Tutto quello che c’è da sapere sulle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, in programma a novembre 2026.
Il 3 novembre 2026 gli Stati Uniti tornano alle urne per le elezioni di metà mandato, anche dette “midterm”. Non si elegge il presidente, ma si rinnova per intero la Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato e il risultato deciderà se Donald Trump governerà i prossimi due anni con un Congresso amico o con almeno una camera in mano all’opposizione.
Per chi investe, e non solo, è ora di capire cosa può cambiare e che cosa dicono i dati storici. Ecco i 10 punti per orientarsi.
IN SINTESI:
- Si vota il 3 novembre 2026 per rinnovare tutti i 435 seggi della Camera, 35 seggi del Senato e 36 governatori statali. I repubblicani partono da 220 seggi contro 215 alla Camera (Il margine più stretto dal 1930) e da 53 seggi su 100 al Senato.
- I modelli danno i democratici favoriti, soprattutto alla Camera: Silver Bulletin all’87%, FiftyPlusOne all’85%. Sul Senato il quadro è molto più incerto (57% e 55%), con Ohio, Iowa e Alaska in equilibrio. Pesa la regolarità storica per cui dal 1922 il partito del presidente perde in media 30 seggi alla Camera.
- Il ridisegno dei collegi a metà decennio ha alterato la mappa: cinque seggi in più ai repubblicani in Texas, cinque ai democratici in California, entrambe le mappe validate dalla Corte Suprema. Secondo diversi analisti l’effetto netto nazionale è però vicino allo zero.
- Il tema che decide il voto è il costo della vita: inflazione al 3,4% a luglio, salari reali in calo dello 0,2% su base annua, benzina sopra i 4 dollari al gallone dopo lo shock energetico legato al conflitto con l’Iran. La Fed resta ferma al 3,50-3,75%.
- Per i mercati conta più il calendario che il risultato: l’anno del midterm è storicamente il peggiore del ciclo (+2,9% medio nei 12 mesi precedenti contro +8,9% della media generale), ma dal 1950 l’S&P 500 non ha mai chiuso in negativo i 12 mesi successivi al voto. Chi ha provato a uscire dal mercato in base al colore politico del governo ha dimezzato i rendimenti.
1) Quando si vota e cosa si vota
Il voto si tiene martedì 3 novembre 2026 e determinerà la composizione del 120° Congresso, che si insedierà il 3 gennaio 2027.
Sono in palio:
- tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti, che si rinnova integralmente ogni due anni;
- 35 seggi del Senato: i 33 della cosiddetta Classe 2, eletti l’ultima volta nel 2020, più due elezioni suppletive. I senatori restano in carica sei anni, con mandati scaglionati in modo che si voti per un terzo dell’aula ogni biennio;
- 36 governatori statali, che salgono a 39 contando i territori, oltre a numerose cariche statali e locali.
2) Il contesto
Alla Camera i repubblicani hanno 220 seggi contro i 215 dei democratici, che secondo Morgan Stanley è il margine di controllo più sottile dal 1930. Per conquistare la maggioranza servono 218 seggi, il che significa che uno spostamento di appena tre seggi ribalta la camera.
Al Senato i repubblicani controllano 53 seggi su 100. Dei 33 seggi ordinari in scadenza, 20 sono repubblicani e 13 democratici: una mappa che di per sé espone di più il partito di maggioranza. Ai democratici servono quattro seggi netti per arrivare a 51; i repubblicani possono permettersi di perderne al massimo due, perché in caso di parità il voto decisivo spetta al vicepresidente J.D. Vance.
Undici senatori uscenti (quattro democratici e sei repubblicani) non si ricandidano, il che moltiplica i collegi senza incumbent, storicamente i più volatili.
3) La “legge” non scritta delle midterm
Esiste una regolarità statistica che vale più di qualunque sondaggio: il partito del presidente in carica perde quasi sempre le elezioni di metà mandato.
Dal 1922, secondo l’elaborazione di Morgan Stanley, il partito presidenziale ha perso in media 30 seggi alla Camera e 4 al Senato. Le eccezioni si contano sulle dita di una mano.
