Steve Keen e il debito privato: ecco perché superare la teoria neoclassica

Il direttore del dipartimento di economia della Kingston University in un’intervista a Forexinfo.it ci spiega il suo punto di vista sullo stato della scienza economica e su alcuni problemi contemporanei.

Il professor Steve Keen è direttore del dipartimento di economia alla Kingston University di Londra. È tra i pochi economisti al mondo ad aver predetto l’arrivo della crisi finanziaria del 2007-08 qualche anno prima che accadesse, avendo verificato già nel 2006 che il livello dell’indebitamento privato era eccessivo e la situazione sarebbe dunque esplosa.

La sua spiegazione è stata giudicata la più coerente dai lettori della Real World Economics Review e riceve in generale molto interesse. Ciononostante, la teoria economica neoclassica, ovvero quella maggiormente insegnata nelle università e più seguita anche a livello politico, e perciò denominata spesso «ortodossa», non considera le variabili del debito privato e del settore bancario nei propri modelli, e semmai li ritiene esclusivamente dei fattori che facilitano l’innovazione e che tendono ad essere stabili nel lungo periodo.

Come spiega in questa intervista, la sfida del professor Keen è dimostrare che invece un’economia capitalista molto sviluppata non può che avere un settore finanziario altamente instabile a causa della crescita del debito privato che viene contratto per operarvi: il debito è un fattore di crescita per l’economia, ma quando diventa troppo elevato il suo pagamento diventa difficile da sostenere (è da ricordare che la controparte di questo debito è un credito delle banche) e allo stesso tempo un suo rallentamento può causare una recessione; è perciò necessario farvi un taglio netto quando il livello è troppo alto perché il sistema riprenda a funzionare.

Nel dipartimento diretto da Keen l’insegnamento della disciplina economica è pluralistico: ciò significa che vengono insegnate sia le teorie neoclassiche (prodotti della sintesi neo-keynesiana tra le teorie monetariste e quelle keynesiane) che quelle keynesiane, post-keynesiane e marxiste. Le sue idee, in particolare, si avvalgono del pensiero di grandi economisti che vengono solitamente inseriti nell’alveo delle teorie eterodosse, perché non allineato al pensiero «mainstream» neoclassico: Karl Marx, John Maynard Keynes, Hyman Minsky, Augusto Graziani. Ha scritto un libro che ha avuto un certo successo, “Debunking Economics”, per spiegare le deficienze delle teorie dominanti, e ne sta scrivendo un altro più sintetico, “Can we avoid another financial crisis? ” .

Professor Keen, oggi c’è un interesse crescente per lo studio delle teorie economiche eterodosse, e questo nonostante molti economisti sostengano che la loro professione si stia muovendo da un’altra parte...lei crede che l’insegnamento si stia muovendo effettivamente verso un rinforzo nelle teorie ortodosse oppure c’è invece un passaggio verso un maggiore pluralismo?

C’è una battaglia in corso, paragonabile a quella di Waterloo, dove era difficile dire chi potesse vincere. I neoclassici stanno cercando di mantenere il loro approccio e di integrare l’esperienza della grande crisi finanziaria 07-08 nel loro paradigma, ma prima della crisi erano del tutto inconsapevoli che ci fossero diverse maniere di pensarla. Ma quei pochi economisti eterodossi presenti nei dipartimenti dominati da neoclassici, incluso Augusto Graziani che insegnava alla Sapienza di Roma, erano consapevoli che si stava arrivando al crack.
Noi eterodossi eravamo trattati come illusi seguaci di Marx poco avvezzi alla matematica nei nostri modelli economici; quando la crisi scoppiò, pensatori non-ortodossi come me e Wynne Godley [economista eterodosso scettico sul successo dell’euro già dal 1992 e sulle prospettive dell’economia USA già dal 2000, ndr] vennero improvvisamente rivalutati, e ci si rese conto che il capitalismo funziona più come diciamo noi. I neoclassici si resero allora conto di stare perdendo la battaglia e cercarono di sopravvivere; eppure molti studenti sono insoddisfatti di come la disciplina viene insegnata, e non solo loro: banche, imprese e governi sono diventati critici verso le teorie dominanti.
Dunque c’è una battaglia: io cercherò di vincerla, ma i neoclassici potrebbero sconfiggerci.

