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di Redazione Orbetech

“Nulla tornerà come prima”: una vita da robot

Redazione Orbetech

29 ottobre 2021

“Nulla tornerà come prima”: una vita da robot

Articolo di Bruno Montanari

Il testo di Nicola Zamperini mette a nudo la centralità del mondo del lavoro per il mondo della vita inteso come il luogo nel quale prende corpo la personalità di ciascuno di noi, dal punto di vista individuale, da quello relazionale e interpersonale e non ultimo, anzi cruciale, quello sociale. È su quest’ultimo aspetto che intendo soffermarmi e chiedere a chi legge di riflettere, a cominciare da una constatazione apparentemente banale e invece essenziale. La vita sociale si costruisce attraverso momenti e livelli associativi, i soli che consentono di capire il senso e la forza psicologica di quello stare insieme, che, nelle democrazie rappresentative, è il fondamento della solidarietà, della legittimazione del potere politico e del conseguente controllo critico sull’uso dello strumento normativo, che caratterizza la figura storica, e per noi ancora quotidiana, dello Stato di Diritto.

Se questa premessa viene messa a confronto con le seguenti parole tratte dal testo di Zamperini “Che l’intelligenza artificiale muterà alla radice il mercato del lavoro e quindi il capitalismo, lo dice una persona poco nota ai più, ma estremamente influente in questo ambito: Sam Altman. Con l’aumento dei lavori automatizzati, e quindi svolti dalle macchine, sorgeranno ulteriori esigenze. … Sorveglianti dei robot che potranno a loro volta essere sorvegliati da altri robot (le workforce analytics)[….]" ci si accorge che il “mutamento alla radice”, che investe il lavoro robotizzato e il capitalismo che lo governa, determina un mutamento altrettanto radicale nei rapporti sociali e politici, attraverso i quali si è costruito il mondo delle relazioni sociali, nel settore industriale e in quello politico-istituzionale. “Mondo”, che ha attraversato la vita quotidiana, e si può dire anche la “storia” personale e sociale delle generazioni vissute nel ‘900; un ”mutamento”, appunto, che caratterizza invece l’interpretazione della vita sociale delle generazioni a cavallo del secolo che viviamo.
Mi spiego, con un duplice riferimento: il primo attuale, il secondo storico.

Nulla tornerà come prima

Per il primo traggo spunto dalla attuale fase che sta attraversando la società italiana, che i media ormai denominano come “post-pandemica”. Essa consente di mettere a fuoco quali mutamenti stiano avvenendo sia sul piano politico e ordinamentale, sia su quello della sensibilità di gran parte della società, per il Diritto (con la “D” maiuscola!), come principio di controllo politico e istituzionale e fonte di ogni garanzia di libertà e riconoscimento della persona. A questo proposito mi sembra indispensabile riportare una frase che troviamo nel testo di Klaus Schwab (fondatore e presidente del Forum Economico Mondiale) e TherryMalleret (drettore associato di Monthly Barometer), Covid – 19, La grande reinizializzazione, che traduco dalla edizione svizzera (FÉM, Genève 2020): “Molti tra noi si domandano quando le cose torneranno alla normalità. Per dirla in breve, la risposta è: mai (jamais). La normalità pre-crsi è frantumata (brisée)”. (p.12)

Ciò che è definito “brisée” colpisce, infatti, direttamente la relazione stretta tra il mondo del lavoro e il mondo della vita in modo particolarmente incisivo; esso consiste in un aspetto giuridicamente inedito per un ordinamento, come il nostro, che dovrebbe essere la messa in opera dei principi dello Stato di Diritto. Quest’ultimo, infatti, garantisce al cittadino il rispetto delle propria libertà di pensiero e di comportamento e determina l’illiceità dei suoi atti solo quando costituiscono la violazione di un obbligo di legge: nullun crimen sien praevia lege penali è il famoso brocardo.

Mi riferisco al rapporto estremamente critico, e segnato anche dalla violenza, che si è stabilito nel mondo del lavoro, con conseguenze sia sul piano della vita personale che su quello delle relazioni industriali, a causa del possesso o meno del “certificato verde”. Il punto critico può riassumersi in poche battute. La chiave è rappresentata dall’uso improprio della certificazione; improprio per due ragioni giuridicamente e socialmente rilevanti.

