Moda italiana: il futuro del settore passa da sostenibilità, qualità e accessibilità

11 giugno 2020 - 19:33 |
11 giugno 2020 - 19:34 |

La moda italiana è un settore strategico per l’Italia, il cui futuro è da difendere e che se valorizzato può rappresentare una scappatoia dalla crisi. Ecco cosa ne pensano istituzioni, aziende ed esperti del settore.

Moda italiana: il futuro del settore passa da sostenibilità, qualità e accessibilità

La moda italiana è la seconda industria manifatturiera del Paese, patrimonio inestimabile di abilità artigiana e gusto, non a caso rinomata in tutto il mondo. Un settore al quale non si può e non si deve rinunciare, soprattutto oggi, momento in cui l’Italia deve necessariamente valorizzare le proprie eccellenze per uscire dalla crisi.

Per riflettere a più voci sulle sorti del fashion Made in Italy, Istituzioni, consulenti e imprenditori del settore si sono confrontati nell’ambito del ciclo di conferenze “Tempo di Rinascita” organizzate da DOC-COM, per delineare scenari, idee e progettualità per dare forma al futuro del comparto.

Moda italiana: il futuro del settore

Reshoring, internazionalizzazione e digitalizzazione sono le tre aree sulle quali concentrarsi per il futuro del settore secondo Maria Elena Molteni, direttore responsabile di Luxury&Finance.

Secondo l’esperta, serve accelerare e dare spazio con strumenti adeguati a un comparto che, insieme al turismo e alla cultura, può rappresentare una leva strategica per evitare che all’emergenza sanitaria non segua una vera emergenza economica.

Come ha ricordato quest’ultima, stando alle stime degli analisti, il tessile-abbigliamento si appresta a chiudere con una contrazione tra il 25 e 35% e nel frattempo si deve fare fronte a una crisi di liquidità senza precedenti per le aziende, che spesso non riescono ad accedere ai finanziamenti del Governo e nemmeno agli ammortizzatori sociali.

“Siamo ormai dentro a un mondo che accelera il contatto tra azienda e consumatore finale e in questo il digitale offre enormi vantaggi. Non solo come contatto, ascolto, coinvolgimento e interazione con il consumatore, ma anche come revisione e ottimizzazione di processi organizzativi interni senza i quali l’internazionalizzazione e la sopravvivenza in momenti come quello del recente lockdown non sarebbero state possibili”

ha aggiunto Luca Piani, ceo di Duvetica International, brand italiano specializzato nella produzione di capispalla imbottiti.

Tuttavia, nel puntare alla digitalizzazione, e anche al cosiddetto fast-fashion, che sicuramente ha un modello di business più flessibile e agile, è importante non perdere di la valorizzazione dell’heritage, quel saper fare, frutto di decenni di eccellenza artigiana, che permette ancora oggi al Made in Italy di distinguersi sul mercato come “premium”.

Un passato ricco di esempi virtuosi, fonte inesauribile di creatività e ricerca. Come hanno detto anche Gucci e Armani di recente, sarebbe auspicabile adattarsi a modelli di produzione e cicli del fashion più lenti e meditati, meno strettamente consumistici, per dare spazio alla creatività.

La filiera della moda italiana si sente abbandonata

Il concetto di Made in Italy si è arricchito di valori sempre più riferiti all’ambito della responsabilità sociale d’impresa ha spiegato Antonio Franceschini, Responsabile Nazionale di CNA Federmoda sottolineando la potenza del legame tra tessuto imprenditoriale e tessuto sociale, valore aggiunto del settore.

Il Made in Italy, infatti, rappresenta un veicolo di valori che da un lato guardano alla qualità e alla bellezza, ma dall’altro anche all’etica e alla sostenibilità ambientale. Quello che si dovrebbe riconoscere in maniera più appropriata è il valore economico delle competenze lungo tutta la filiera, per scongiurare il rischio di indebolirla, facendo soffrire l’intero sistema moda italiano.

Marco Morosini, ceo di Brandina The Original, icona fashion del design balneare, ha sottolineato la necessità di un maggiore supporto da parte dello Stato nei confronti delle aziende del settore e combattere per un Made in Italy di cui l’Italia va fiera, ma si dimentica di difendere.

“Di fronte a questa crisi l’imprenditore è stato abbandonato. Non mi sono mai sentito solo come in questo momento. È necessario migliorare la produttività, agevolare lo sviluppo dell’artigianato, abbassando il costo del lavoro e quindi anche quello del prodotto finale, per continuare ad avere prodotti made in Italy accessibili e sostenibili”

ha spiegato Morosini.

Il percepito degli utenti nell’era pre, durante e post COVID

Parole d’ordine per il successo della moda italiana sono dunque: ecosostenibilità, qualità e accessibilità. L’agenzia di digital intelligence PixData, ha analizzato le conversazioni online che gli utenti hanno intavolato sul tema prima, durante e dopo l’emergenza coronavirus, con una brutta sorpresa: il 35% ha un parere negativo del Made in Italy nella moda.

Questa percentuale fortunatamente scende al 17% quando si parla di qualità ed ecosostenibilità, il cui percepito è meno negativo. I più aperti ad accogliere il cambiamento nel settore sono i Millennials (32.1%) e la Gen Z (35.7%) ma sono anche coloro che hanno un potere d’acquisto più limitato. Anche per questo entra in gioco il bisogno di accessibilità.

Per la moda italiana più democratica si guarda a modelli come quelli del noleggio e del riuso e persino a quelli che consentono di avere un guardaroba su abbonamento, ossia che permettono pagando un costo mensile di utilizzare un tot di capi per un lasso di tempo e poi sostituirli con altri, scegliendo dal catalogo sempre nuovi outfit.

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