Lei nel suo libro spiega, mediante le tesi di filosofia della scienza di Imre Lakatos, che i neoclassici stanno rinforzando la loro cintura protettiva di assunzioni per difendere il cuore della loro teoria, il quale è però fallace...lei spiega che il denaro e le banche sono fuori dai loro modelli di solito, ma stanno cercando adesso di includerli?

Se si lasciano entrare assunzioni come queste nei modelli neoclassici, il cuore delle loro teorie crolla. I neoclassici stanno arrivando a comprendere che il denaro è un contratto di debito tra individui e/o imprese facilitato dalle banche; per esempio il mio caro amico Michael Kumhof che lavora alla Banca d’Inghilterra ha inserito la teoria endogena della moneta [per la quale la moneta non entrerà mai in circolazione se non erogata dalle banche su richiesta del settore privato, teoria che smentisce quindi l’idea che la moneta creata dalla banca centrale produca automaticamente inflazione; la teoria è stata recentemente accettata dalla Bank of England in una sua pubblicazione, nda] e l’eccesso di debito privato nei modelli DSGE [i modelli di previsione economica comunemente utilizzati dagli economisti mainstream, nda], ma fare questo provoca effetti profondi sulla loro stabilità interna; inoltre anche l’innovazione di Kumhof viene respinta dal mainstream. Eppure Michael è uno dei più grandi esperti al mondo di DSGE, e ciò nonostante gli altri neoclassici rifiutano questi suoi lavori!

Perché queste resistenze? Io posso supporre due motivazioni: una potrebbe essere quella di voler mantenere potere all’interno delle università e i collegamenti che questo mondo ha con il potere politico, e un’altra che i neoclassici sono davvero convinti che il mondo funziona come loro lo descrivono in manuali di macroeconomia standard come quello di Blanchard e Giavazzi o quello di Carlin e Soskice...

E’ un problema complicato. Dobbiamo partire dal fatto che loro credono di avere ragione, ma un ruolo importante lo ha giocato l’anticomunismo. Le loro teorie fornivano una giustificazione nella lotta del capitalismo contro il socialismo e contro i sindacati: una giustificazione del tutto sbagliata! Loro avevano una visione di un sistema finanziario facilitatore e non potenzialmente distruttivo, che li ha portati a costruire strumenti per la speculazione come il modello Black-Scholes; poi, come ricordato, arrivò la crisi finanziaria e anche gli economisti neoclassici erano in shock emozionale: i loro modelli non funzionavano. E mentre non c’è più l’URSS e i sindacati sono stati sconfitti, loro continuano a essere particolarmente favorevoli verso il settore finanziario: ma i loro consigli lo rendono più pericoloso! E i politici sono frustrati dalla mancanza di correttezza nelle loro previsioni.
Nelle università permangono strutture di potere con un «boss» neoclassico al vertice; ecco perché la Kingston University è così diversa. Ma più che altro è il sistema di credenze che li mantiene, non il potere politico.

Il pluralismo è importante, perché è importante il dibattito libero tra idee diverse. 30 anni fa le scuole eterodosse erano parte degli insegnamenti universitari, e ora non lo sono più; lo spazio per il dibattito era più aperto. Su questo tema, è interessante il punto di vista di Riccardo Bellofiore:, per come ho potuto comprendere il suo pensiero, è d’accordo con l’apertura all’insegnamento delle teorie eterodosse ma meno con il concetto di pluralismo, perché crede che la teoria neoclassica finirebbe comunque per vincere, e preferisce parlare della necessaria rivendicazione della natura plurale della scienza economica. Lei che ne pensa della questione?

Il pluralismo per me è un mezzo, non un obiettivo. E’ un mezzo necessario per contrastare la teoria neoclassica, un progetto intellettuale fallito che deve morire, perché è una descrizione sbagliata del capitalismo. Nel contempo, la teoria postkeynesiana che rappresento è una descrizione ragionevole, ma manca di alcuni elementi, quali per esempio una migliore spiegazione del ruolo dell’innovazione. Ancora, io credo che la teoria economica marxiana sia fondamentalmente sbagliata nelle sue analisi di lungo periodo, ma ha una base filosofica molto forte. Dunque anche altre scuole di pensiero forti hanno delle deficienze; il pluralismo diventa perciò un mezzo per far nascere, da tutte queste voci, un paradigma realistico. Bisogna per esempio imparare perché la teoria neoclassica appare a prima vista convincente, e anche perché è invece fallimentare.

