I democratici conquistano Camera e Senato alle midterm 2026. La guerra in Iran, il caro vita e i dazi hanno trasformato il voto in un referendum su Trump. Ecco perché ha perso e cosa cambia per la politica interna ed estera degli Stati Uniti.
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Ci sono sconfitte annunciate da mesi che riescono comunque a sorprendere chi le aspettava, e quella del Partito repubblicano nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026 è una di queste. I sondaggi la davano per probabile da tempo, ma pochi, anche tra i democratici più ottimisti, avrebbero scommesso di veder cadere nella stessa notte i seggi del Senato del Texas, del Kansas e del South Carolina. Le principali reti televisive, da NBC News a CBS News, hanno proiettato la vittoria democratica in entrambe le Camere, e nelle prime ore di mercoledì l’Associated Press ha certificato il superamento della soglia dei 218 seggi necessari per la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti.
Per Donald Trump finisce così, con due anni di anticipo sulla scadenza del mandato, la stagione del Congresso amico. Lo stesso presidente, a gennaio, aveva avvertito i deputati del suo partito che una sconfitta alle midterm gli sarebbe costata un terzo impeachment, e a febbraio lo speaker Mike Johnson era andato oltre, sostenendo che perdere la Camera avrebbe significato «di fatto la fine della presidenza Trump».
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Lo spoglio non è ancora chiuso e i numeri si muovono di ora in ora. Quelli che seguono sono aggiornati alla mattinata italiana di mercoledì 4 novembre.
Al Senato i repubblicani partivano da una maggioranza di 53 seggi contro 47, contando i due indipendenti Bernie Sanders e Angus King che votano con i democratici. A questi ultimi serviva un guadagno netto di quattro seggi, perché in caso di parità a 50 il voto decisivo sarebbe spettato al vicepresidente JD Vance. Secondo le proiezioni di NBC News i democratici ne hanno strappati sette, salendo a 53 seggi contro 43 repubblicani, con quattro sfide ancora da assegnare, tra cui quella dell’Alaska.
La profondità dell’onda si misura soprattutto nei singoli Stati. In Texas James Talarico ha battuto il procuratore generale Ken Paxton e porterà a Washington il primo senatore democratico eletto nello Stato dal 1988, mentre in Kansas Adam Hamilton ha sconfitto il senatore uscente Roger Marshall in uno Stato che non mandava un democratico al Senato dal 1932. Il colpo meno atteso è arrivato dal South Carolina, dove la pediatra Annie Andrews ha superato la senatrice Darline Graham.
Ai democratici sono andati anche l’Iowa, dove Josh Turek ha avuto la meglio su Ashley Hinson, e il North Carolina, conquistato dall’ex governatore Roy Cooper contro Michael Whatley. Sherrod Brown si è ripreso l’Ohio, e in Maine il democratico Troy Jackson ha chiuso la carriera trentennale di Susan Collins, che ha già riconosciuto la sconfitta. In difesa il partito non ha perso nulla, tenendo la Georgia con Jon Ossoff, il New Hampshire con Chris Pappas e il Minnesota con Peggy Flanagan.
Alla Camera, dove alla vigilia i repubblicani avevano 218 seggi più un indipendente vicino al partito contro 214 democratici, le proiezioni del Decision Desk di NBC News stimano un approdo dei democratici intorno ai 255 seggi contro circa 180 repubblicani, con un margine di errore di qualche unità. Al momento della rilevazione i seggi già assegnati ai democratici erano 226, con 28 conquiste nette, mentre nel solo Iowa tre distretti su quattro sono passati di mano secondo CBS News. Se queste stime fossero confermate dal conteggio finale, la perdita repubblicana si collocherebbe nell’ordine di grandezza della disfatta del 2018, quando proprio durante il primo mandato di Trump il partito lasciò sul terreno 41 seggi.
Cosa insegna la storia delle midterm
Alla Camera il partito del presidente perde seggi alle elezioni di metà mandato con una regolarità che ha pochi paragoni. Dal 1946 al 2022 è successo in 18 tornate su 20, con una perdita media di 25,65 seggi, e le due eccezioni hanno spiegazioni precise, il clima di unità nazionale seguito all’11 settembre che nel 2002 regalò 8 seggi a George W. Bush e la reazione dell’elettorato all’impeachment avviato dai repubblicani contro Bill Clinton nel 1998.