L’elettorato scontento è più motivato ad andare a votare di quello soddisfatto, l’affluenza nei midterm è molto più bassa che nelle presidenziali e questo amplifica il peso del voto di protesta. Con 220 seggi di partenza, una perdita anche molto inferiore alla media storica basterebbe a far cambiare colore alla Camera.
4) Cosa dicono i sondaggi
L’indicatore di riferimento è il generic ballot, il sondaggio che chiede genericamente se si voterà per il candidato democratico o repubblicano nel proprio collegio.
Ad agosto 2026 i democratici sono in vantaggio, ma le medie divergono a seconda della metodologia. La media di Silver Bulletin dell’11 agosto indica D+6,7 sui dati grezzi, che diventa D+8,1 applicando la correzione per elettori probabili, un aggiustamento che tende a favorire i democratici. Altre aggregazioni si collocano più in basso, intorno a D+5.
Il quadro si è mosso durante l’estate. Decision Desk HQ ha rilevato che il vantaggio democratico si era ridotto a circa quattro punti a luglio, per poi risalire con il riacutizzarsi del conflitto con l’Iran e l’aumento del prezzo della benzina. Sul fronte del gradimento presidenziale, le medie collocano l’approvazione di Trump sotto il 40%, un livello che storicamente correla con perdite significative per il partito al governo.
5) Cosa dicono i modelli previsionali
I modelli probabilistici, che combinano sondaggi, dati storici, qualità dei candidati e raccolta fondi, convergono su un quadro abbastanza definito.
Il modello FLIPR di Silver Bulletin, lanciato l’11 agosto, assegna ai democratici l’87% di probabilità di conquistare la Camera e il 57% di conquistare il Senato, con una proiezione mediana di 233 seggi alla Camera e 51 al Senato.
Il modello FiftyPlusOne, pubblicato il 3 agosto, indica 85% per la Camera e 55% per il Senato, con una mediana di 230 seggi alla Camera (in una forbice tra 211 e 253) e 51 al Senato (forbice 47-55). Nello stesso modello i democratici conquistano entrambe le camere in poco più della metà delle simulazioni, i repubblicani in meno del 12%.
Attenzione: sono probabilità, non previsioni. Un evento al 13% accade, in media, tredici volte su cento. E le forbici sono ampie proprio perché mancano ancora oltre due mesi al voto, e in questa fase i modelli incorporano molta incertezza sull’evoluzione del contesto.
Charles Schwab riassume il consenso degli operatori così: democratici modestamente favoriti alla Camera, repubblicani in vantaggio al Senato, lettura leggermente più prudente di quella dei modelli accademici.
6) La guerra delle mappe elettorali
Nell’estate 2025 il Texas ha avviato un ridisegno dei collegi a metà decennio, una pratica legale ma storicamente rara, perché di norma le mappe si ridisegnano solo dopo il censimento decennale. L’obiettivo dichiarato: creare fino a cinque distretti favorevoli ai repubblicani.
La California ha risposto con la Proposition 50, approvata dagli elettori nel novembre 2025 con il 64% dei consensi, che ha imposto una nuova mappa in grado di produrre circa cinque seggi in più per i democratici, in vigore fino al 2030.
Entrambe le mappe hanno superato il vaglio della Corte Suprema - quella californiana a febbraio 2026, quando i giudici hanno respinto il ricorso d’urgenza dei repubblicani della California e del Dipartimento di Giustizia; quella texana il 27 aprile 2026, con una decisione 6-3 che ha ribaltato una sentenza di grado inferiore secondo cui la mappa costituiva un gerrymandering razziale.
Il fenomeno si è poi allargato: Missouri, Ohio (dove la nuova mappa passa da 10-5 a 12-3 a favore dei repubblicani) Florida e Louisiana, quest’ultima costretta a ridisegnare dalla sentenza Louisiana v. Callais.
Secondo diversi analisti, l’effetto netto nazionale di questa “corsa agli armamenti” è vicino allo zero. I cinque seggi texani e i cinque californiani si annullano a vicenda, quello che resta è un rimescolamento di quasi venti milioni di residenti tra collegi diversi e un precedente destinato a pesare sui cicli futuri.
