Rendite finanziarie, 3 motivi per cui l’aumento dell’aliquota potrebbe essere dannoso

L’aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie potrebbe portare più danni che altro. Ecco perchè

Il Governo ha deciso di aumentare dal 20% al 26% l’aliquota sulle rendite finanziarie, mentre quella sui titoli di Stato rimarrà stabile al 12,50%.

Renzi l’ha chiamata rimodulazione perché i 2,6 miliardi di gettito previsto per questa misura serviranno a ridurre del 10% l’Irap sulle imprese. Niente nuove tasse dunque, solo uno “spostamento”.

Il problema è che questa “rimodulazione”, nonostante l’esclusione di Bot, Btp ecc. potrebbe creare più danni che altro. E i primi a subirne le conseguenze potrebbero essere proprio imprenditori e imprese. Perché? Per tre motivi

Motivo numero 1
Il primo motivo riguarda il comportamento degli investitori. Spieghiamo. Il Governo, come abbiamo già detto, prevede che questo aumento porterà un gettito pari a 2,6 miliardi di euro, una cifra altissima, tenendo in considerazione l’esclusione dei titoli di Stato. La misura sarà quindi destinata a una piccola parte del mercato che però rimane fondamentale in termini di liquidità.

Ma soprattutto, sono in molti a temere che questo provvedimento, in aggiunta alla Tobin Tax, contribuirà a ridurre considerevolmente i volumi negoziati e questo l’Italia non può assolutamente permetterselo.

C’è inoltre un’alta probabilità che gli investitori, dato l’aumento sulle rendite, decidano di “ripiegare” sui titoli di Stato, cosa che potrebbe sembrare proficua nel breve termine, grazie al basso livello di interessi cui sono soggetti attualmente Bot e BTP, ma che nel lungo periodo potrebbe spingere i risparmiatori italiani ad acquistare sempre più bond italiani, creando uno scenario simile a quello che si è manifestato in Giappone.

Motivo numero 2
Il secondo motivo ha invece a che fare con la reazione che gli investitori potrebbero avere di fronte a questo aumento, soprattutto se ragioniamo a livello internazionale.

L’Italia ci ha messo una vita a guadagnarsi nuovamente la fiducia dei mercati. Addirittura, nel 2011, uno delle cause della caduta del Governo Berlusconi è stata proprio la sfiducia globale che aveva fatto impennare spread e rendimenti italiani.

Questa misura potrebbe minare la “ritrovata calma”, tanto più perché non è chiaro se l’aumento si applicherà alle nuove emissioni o se opererà anche sui titoli in circolazione, comportandosi de facto come una vera e propria patrimoniale. Questa seconda opzione, potrebbe portare a reazioni molto, ma molto gravi.

Motivo numero 3
Le aziende sono afflitte dal credit crunch e molto spesso per cercare di arrotondare e trovare le risorse necessarie alla loro sopravvivenza si rivolgono proprio al mercato obbligazionario. A dirlo sono i dati: l’Afme Association for financial markets in Europe, ha infatti calcolato che in Italia quest’ultimo ha avuto una crescita pari al 42%. E questo probabilmente proprio grazie alle imprese che, in cerca di denaro, provavano ad ampliare le loro fonti di finanziamento.

L’aumento dell’aliquota sul reddito di capitale quindi, facendo scendere l’appeal dei bond obbligazionari potrebbe nuocere proprio alle imprese. Il punto è che il Governo ha motivato questa misura con la volontà di ridurre del 10% l’IRAP e dar loro un po’ di respiro. Insomma, una contraddizione bella e buona.

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