Oggi, 15 gennaio, si sono conclusi con un nulla di fatto i colloqui tra J.D. Vance e Rubio con i ministri degli Esteri della Danimarca e della Groenlandia. Solo ieri Trump aveva scritto su Truth, il suo social network: «Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale. La NATA diventa molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti. Qualsiasi cosa di meno è inaccettabile».
L’interesse di Donald Trump per la Groenlandia è passato, negli ultimi anni, da bizzarra proposta immobiliare a una questione di sicurezza internazionale dai toni molto più accesi. All’inizio del 2026, il dibattito si è intensificato a seguito di dichiarazioni esplicite della Casa Bianca e di indiscrezioni su piani militari. Ma se decidesse un’invasione della Groenlandia, Trump avrebbe i poteri per fare ciò che vuole fare ? Penso proprio di no. Ecco un’analisi dettagliata delle possibilità, dei vincoli legali e del ruolo del Congresso e del perché ciò si rivelerebbe un enorme errore politico.
La domanda più importante ora è: c’è la possibilità di un’invasione militare USA oppure è il solito bluff di Trump?
Sebbene Trump abbia dichiarato che «avremo la Groenlandia, in un modo o nell’altro» e abbia ordinato ai comandi militari di studiare dei piani, gli esperti che ne hanno parlato sul New York Times, sul Washington Post e su Reuters considerano un’invasione militare altamente improbabile, definendola spesso un «bluff strategico». Ci sono degli impedimenti costituzionali molto seri per un’iniziativa del genere.
Come al solito, per bypassare il Parlamento Trump usa il futile pretesto della “sicurezza nazionale”. Sostiene che la Danimarca non stia proteggendo adeguatamente l’isola dalle mire di Russia e Cina. Tuttavia, gli USA hanno già una presenza massiccia grazie alla Pituffik Space Base (ex Thule Air Base) e grazie ad accordi di difesa risalenti al 1951, cioè ai tempi della guerra fredda, accordi che Trump dovrebbe prima stracciare per ordinare poi un’invasione(*). Invece di ventilare ipotesi di invasione, Trump potrebbe chiedere di installare altre basi militari oltre a quella che già possiede, e questo sicuramente verrebbe accolto dalla Danimarca e dal governo della Groenlandia.
E quali sarebbero le conseguenze geopolitiche di un intervento militare USA? Un attacco a un alleato storico come la Danimarca significherebbe la fine immediata della NATO, il Patto Atlantico firmato dagli USA nel 1949. In Europa il problema non è preso sotto gamba: già ora Paesi come Francia, Svezia, Germania e Regno Unito hanno intenzione di inviare truppe in Groenlandia, a titolo di esercitazione, ma in realtà come deterrente contro un’eventuale azione aggressiva americana.
C’è poi un problema di resistenza all’interno dell’esercito americano. Secondo alcuni, i vertici del Pentagono (Joint Chiefs of Staff) hanno espresso forte opposizione, sottolineando al segretario alla Difesa l’illegalità di un’azione contro un alleato NATO del tutto sovrano. E sebbene il loro parere non sia vincolante per il Presidente, un’unanimità di giudizi negativi sull’operazione peserebbe notevolmente sul segretario alla difesa Hegseth.
Ci sono poi impedimenti legali ad un’invasione dettati dalla Costituzione USA e dalle leggi USA. E qui arriviamo alla parte più importante. Diciamo sin da subito che il Presidente degli Stati Uniti, pur essendo il Comandante in Capo, non ha un potere assoluto di muovere guerra a suo piacimento.
Leggiamo l’Articolo I, Sezione 8: la Costituzione assegna esclusivamente al Congresso il potere di dichiarare guerra. Il Presidente può agire solo per rispondere a emergenze immediate, cioè a improvvisi attacchi diretti agli USA, come le Torri Gemelle del 2001. Ma non è questo il caso, visto che non abbiamo notizia di attacchi degli eschimesi alle basi militari americane - il Presidente non può iniziare un conflitto di aggressione senza autorizzazione del Congresso.
Esiste infatti una legge, la War Powers Resolution Act del 1973, che stabilisce che, qualora ci siano impellenti necessità di difesa dell’interesse nazionale e dei confini, il presidente può procedere con un’aggressione militare di un altro Stato, ma questa legge impone al Presidente di:
- notificare dettagliatamente il Congresso entro 48 ore dall’invio di truppe,
- ritirare le forze entro 60-90 giorni se il Congresso non approva formalmente l’azione (AUMF - Authorization for Use of Military Force).
C’è poi una questione di illegalità internazionale. L’annessione forzata violerebbe la Carta delle Nazioni Unite e i trattati bilaterali con la Danimarca del 1951, rendendo l’ordine di invasione della Groenlandia del Presidente «manifestamente illegale» per l’ordine costituzionale americano. Alcuni esperti di diritto costituzionale americano ritengono che i militari americani hanno l’obbligo di disobbedire a ordini manifestamente illegali e incostituzionali.