7) I seggi che decidono il Senato
La Camera si gioca su decine di collegi; il Senato, invece, si decide in una manciata di stati.
Le classificazioni di Silver Bulletin di metà agosto indicano tre toss-up sostanzialmente in equilibrio: Ohio, dove l’ex senatore Sherrod Brown sfida il senatore in carica Jon Husted; Iowa; e Alaska, dove è candidata l’ex deputata Mary Peltola.
Tre seggi sono classificati lean Democratic, quindi in leggero vantaggio democratico ma senza certezze: Texas, Maine e Michigan, quest’ultimo aperto dopo il ritiro del senatore Gary Peters.
Due seggi sono likely Democratic: North Carolina e Georgia, dove il senatore uscente Jon Ossoff difende un seggio in uno stato che Trump ha vinto nel 2024 di circa due punti.
Il Michigan e la Georgia sono gli unici due seggi democratici in stati vinti da Trump nel 2024, in entrambi i casi con margini inferiori ai tre punti: sono le due opportunità reali di conquista per i repubblicani.
8) I temi che decidono il voto
Il tema dominante è il costo della vita. L’inflazione annua a luglio 2026 si è attestata al 3,4%, con un aumento mensile dello 0,1% secondo il Bureau of Labor Statistics. Ma il dato che pesa politicamente è un altro: tra luglio 2025 e luglio 2026 i salari orari reali sono diminuiti dello 0,2%. Il potere d’acquisto, in media, si è ridotto.
Sul carovita ha inciso pesantemente l’energia. Il petrolio WTI ha aperto il 2026 vicino ai 57 dollari al barile, ha toccato i 113 dollari ad aprile con l’escalation del conflitto con l’Iran ed è poi tornato sopra gli 84 dollari a fine luglio. La benzina ha superato i 4 dollari al gallone per la prima volta in oltre tre anni.
A questo si aggiunge il passaggio dei dazi sui prezzi al consumo, l’incognita sull’esito del conflitto e il tema dell’accessibilità di sanità ed elettricità.
La Federal Reserve, dal canto suo, ha mantenuto i tassi nella forbice 3,50%-3,75% nella riunione del 29 luglio. L’inflazione core PCE è salita dal 3,0% di dicembre 2025 al 3,3% di giugno 2026, e Morgan Stanley ritiene che la banca centrale resterà ferma fino a fine anno: lo shock energetico e l’inflazione ancora sopra obiettivo lasciano poco spazio per tagliare.
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9) Cosa dice la storia sui mercati
Qui arriviamo alla parte che interessa più direttamente chi investe, e la buona notizia è che di dati storici ce ne sono parecchi.
L’anno delle midterm è il peggiore del ciclo ed è un fatto documentato. Secondo l’analisi di U.S. Bank su oltre un secolo di dati, nei 12 mesi precedenti un’elezione di metà mandato l’S&P 500 ha reso in media il 2,9%, contro l’8,9% della media di tutti gli anni.
Restringendo il campo, Charles Schwab calcola che dal 1974 l’indice ha prodotto un rendimento medio di appena l’1,7% dal 1° agosto all’election day.
Anche la volatilità è più alta - dal 1961 il drawdown medio negli anni di midterm è stato del 19%. Nel 2026, per confronto, il ribasso massimo registrato a marzo si è fermato al 9%, e a metà agosto l’S&P 500 segnava un +14% da inizio anno, secondo i dati Fidelity.
Il rovesciamento avviene subito dopo le urne. Sempre secondo Schwab, dal 1974 l’S&P 500 ha reso in media:
| Periodo | Rendimento medio S&P 500 | Casi positivi |
|---|---|---|
| Dal 1° agosto all’election day | +1,7% | - |
| 3 mesi dopo il voto | +5,7% | 11 su 13 |
| 6 mesi dopo il voto | +12,4% | 13 su 13 |
Fonte: Schwab Center for Financial Research, dati al 14 agosto 2026
C’è di più. Dal 1950, secondo un’analisi ripresa da diverse case d’investimento, l’S&P 500 non ha mai chiuso in negativo i 12 mesi successivi a un’elezione di metà mandato. Diciannove cicli consecutivi, attraverso recessioni, shock petroliferi, impeachment, guerre e una crisi finanziaria.