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Al Senato, dove si rinnova solo un terzo dei seggi e conta più la mappa dei collegi che l’umore del Paese, la tendenza è meno netta. Nello stesso periodo il partito del presidente ha perso in media 3,55 seggi e ha chiuso in attivo appena sei volte, e i sette seggi già attribuiti dalle proiezioni portano il 2026 ben oltre quella media.
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Conta poi la popolarità di chi siede alla Casa Bianca, e quella di Trump era ai minimi. Nella rilevazione Gallup di fine agosto riportata dall’American Presidency Project il suo indice di approvazione era al 33%, mentre la media dei sondaggi elaborata da Nate Silver alla vigilia del voto lo collocava intorno al 38% contro il 59% di disapprovazione. Secondo un’analisi del New York Times pubblicata a ottobre, Trump rischiava di presentarsi alle urne con il secondo gradimento più basso registrato alla vigilia di una tornata di metà mandato dal 1946, peggio di lui soltanto Harry Truman.
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Il peso della guerra in Iran, benzina e carrello della spesa
L’ampiezza della sconfitta ha però una data precisa, il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno avviato le operazioni militari contro l’Iran. Trump aveva promesso di chiudere il conflitto in poche settimane, e invece la guerra si è trascinata fino alla vigilia del voto, con lo Stretto di Hormuz rimasto in larga parte chiuso per oltre otto mesi e nuovi raid americani sull’isola di Qeshm proprio il giorno prima delle elezioni. Con una delle principali rotte petrolifere del pianeta bloccata, benzina e gasolio sono saliti alle stelle e i rincari sono arrivati fino agli scaffali dei supermercati e alle bollette.
Il 62% degli elettori, secondo il sondaggio di NBC News, ritiene sbagliata la decisione di entrare in guerra, e l’AP VoteCast dell’Associated Press arriva a una conclusione analoga, con circa sei votanti su dieci contrari all’azione militare e circa un terzo che indica il conflitto come fattore cruciale nella scelta del voto. Sempre secondo NBC News, il 43% di chi si è recato alle urne dichiara di averlo fatto anche per esprimere la propria opposizione a Trump, una quota più alta di quella registrata nelle midterm del 2018. Già a fine marzo, del resto, un sondaggio Reuters/Ipsos registrava un’approvazione della gestione economica di Trump ferma al 29%, il livello più basso mai misurato in entrambi i suoi mandati.
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Nel 2024 Trump aveva vinto promettendo di rimettere a posto l’economia, e due anni dopo sono stati proprio i conti di casa a voltargli le spalle. Per l’exit poll di NBC News tre elettori su quattro giudicano negative le condizioni economiche del Paese e il 65% ritiene che le politiche del presidente le abbiano peggiorate, mentre tra chi ha votato l’approvazione dell’operato di Trump si ferma al 38% sia per NBC News sia per CBS News, contro il 45% delle midterm del 2018.
Dazi, sanità e immigrazione e le altre crepe del consenso
Nel Midwest agricolo ha pesato anche la guerra commerciale con il Canada, inasprita dopo la rottura dei negoziati ad agosto e arrivata a dazi del 50% su alcune merci canadesi. In Iowa, uno Stato che nel 2025 destinava al Canada il 30% delle proprie esportazioni di beni secondo la Hinrich Foundation, il neosenatore Turek aveva costruito l’intera campagna attorno a quello che chiamava «Farmageddon», e il ribaltone è stato tra i più netti della notte.
I democratici hanno poi martellato per mesi sui tagli a Medicaid contenuti nella grande legge fiscale e di spesa voluta da Trump nel 2025 e sulla scadenza dei sussidi dell’Affordable Care Act, temi che un sondaggio Gallup di ottobre collocava ai vertici delle preoccupazioni degli elettori, alla pari con l’economia. E perfino l’immigrazione, a lungo cavallo di battaglia dei repubblicani, si è ritorta contro il partito, visto che per il 57% degli intervistati da NBC News le operazioni di espulsione dell’amministrazione si sono spinte troppo in là.