Ma il potere del Congresso è davvero inesistente? Assolutamente no. Nonostante l’espansione dei poteri presidenziali negli ultimi decenni, il Congresso mantiene strumenti cruciali per bloccare Trump, ed essi sono i pilastri della democrazia in America:
- il “potere della borsa” (Power of the Purse): è l’arma più potente. Il Congresso può approvare leggi che vietano l’uso di fondi federali per finanziare qualsiasi attività militare legata all’invasione o all’annessione della Groenlandia. Proprio nel gennaio 2026 è stato introdotto il Greenland Sovereignty Protection Act con questo scopo;
- le “risoluzioni sui poteri di guerra”: il Congresso può votare risoluzioni specifiche per ordinare il ritiro delle truppe. Recentemente sono state presentate risoluzioni simili per limitare le azioni di Trump anche in Venezuela e Iran.
- la procedura di Impeachment: se il Presidente agisse violando apertamente la Costituzione e trattati internazionali ratificati dagli USA, il Congresso potrebbe avviare procedure di messa in stato d’accusa. E questo rischio sussiste concretamente, nonostante attualmente sia il Senato che la Camera dei deputati siano a maggioranza repubblicana
Eppure i limiti costituzionali e legali non sono i soli limiti che rendono praticamente impossibile per Trump ordinare un’invasione della Groenlandia. Ci sono dei limiti che sono le conseguenze strettamente “politiche” di un’invasione della Groenlandia per il partito repubblicano nell’anno delle Mid Term Elections.
Vediamo quali.
Il 14 gennaio Reuters ha pubblicato un interessante sondaggio fra gli elettori americani (potete vederlo qui: Just one in five Americans support Trump’s efforts to acquire Greenland, Reuters/Ipsos poll finds) Questo sondaggio, secondo il quale solo 1 elettore su 5 approverebbe l’invasione della Groenlandia, è un punto di svolta fondamentale nel dibattito inerente la scellerata idea di Trump. Esso conferma che, nonostante il carisma di Trump sul suo zoccolo duro di elettori, l’idea di un’azione militare contro la Groenlandia è percepita come un «limite invalicabile» dalla stragrande maggioranza degli americani. Se facesse ciò, Trump avrebbe di fronte il rischio di una disfatta elettorale a novembre.
Il gradimento elettorale repubblicano non solo non aumenterebbe, ma i consensi potrebbero crollare alle Mid-term di novembre 2026. E se i democratici prendessero il potere, si aprirebbero poi le porte dell’impeachment per Trump, statene sicuri.
Secondo me ci sono quattro ragioni per cui l’invasione della Groenlandia porterebbe alla disfatta elettorale repubblicana a novembre 2026.
Innanzitutto l’elettorato repubblicano rimarrebbe disorientato: «America First» non significa «America Espansionista». Il paradosso di Trump è che la sua base lo ha votato per il principio del disimpegno militare (in campagna elettorale soleva dire “basta guerre infinite"). Ed ora Trump sta programmando l’esatto opposto. Gettando nella confusione i suoi elettori.Ci sono 2 punti che io ritengo fondamentali nel sondaggio Reuters.
In primis: solo il 17% degli americani approva l’acquisizione della Groenlandia in generale, e appena il 4% sosterrebbe l’uso della forza. In secundis: gli elettori Repubblicani sono divisi, poiché il 60% fra loro ritiene che un’azione militare contro la Danimarca (un alleato NATO) sia una pessima idea. L’immagine di Trump come «uomo di pace» che evita i conflitti verrebbe distrutta. Bisognerebbe vedere poi con che faccia Trump potrebbe continuare a desiderare il Nobel per la Pace, da lui tanto agognato.
E poi c’è il fattore economico: il «prezzo» dell’isolamento americano da pagare sui mercati finanziari.
Gli americani sono storicamente sensibili al portafoglio. Un’invasione o un’annessione forzata porterebbe a:
- sanzioni e ritorsioni: l’Unione Europea ha già minacciato contromisure economiche senza precedenti. Senza contare che UK e Francia, da sole, possiedono rispettivamente 900 mld e 400 mld di dollari di treasury, che all’occorrenza potrebbero essere venduti sul mercato provocando forti rialzi dei rendimenti dei bond governativi, l’esatto opposto di ciò che Trump sta cercando di attuare, minacciando Powell della Fed, cioè un ribasso dei tassi;
- instabilità dei mercati: l’incertezza globale causata da una crisi interna alla NATO farebbe crollare le borse e i mercati finanziari globali, colpendo i risparmi della classe media americana proprio a ridosso del voto di novembre.
Attenzione quindi alle Mid-term elections di novembre 2026: i sarebbero rischi di un «Bagno di Sangue» elettorale in caso id azione militare in Groenlandia.