La spiegazione più accreditata non è politica ma comportamentale, con i mercati che prezzano l’incertezza in anticipo e la scaricano quando si risolve, indipendentemente da chi vince.
Lo scenario oggi considerato più probabile (presidente e Senato repubblicani, Camera democratica) ha un precedente statistico incoraggiante. Morgan Stanley calcola che con un presidente repubblicano e un Congresso diviso l’S&P 500 abbia guadagnato storicamente circa il 23% nell’anno successivo al midterm, contro il 12% della media di tutti gli esiti.
Va però maneggiato con prudenza, perché i casi confrontabili sono pochissimi: 1983 e 2019 sono le due situazioni più simili, con rendimenti rispettivamente del 22,6% e del 31,5%.
Esiste peraltro una tesi opposta e altrettanto documentata. La ricerca accademica ha individuato un «government gap»: i governi unificati, in cui un solo partito controlla presidenza e Congresso, hanno storicamente prodotto extra-rendimenti superiori a quelli divisi, con un effetto ancora più marcato sulle small cap, penalizzate quando lo stallo legislativo blocca operazioni e investimenti.
BlackRock sottolinea come, negli scenari in cui un partito ha perso il controllo completo di presidenza e Congresso, i sei mesi successivi al voto hanno reso il 10,4%, contro il 16,1% dei casi in cui il controllo è stato conquistato o il Congresso è rimasto diviso. Il mercato ha comunque guadagnato, ma meno.
10) Gli scenari e l’impatto sul portafoglio investimenti
Una Camera democratica non produrrebbe una svolta legislativa, quanto invece uno stallo. Le implicazioni concrete, secondo Morgan Stanley, riguardano una minore probabilità di riforme di ampia portata, maggiore attività di controllo parlamentare sull’esecutivo e rischi ricorrenti sulle scadenze di bilancio e sul tetto del debito. Le crisi legate allo shutdown e le trattative sul tetto al debbito sono l’unico canale attraverso cui uno stallo politico americano si trasmette rapidamente ai mercati globali.
Invece, la politica commerciale resterebbe sostanzialmente invariata. I dazi sono stati imposti in larga parte attraverso poteri esecutivi, e un cambio di maggioranza in una sola camera non li rimuove. Chi investe su una normalizzazione del commercio internazionale legata all’esito del voto sta scommettendo su un meccanismo che non esiste.
Sempre secondo l’analisi di Morgan Stanley, un Congresso diviso tenderebbe a favorire difesa, tecnologia e servizi finanziari, mentre aumenterebbe il livello di scrutinio su energia, sanità e private equity.
Anche qui, però, va evidenziata una nota di cautela che viene dagli stessi analisti. BlackRock osserva che gli investitori hanno spesso associato determinati settori a determinati esiti elettorali, ma che la leadership di mercato ha raramente seguito il copione politico.
I rendimenti dei Treasury sono storicamente più volatili negli anni delle midterm. Dal 1953 il decennale è calato in media di 33 punti base nei sei mesi precedenti il voto di novembre. Quest’anno, però, la pressione inflazionistica legata al petrolio e l’atteggiamento meno accomodante della Fed complicano quel modello: il precedente storico va usato con molta prudenza.
BlackRock ha calcolato cosa sarebbe successo a chi, dal 2013, avesse spostato i propri soldi in liquidità ogni volta che il partito di preferenza non era al potere. Centomila dollari investiti e lasciati sul mercato sarebbero diventati 398.000 dollari a inizio 2026. Uscendo dal mercato quando governavano i democratici: 214.000. Uscendo quando governavano i repubblicani: 186.000.
La lezione, per chi ha in portafoglio azionario americano attraverso ETF o fondi, è che l’esito del 3 novembre conta molto meno di quanto sembri e che il costo di provare ad anticiparlo è storicamente stato molto alto.