La prima. Il mancato possesso del certificato, poiché corrisponde a una non vaccinazione, viene fatto percepire all’ambiente umano, dai media e dalle Istituzioni, come una mancanza di solidarietà interpersonale. Si trasforma così quello che le medesime Istituzioni avevano ribadito essere una libera scelta in un illecito sociale. In ciò viene violato un principio fondamentale della Stato di Diritto, che non a caso si denomina così: “di Diritto” (e non “Stato” e basta), per il quale la determinazione di una fattispecie illecita, come causa di sanzioni, può avere esclusivamente una fonte giuridico-legislativa: il brocardo di cui sopra. Il trasformare in illecito sociale un atto ritenuto libero e quindi giuridicamente lecito, significa innescare una sorta di odio sociale e quindi di diffidenza, sospetto e controllo interpersonali; in una parola, produrre frammentazione sociale. Sono arrivato al punto; il tema della frammentazione sociale, infatti, riconduce alle questioni poste da Zamperini nel suo testo. Come dire, che la gestione socio-politica della pandemia aveva, fin dall’inizio, come obiettivo finale la frammentazione sociale. È la reinizializzazione profetizzata da Schwab?

La seconda. Con l’uso e la regolamentazione del certificato si sono invertiti l’effetto con la causa. Mi spiego. Il certificato è, e non può essere altro, come dice lo stesso termine “certificato”, “render certo” qualcosa di già accaduto. In questo caso il “già accaduto” doveva essere costituito dalla terapia vaccinale, che tuttavia lo Stato ha devoluto alla libera scelta individuale e della quale non si è assunto la responsabilità per eventuali effetti collaterali possibili. Il ricorso alla certificazione, con le conseguenze limitative sia della vita personale sia di quella specificamente lavorativa, che essa prevede per chi non la possiede, è stato un modo eufemisticamente indiretto per indurre i cittadini a vaccinarsi, senza assumersene la diretta responsabilità politica e giuridica. Si è giustificata questa procedura, che definirei “suggestiva”, come un percorso pragmatico, per ottenere un risultato che politicamente sarebbe stato arduo conseguire. Tuttavia, scambiare l’effetto con la causa, per non affrontare, in termini scientificamente, economicisticamente e politicamente chiari il tema del vaccino, della sua composizione farmacologica e della sua efficacia terapeutica come “causa” per la sua libertà o obbligatorietà giuridica – va ben oltre un innocuo ed utile pragmatismo operativo, per rivelarsi invece come una sorta di disonestà intellettuale nei confronti dei cittadini, determinando, in più, quell’antagonismo sociale e conseguente frammentazione, di cui sopra.

Lavoro, frammentazione sociale e pratiche di governo

Il tema che ho inteso mettere in luce attraverso questo esempio tratto dalla contemporaneità quotidiana è il nesso tra lavoro, frammentazione sociale e legittimazione delle pratiche di governo, che la virtualizzazione e digitalizzazione tecnologiche mettono in stretta relazione tra loro, rinviando inevitabilmente alle figure globali che le progettano. Il punto critico su cui riflettere è il seguente.

Dissolvendo la fisicità dello stare insieme, soprattutto in un luogo fisico di lavoro stabile, si incide sulle abitudini mentali delle persone, il cui cervello si adatta a una sorta di pigrizia individualistica, magari allietata da suggestioni ludiche, che fa evaporare l’attrazione per ogni forma di associazionismo. Conseguenza: viene meno la base per un effettivo interesse del cittadino per le Istituzioni, per la loro configurazione giuridica e legittimità operativa, per una visione socio-politica che comprenda i corpi intermedi, che dovrebbero metterla in forma, come i partiti. Viene meno cioè l’effettività, al di là della retorica mediatica, del controllo giuridico e della critica politica intorno all’operato del governo in carica, secondo i principi di una democrazia rappresentativa e dello Stato di Diritto.

Qui entra in campo il riferimento storico sopra accennato, che ha formato la cultura delle generazioni del ‘900, non ancora digitale né virtuale e non ancora finanziariamente “globale”.

Che finne hanno fatto la «destra» e la «sinistra»?

Il secolo scorso, al quale molti di noi anagraficamente e culturalmente appartengono, aveva come centro una realtà socio-politica strettamente legata al mondo del lavoro (basti pensare alla c.d. “supplenza sindacale” ed allo “Statuto dei lavoratori” degli anni ’70). Realtà dalla quale discendeva l’idea stessa del concetti storici di “sinistra” e di “destra”, insieme a quelli di “proletariato” e “borghesia”.

