Ballymena in fiamme: torna l’incubo della violenza razziale nel Regno Unito

Rob Piccoli

20/06/2025

Dopo l’arresto di due adolescenti romeni per tentato stupro, la cittadina nordirlandese è esplosa: quattro notti di disordini, attacchi razzisti e polizia sotto assedio.

Ballymena in fiamme: torna l’incubo della violenza razziale nel Regno Unito

Tutto è cominciato a Ballymena, una città della contea di Antrim, Irlanda del Nord, una decina di giorni fa. Due ragazzi di 14 anni – apparentemente di origine romena – sono stati accusati di tentato stupro di una adolescente del luogo. La cosa ha scatenato quattro notti di disordini in cui moltissimi residenti (circa 2.500 persone) hanno lanciato bombe molotov, incendiato veicoli e immobili, e attaccato centri abitati da immigrati, danneggiando case e ferendo decine di poliziotti. Il fenomeno ha assunto chiaramente e fin dall’inizio toni inequivocabilmente razzisti, tanto che il governo del Regno Unito e le autorità nordirlandesi non hanno potuto fare a meno di definire gli eventi “crimini d’odio razziale”.

Trattandosi del Regno Unito, il pensiero corre inevitabilmente agli eventi di Rotherham, cioè allo scandalo degli stupri di massa su minori, compiuti tra il 1997 e il 2013 da gang composte prevalentemente da uomini di origine pakistana: circa 1.400 ragazze (per lo più bianche e provenienti da contesti vulnerabili) furono vittime di violenze sistematiche e protratte nel tempo. Le vittime venivano adescate, drogate, violentate e fatte prostituire sotto minaccia. Quella tragica serie di vicende ha visto tra l’altro il clamoroso e desolante fallimento delle istituzioni, dal momento che la polizia e i servizi sociali ignorarono sistematicamente le denunce per paura di essere accusati di razzismo e per non alimentare tensioni etniche. Alcuni funzionari arrivarono a colpevolizzare le vittime, definendole “consenzienti”.

Forse è proprio il ricordo di quel fallimento – di dimensioni francamente ciclopiche – che ha spinto i cittadini di Ballymena a tentare di farsi giustizia da soli. Ballymena, in ogni caso, come nota The Guardian, fa parte di uno schema consolidato: alto afflusso di immigrati, ostilità alla loro presenza da parte delle popolazioni locali, negazione dell’esistenza di un problema di xenofobia, poi una scintilla seguita da violenza indiscriminata. Il quotidiano dell’intellighenzia “liberal” britannica non prende tuttavia in considerazione un altro fattore, che invece ha un peso non indifferente sugli umori dei cittadini che non vivono nei quartieri “alti”, al riparo cioè dalle problematiche derivate da flussi migratori disordinati e incontrollati: molte persone in Gran Bretagna non riescono a concepire gli atteggiamenti xenofobici altrui per la semplice ragione che l’immigrazione non li riguarda da vicino, che l’immigrato non vive porta a porta con loro, ma dall’altra parte della città, nelle periferie degradate e lontane dai riflettori.

Anche altre parti del paese, ricorda ancora The Guardian, furono teatro di rivolte a sfondo razziale. Violenze si verificarono a North Shields e Liverpool nel lontano 1919, dove un marinaio di colore annegò dopo essere stato inseguito da una folla. Poi ancora Liverpool vide scene in stile Ballymena nel 1948, quando un dormitorio per marinai fu aggredito e nel 1972, quando un complesso residenziale misto fu attaccato dagli skinheads. La questione degli alloggi è in effetti ancora un punto critico: l’anno scorso otto famiglie africane – metà delle quali comprendeva infermieri e infermiere – sono state costrette a fuggire da un quartiere nella città di Antrim. Ci furono inoltre rivolte razziali a Nottingham e Notting Hill, a Londra, nel 1958. Neppure la Scozia e il Galles sono state risparmiate dal fenomeno. Proprio nel Galles, anno di grazia 1919, la voce di un “forestiero” che aveva aggredito una donna del posto aveva scatenato le folle, che riuscirono a irrompere, saccheggiando negozi e incendiando un’abitazione, mentre i media locali riportavano che la violenza si era trasformata in “qualcosa di simile a una febbre”. La violenza razziale si diffuse in tutto il Galles meridionale, raggiungendo infine Cardiff e il variegato distretto di Tiger Bay.

In tempi recenti (2024) si sono registrati numerosi episodi e rivolte a sfondo razziale o religioso (assalti a moschee) a Belfast nell’Irlanda del Nord, a Bristol nel sud-ovest dell’Inghilterra, a Londra nel sud-est e in numerose città nelle Midlands e nel nord dell’Inghilterra, come Blackpool, Hull, Leeds, Manchester, Middlesbrough, Stoke-on-Trent e Sunderland. Tanto che la Ministra degli Interni Yvette Cooper fu costretta a preannunciare provvedimenti urgenti: “Alla luce delle vergognose minacce e degli attacchi che le moschee locali hanno subito in molte comunità,” aveva dichiarato, “il governo sta fornendo rapidamente ulteriore supporto attraverso il programma di sicurezza protettiva per le moschee, insieme al supporto delle forze di polizia locali”. A sua volta il Primo Ministro Keir Starmer, appena insediato, dovette presiedere il principale comitato di crisi del governo, noto come Cobra, mentre la sua amministrazione laburista lottava per riprendere il controllo della situazione.

Insomma, se in Italia ci accusano (o pensiamo noi stessi) di essere piuttosto xenofobi, non possiamo non prendere atto che nel Regno Unito scherzano poco, con l’aggravante di una certa propensione a passare per così dire alle maniere forti che qui da noi è quasi sconosciuta. Forse anche perché, a differenza che nel Regno Unito, la politica non si è voltata dall’altra parte, o meglio una parte di essa, dando alla gente, una volta si diceva “al popolo”, la sensazione di non essere lasciato del tutto solo, in balia di un fenomeno di proporzioni gigantesche.