George Cooper (fisico e fund manger presso la Goldman Sachs) sostiene nel suo libro «Money, Blood and Revolution» che lo scontro tra teorie economiche sia simile a quello che avveniva tra le teorie tolemaiche e galileane dell’universo: le seconde, pur avendo smentito che il Sole sia al centro dell’universo, ancora ritenevano che il movimento della Terra attorno ad esso sia circolare, mentre ora sappiamo che è ellittico, vista la natura delle leggi gravitazionali. Dunque una sostituzione veramente efficace non può avvenire se la nuova teoria è ancora incompleta.

Il suo argomento più forte riguarda il concetto di debito privato. Le persone fanno più affidamento nel contrarre debito se i salari cadono o rimangono stagnanti; direi che lei e Engelbert Stockhammer [professore in servizio presso lo stesso dipartimento di Keen, ndr] lavorate su diversi aspetti di un problema, visto che lui è interessato alla ricerca della possibilità di una crescita economica basata su salari più alti mentre lei alla crescita del debito privato...

Il lavoro di Engelbert è più empirico del mio. Non perchè il mio non lo sia, ma mentre lui cerca il regime di crescita esistente nei vari Paesi (se basato sulla crescita dei salari o piuttosto su quella dei profitti), a me interessa più capire in quale fase del ciclo del debito si trovi l’economia.


Lei è d’accordo con l’idea che un economista sia un po’ come un dottore che ha un paziente da curare?

E’ un’analisi ragionevole di quello che faccio. Io credo che il settore più essenziale delle economie capitaliste sia il settore finanziario. Se un altro «dottore dell’economia» ignora il livello del debito e del credito richiesto dall’economia, il paziente continuerà ad avere problemi perché la febbre è alta. Un Paese che in questo senso potrebbe andare intorno a una crisi è l’Arabia Saudita, che ha i sintomi della malattia. Per i neoclassici la cura è sempre maggiore competizione, invece di regolazione della finanza.

Una delle sue prescrizioni per curare questo problema è di perdonare il debito («debt jubilee»). Lo suggerirebbe all’Arabia Saudita?

Non consiglierei ai sauditi il debt jubilee. Il loro problema di debito non è causato dall’aumento del credito concesso ma dal crollo drammatico del PIL, causato dal crollo del prezzo del petrolio. Anche l’Inghilterra deve fare attenzione al rallentamento del credito erogato, che sta causando un rallentamento dell’intera economia. Per Paesi che invece hanno sia alto debito privato su PIL che alto credito erogato, è bene procedere al debt jubilee. Per esempio lo raccomanderei in Giappone, dove la pur alta spesa pubblica non sta portando ad una diminuzione del livello del debito; occorre far notare questo a quei sostenitori della MMT che ritengono che il solo aumento della spesa pubblica risolva qualsiasi problema economico...

E per l’Italia cosa suggerirebbe?

Anche da voi il livello del debito delle imprese è troppo alto. Occorre ridurlo.

A proposito dell’Inghilterra: lei è favorevole alla Brexit?

Sì. L’Unione Europea nel complesso è un progetto destinato a fallire, e l’euro in particolare leva ai governi la possibilità di effettuare spesa pubblica.

Cosa ne pensa dell’ipotesi di stagnazione secolare su cui dibattono oggi gli economisti?

Non ha senso! Non considera in alcun modo il settore finanziario e la situazione del credito, dunque è una baggianata.

So che lei partecipa ad un hedge fund...
Sì. E’ un fondo molto piccolo (5 milioni di dollari), e investe in maniera genuina perché non contrae alcun debito, a differenza degli altri (i più potenti maneggiano tra il mezzo miliardo e il trilione di dollari). Io per loro svolgo analisi statistiche, in particolare sulla volatilità degli investimenti. Sono fondamentali, perché con un budget limitato con il nostro una cattiva analisi dei dati può distruggerci in due-tre mesi.

Ringrazio il professor Keen per il suo tempo.

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