Le elezioni di metà mandato (con rinnovo totale dei deputati della Camera e rinnovo di 1/3 dei senatori) sono tradizionalmente un referendum sul Presidente. Se Trump insistesse sull’opzione militare, avremmo alcuni rischi seri per Trump. Innanzitutto, la perdita del consenso dei repubblicani moderati. Gli elettori indipendenti e i repubblicani moderati (i cosiddetti Never Trumpers o i Romney-Republicans) voterebbero in massa per i Democratici per ristabilire l’ordine costituzionale.
Ci sarebbe poi una mobilitazione del partito Democratico per attirare i consensi degli astenuti e dei non votanti: la minaccia alla democrazia e alla stabilità globale fornirebbe ai Democratici una narrazione potentissima, simile a quella dell’invasione dell’Ucraina del 2022, ma su scala molto più vasta. Ma c’è anche un altro rischio per il partito repubblicano: molti candidati repubblicani al Congresso, temendo di perdere il seggio, inizierebbero a distanziarsi pubblicamente dal Presidente (come già sta facendo lo Speaker Mike Johnson), creando una frattura interna che renderebbe il partito incapace di fare campagna elettorale coesa.
Ma forse l’amministrazione Trump sta già iniziando la “strategia di ripiego”.
Proprio per questi motivi, stiamo vedendo segnali di una marcia indietro tattica del governo americano. Il Segretario di Stato Marco Rubio in questi giorni sta cercando di rassicurare il Congresso dicendo che l’obiettivo è solo l’acquisto (commerciale) e non l’invasione.
In sintesi, un tentativo di invasione, oltre che illegale, sarebbe un suicidio politico per Trump. La storia insegna che gli americani amano i «vincitori», ma detestano le avventure militari costose e quelle moralmente ambigue (vedi Vietnam). Oltretutto, dirette verso un Paese alleato della NATO.
State tranquilli, cari abitanti della Groenlandia e anche cari mercati finanziari: non ci sarà nessuna invasione militare americana.
Non pensiate che Trump sia così stupido. Almeno non sino a questo punto.
(*) = Gli accordi del 1951 rappresentano il pilastro giuridico della presenza americana nell’Artico. Firmati in piena Guerra Fredda, questi trattati non sono solo un «permesso di soggiorno» militare, ma definiscono i limiti invalicabili della sovranità territoriale della Groenlandia. E Trump, forse, non li conosce affatto, altrimenti non parlerebbe in questo modo.
Ecco i punti chiave degli accordi, aggiornati con le integrazioni del 2004:
Gli accordi prevedono esplicitamente il riconoscimento della sovranità danese.Se ci pensate bene, questo è il punto più critico per le ambizioni di Trump. Nel Trattato del 1951, gli Stati Uniti riconoscono esplicitamente la sovranità del Regno di Danimarca sulla Groenlandia.Perché è importante: Questo riconoscimento rende nullo qualsiasi tentativo di rivendicare il territorio come «terra di nessuno» o come propria estensione naturale. Ogni modifica dello status dell’isola richiederebbe il consenso di Copenaghen e, in base alla legge sull’autogoverno del 2009, dei groenlandesi stessi. Inoltre, l’accordo concede agli USA il diritto di stabilire e operare in specifiche «aree di difesa» per il sistema di allerta precoce contro missili balistici russi. Entro queste aree, gli USA hanno un’ampia autonomia operativa, ma l’accordo specifica che tali aree sono destinate alla difesa collettiva della NATO. Le forze americane hanno diritto di sorvolo e accesso ai porti, ma devono consultare le autorità danesi per operazioni che impattano l’ambiente o le comunità locali (clausola rafforzata nel 2004).Nel 2004, il trattato è stato aggiornato per riflettere il nuovo peso politico della Groenlandia. Da quel momento, ogni decisione importante riguardante la presenza militare USA deve coinvolgere non solo Copenaghen, ma anche il governo autonomo groenlandese. Sono stati inseriti standard rigorosi per evitare incidenti ecologici (come quello del 1968, quando un B-52 carico di bombe atomiche si schiantò vicino a Thule). Trump sostiene che questi accordi siano «obsoleti» perché non impedirebbero infiltrazioni commerciali cinesi. Tuttavia, la realtà giuridica è che gli accordi permettono già agli USA di fare quasi tutto ciò che serve dal punto di vista militare (installare radar, stazionare truppe, monitorare i mari), ed inoltre non esiste una clausola di acquisto: Il trattato non prevede procedure per la cessione del territorio! Domanda: ma allora Trump potrebbe «stracciare» il trattato? Assolutamente no. Infatti, essendo un Executive Agreement, Trump potrebbe tecnicamente ritirare la firma degli USA. Tuttavia, ciò creerebbe un vuoto legale pericoloso: senza il trattato, le basi americane in Groenlandia diventerebbero occupazioni illegali in territorio straniero e soggette a sfratto immediato(. Ed inoltre gli USA perderebbero il diritto legale di stazionare radar vitali per la propria difesa nazionale.
Gli accordi del 1951 sono un’arma a doppio taglio per Trump. Gli garantiscono la presenza militare di cui ha bisogno, ma al contempo certificano che lui è solo un «ospite» (seppur privilegiato) e non il proprietario.