Dalle urne è uscita anche una mobilitazione eccezionale. Secondo un’analisi dell’Associated Press, cinque giorni prima del voto gli americani che avevano già votato in anticipo erano quasi 10 milioni in più rispetto allo stesso momento del 2022, con incrementi particolarmente forti proprio negli Stati dove si giocavano le sfide decisive per il Senato. Nei 27 Stati che registrano l’affiliazione di partito il 43,1% di chi ha votato in anticipo risultava iscritto come democratico, contro il 31,4% di repubblicani, secondo i dati dell’Election Lab dell’Università della Florida, che non dicono per chi abbiano votato ma lasciano pochi dubbi su quale dei due elettorati fosse più motivato.
I candidati del presidente e la reazione della Casa Bianca
Una parte della sconfitta porta la firma personale di Trump. Molti degli sconfitti di martedì, come Darline Graham in South Carolina, Ken Paxton in Texas, Michael Whatley in North Carolina e Mike Collins in Georgia, erano stati scelti direttamente dal presidente, in alcuni casi contro il parere di altri dirigenti del partito, come ha ricostruito la CNN. Chiedere agli elettori di votare «come se ci fosse lui sulla scheda» ha finito per incatenare i candidati alla sorte di un presidente impopolare.
Trump, dal canto suo, ha alternato la minimizzazione alla ricerca di colpevoli. In un’intervista telefonica a Fox News ha detto di non considerare il risultato «un colpo» contro di sé e di essere rimasto solo «un po’ sorpreso», e sui social ha scritto che non era lui sulla scheda e che, se ci fosse stato, i repubblicani avrebbero vinto «a valanga». Dopo aver glissato in un primo momento sulle domande relative al conflitto, ha poi ammesso, secondo quanto riportato da ABC News, che «in parte è stato l’Iran». Al New York Times ha assicurato di essere «assolutamente disposto ad accettare» i risultati e pronto a lavorare con i democratici, escludendo invece un rimpasto della sua squadra di governo.
Cosa cambia per la politica interna USA?
Dal 3 gennaio 2027, quando si insedierà il nuovo Congresso, nessuna legge potrà più passare senza il consenso dei democratici. Saranno loro a decidere il calendario dei lavori e a guidare le commissioni, e soprattutto avranno in mano il potere di spesa, la leva più concreta che la Costituzione americana affida al Parlamento.
Il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries, destinato a diventare speaker, ha già annunciato che nelle prime cento ore porterà in aula una serie di provvedimenti per smontare parte dell’eredità dell’amministrazione. Secondo il New York Times si comincerà dal ripristino dei sussidi sanitari dell’Affordable Care Act e dalla cancellazione dei tagli a Medicaid per quasi mille miliardi di dollari, per passare poi al ritorno al Congresso della competenza sulla politica commerciale, con lo stop ai dazi, e all’obbligo per il presidente di chiudere la guerra in Iran o di chiederne l’autorizzazione al Parlamento.
Dalle intenzioni ai risultati la strada è però in salita. Al Senato l’ostruzionismo continuerà a richiedere 60 voti su 100 per la maggior parte dei provvedimenti, e anche quando una legge arrivasse sulla scrivania dello Studio Ovale Trump potrebbe sempre opporre il veto, che per essere superato richiede la maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere. I democratici puntano su misure abbastanza popolari da strappare qualche voto repubblicano e rendere costoso, per il presidente, dire di no.
Sui controlli, invece, il cambio di passo sarà quasi immediato. Con la maggioranza alla Camera le commissioni potranno convocare testimoni e ottenere documenti attraverso i mandati di comparizione, e tra i dossier già indicati come prioritari figurano la gestione del conflitto con l’Iran e gli affari nel Golfo di familiari e collaboratori stretti del presidente. Il controllo del Senato consegna ai democratici anche il potere di bloccare le nomine di giudici federali e alti funzionari, che finora un Senato a maggioranza repubblicana aveva potuto confermare senza grandi ostacoli. Nel campo democratico torna intanto a circolare l’ipotesi di un nuovo impeachment, temuta dallo stesso Trump, anche se per una condanna servirebbero i due terzi del Senato, numeri che oggi nessuno ha.