Tuttavia, usare ancora oggi siffatti termini, nonostante la retorica mediatica, significherebbe muoversi in un formidabile anacronismo. L’idea di “sinistra” è storicamente collegata a due espressioni: “proletariato” e “classe operaia”; così come il termine “destra” ne evoca altre due: “capitalisti” e “borghesia”. Parole, queste quattro, che sono nate e cresciute in un contesto storico-culturale che ha trovato la sua “concretizzazione” nell’idealismo hegeliano e nel conseguente materialismo storico marxiano. Pensiero quest’ultimo, la cui “materialità” prendeva corpo attraverso il lavoro in fabbrica, e il significato stesso della vita per migliaia di uomini, donne e talora anche ragazzi, che vi si svolgeva.
Le quattro figure ora ricordate rappresentano, dunque, l’idea di essere umano in quanto “soggetto” sia individuale che plurale: l’Io, il Tu, il Noi.

“Soggetto” è sia l’Io relazionale, sia il Noi plurale, che poi quest’ultimo si chiami popolo, nazione, classe, qui non fa differenza. Fra tutti questi termini, due sono quelli che hanno una importanza decisiva per la storia della “sinistra”. Si tratta di quel Noi, detto soggetto collettivo; in altre parole, la “ classe”: proletariato e, marxianamente, anche borghesia. Sono questi due termini che configurano storicamente quel mondo storico e umano, nel quale l’individuo si riconosceva realizzato come soggetto storicamente concreto, nel senso “materiale” di effettivamente operativo e protagonista del proprio tempo. Con una differenza: il mondo “borghese” conservava in sé l’affermazione dell’individualismo capitalistico; mentre il mondo proletario riempieva di senso e di riconoscimento, attraverso la figura del soggetto collettivo, la solitudine umana del lavoratore. Ma l’uno e l’altro “mondo”, l’una e l’altra “classe”, avevano un luogo fisico in comune: la fabbrica appunto! In più, una tensione tra le due dimensioni della soggettività, quella individuale e quella plurale: liberà dell’io e uguaglianza del noi, con in mezzo, a mo’ di bilancino, la giustizia sociale. Insomma, per dirla in breve: era la dialettica “servo – padrone”, “borghesia capitalistica – classe operaia”. Dialettica rimasta viva ancora nella seconda metà del ‘900, che il capitalismo, incarnatosi prima nella Scuola di Chicago e poi nei potentati tecnologico-finanziari, ha indiscutibilmente vinto (almeno per ora).

È questa dimensione storica che occorre avere a mente per comprendere l’idea di “sinistra”, la sua trasformazione da rivoluzionaria in riformista e la sua affermazione nello Stato sociale di diritto. È’ infatti questa figura istituzionale e costituzionale che ha trasformato lo Stato di diritto liberale, egemonizzato dalla “classe borghese”, nello Stato di diritto democratico-rappresentativo. In esso libertà individuale e giustizia sociale hanno trovato, nella seconda metà del secolo passato, dopo la sconfitta delle dittature, una loro accettabile conciliazione, grazie alla mediazione culturale del pluralismo partitico e sindacale. Una composizione spesso difficile e anche tensiva, ma tutto sommato capace di allestire una certa pace sociale per il mondo occidentale, almeno fino all’ultimo decennio del secolo. Soprattutto ha consentito di alimentare la politica come “pensiero”, “visione del mondo” e “progetto sociale”.

Ho ritenuto di ricordare assai brevemente quale sia stato il mondo culturale che ha preceduto il Millennium, la sua intelligenza di vita e ricchezza di pensiero, la sua capacità di disegnare in concreto una antropologia, nella quale l’Io e il Noi, l’individuale-relazionale e il sociale avevano una identità chiaramente definita. Il “mondo” che ha disegnato così brillantemente Zamperini ha vaporizzato l’intelligenza immaginifica dell’umano per farla emigrare nella abilità computazionale dell’“artificiale”. E aggiungo che quel mondo culturale, erede dei tre secoli della “Ragione Moderna”, aveva un rispetto per il Diritto, come principio di legittimazione della politica e regolatore della economia, che il nostro mondo attuale ha dissolto nelle “intese” e negli “equilibri” confezionati dalle lobbies di potere. Non più Diritto, ma effettività del potere.

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