzione dei test, come riportato da Vox Media.

Le persone, per essere testate dovevano aver viaggiato recentemente in Cina o essere state a contatto con persone infette, ed essendo stati bloccati i voli da e per la Cina, le uniche persone testate erano quelle che riuscivano a rientrare in America, escludendo tutti gli altri cittadini. In questo modo non è stato possibile monitorare la circolazione del virus negli USA.

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