Le conseguenze sul piano internazionale
In politica estera il presidente americano gode della maggiore autonomia, ma è anche il terreno su cui il nuovo Congresso proverà a farsi sentire di più, a cominciare dall’Iran. Nei mesi scorsi la Camera ha approvato più di una risoluzione sui poteri di guerra e a giugno anche il Senato aveva votato in questa direzione, senza però che questi testi riuscissero a fermare le operazioni militari. Ora iniziative del genere avranno i numeri dalla loro, e il senatore democratico Chris Murphy ha parlato apertamente di un «mandato» a usare il potere di spesa per vincolare i fondi del Pentagono alla fine delle operazioni. Resta il veto presidenziale, ma un Congresso ostile pesa comunque sulla trattativa in corso con Teheran, mediata dal Qatar, e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf si è affrettato a leggere nel voto un «no alla guerra» pronunciato dagli americani.
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Sui dazi la partita è più incerta. I democratici hanno contestato a lungo le tariffe contro il Canada e in autunno i senatori Kirsten Gillibrand e Peter Welch avevano presentato una proposta di legge per cancellare i dazi del 50%, rimasta bloccata dalla maggioranza repubblicana. Gli esperti canadesi invitano però alla prudenza, perché i poteri con cui Trump ha imposto i dazi restano in gran parte nelle mani dell’esecutivo e non tutti i democratici sono contrari a una politica commerciale protezionista. Negli ultimi giorni, del resto, il premier canadese Mark Carney ha segnalato progressi nei negoziati e Trump ha parlato di un accordo vicino.
Per l’Europa il cambio di maggioranza può contare sui dazi, sull’Ucraina e sulla NATO. Un Congresso a guida democratica può riaprire il capitolo degli aiuti a Kiev e frenare le spinte più isolazioniste dell’amministrazione, ma sulla difesa e sulle alleanze l’ultima parola resta alla Casa Bianca, e a Bruxelles c’è chi teme che un presidente in difficoltà in patria provi a rifarsi sul piano internazionale.
La prima reazione dei mercati
L’avanzata democratica ha innervosito le borse. Nelle prime ore di mercoledì 4 novembre, durante la seduta asiatica, i future sugli indici azionari statunitensi sono scesi con decisione, quelli europei cedevano l’1,4% e il rendimento del Treasury decennale è calato di 6 punti base al 4,906%, mentre l’indice del dollaro perdeva lo 0,37% a 101,34. A Tokyo la borsa ha perso il 2,85%, con il dollaro sceso a 157,63 yen secondo Euronews. Sotto pressione soprattutto i titoli legati all’intelligenza artificiale, per il timore che un Congresso democratico possa irrigidire le regole sul settore e ridurre gli incentivi fiscali ai data center.
Le reazioni a caldo, però, raramente durano. Un’analisi di Wells Fargo citata da Bloomberg ricorda che l’S&P 500 è salito nei dodici mesi successivi a ogni elezione di metà mandato del dopoguerra, e secondo i calcoli di Yahoo Finance dopo le sette midterm che hanno consegnato il Congresso ai democratici sotto un presidente repubblicano l’indice ha guadagnato in media l’11% nei tre mesi successivi. Per chi investe conterà semmai la capacità di Washington di evitare uno stallo prolungato su bilancio e tetto del debito nei prossimi due anni.
Verso il 2028
Le midterm, del resto, non hanno mai previsto con affidabilità le presidenziali successive. Ronald Reagan perse 26 seggi nel 1982 e due anni dopo vinse in 49 Stati, Barack Obama incassò la batosta del 2010 e fu rieletto nel 2012. Trump non potrà ricandidarsi, e nel Partito repubblicano la corsa per il 2028 comincia ora, con una domanda in più, quanto convenga ancora presentarsi agli elettori nel suo nome.
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