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di Redazione Orbetech

La mefistofelica potenza del virtuale

Redazione Orbetech

22 ottobre 2021

La mefistofelica potenza del virtuale

Il mondo virtuale ha un grande potere sul nostro modo di pensare, di comportarci e di vedere la vita. Sembra quasi che sia difficile ristabilire dei confini.

Articolo di Bruno Montanari

Google, Facebook, Amazon, Microsoft: Big Tech e Silicon Valley.
Queste sono le icone del mondo attuale, capaci di esercitare un potere effettivo sulla popolazione umana, sui modi di pensare, di comportarsi, di vedere la vita, di concepirne la sua stessa «realtà» (penso a quel mondo del «virtuale» e del «digitale», del quale qualche cenno più avanti). Il punto è, però, che in particolare il modo di operare del digitale avviene attraverso uno strumentario di uso così comune e di facile utilizzazione (almeno per le generazioni «cresciute» o addirittura «nate» digitali) che distrae la persona dalla riflessione sulla questione di fondo: il senso della vita e del vivere insieme, con prossimità di corpi, di sguardi, di voce. Anzi, il loro modo di operare non solo distrae, anzi proprio perché distrae, trova successo presso i più, perché libera dal rischio della vicinanza fisica; dal rischio dell’alterità. Da quel rischio che è, invece, una condizione strutturale della nostra esistenza al mondo; e dovrei aggiungere, a questo punto, esistenza «naturale», per distinguerla dall’altra ormai possibile: quella «virtuale», sebbene quest’ultima non disponga ancora di una strumentazione di uso comune, paragonabile a quella del digitale.

Cercherò di spiegare questo inizio nelle righe che seguono. Per il momento basti leggere le parole di Mark Zuckerberg, pronunciate per segnalare l’esaltante novità istituita da un nuovo modo di lavorare. Fare attenzione! Legare il virtuale al lavoro significa andare ad incidere su ciò che costituisce, insieme all’affetto, la base del legame sociale, con le sue proiezioni nella politica e relative visioni del mondo, nella economia, nel diritto, nell’etica. Significa, insomma, andare a innovare, modificandola, la struttura esistenziale dell’uomo come ente relazionale e sociale.

La trasformazione

Le parole scritte da Jeremy Rifkin nel 2002, nelle primissime pagine di Economia all’idrogeno, ne sono un annuncio: «La trasformazione della natura del lavoro, l’emergere delle biotecnologie e la rivoluzione nelle comunicazioni, la crescente temporalizzazione dell’attività economica e la lotta globale tra economia e cultura stanno modificando radicalmente sia la concezione sia la realtà del mondo che ci circonda».

Ecco le parole del padrone di Facebook, introdotte da un esordio di una ineffabile leggerezza espressiva, del tutto ingannevole, perché allontana dalla riflessione su quella complessità esistenziale del contenuto cui ho fatto cenno: «Il modo in cui lavoriamo sta cambiando».

Poche parole, il cui peso si chiarisce nel successivo contesto che viene evocato dal progetto «Horizon Workroom» costitutivo di una stanza di lavoro del tutto virtuale, nella quale le persone fisiche sono rappresentate dai rispettivi avatar (per saperne di più e meglio invito a leggere «Un nuovo orizzonte del lavoro» di N.Zamperini: «[Horizon] rappresenta solo una parte di questa corsa per dare alle persone più libertà di vivere dove vogliono…[al fine di] di collaborare, comunicare e connettersi in remoto, attraverso la potenza della realtà virtuale, che si tratti di riunirsi per scambiare idee o scrivere…avere conversazioni migliori che fluiscano in modo più naturale».

Che meraviglia di vita, sembrano diffondere le parole leggere come piume di Zuckerberg! La conquista della libertà promossa da questa nuova modalità di vita, fatta dal non avere il peso del corpo, fa perdere il senso del confine, che oltre ad essere materiale è esistenziale. Il confine, infatti, determinando un al di qua e un al di là, identifica un qualcosa di reale, a cominciare da quel corpo-confine nel quale trovano identità il mio Io e quella dell’Altro. Con la perdita del senso del confine si perde la realtà rappresentata dagli sguardi, che mettono in comunicazione i confini. Una libertà, insomma, prodotta dall’ossimoro naturale – virtuale, la cui contraddittorietà viene abilmente camuffata e nascosta da parole, quelle Zuckergerg, che sembrano leggere come piume.

La relazione tra natura e virtuale

Squarciamo allora il velo della superficialità accattivante, per vedere quale tipo di esistenza in realtà produce quel progetto (ed è solo «una parte della corsa») .
La prima questione mentalmente rilevante, perché si insinua subliminalmente nelle nostre teste, è proprio la relazione, che ho sottolineato essere contraddittoria, tra naturale e virtuale. Ora devo modificare il «contraddittoria» in «controfattuale». Controfattualità, che mostrerò essere razionale, logica e finanche materiale, poiché è bene tenere a mente che il naturale si specifica e si concretizza nella figura esistenziale dell’Altro, che il virtuale, invece, fa evaporare, cioè la rende niente; «nientifica» è cosa diversa da «annullare», perché nientificare significa che qualcosa esiste nei fatti ma è come se non esistesse.

Allora, poiché il virtuale nientifica la struttura stessa dell’Altro nel suo stesso concetto, facendone evaporare la fisicità, nientifica allo stesso tempo anche il nostro Io, il quale è, esistenzialmente, Altro per l’Io altrui. La conclusione è che il virtuale fa evaporare non solo l’Altro ma anche l’Io, perché l’Io perde il senso di sé, perde la forza razionale di riconoscersi come esistente al mondo. In questo ragionamento sta quella controfattualità che ho definito razionale e logica, oltre che materiale. La relazione Io – Altro, quella esistenzialmente naturale, infatti, per la quale ogni Io è anche Altro per l’Io dell’Altro, avviene entro quella dimensione naturale che individua la persona, con la sua vita, i suoi sguardi, la sua voce, i suoi pensieri, i suoi umori, il suo carattere. La liberazione del virtuale, opera proprio qui: emancipa la persona dal rischio della corporeità altrui e anche, a pensarci bene, da quello della propria, per l’Altro. E a pensarci ancor meglio emancipa dalla stessa corporeità di ciascun Io, cioè da quella di ciascuno di noi. Qui si radica quella nientificazione della relazione esistenziale Io –Altro, e dello stesso Io, operata dalle tecnologie digitali.

Eppure la virtualità viene esaltata come nuova modalità di una relazione umana, effettivamente libera, emancipata dalla propria e altrui fisicità. Cosa ne segue?

In primo luogo il non accorgersi della controfattualità razionale di naturale e virtuale significa che l’operare della ragione umana viene superato da ciò che Zuckerberg ha definito la «potenza del virtuale».

In secondo luogo, se la nuova libertà messa in forma dal virtuale è una liberazione dalla corporeità, essa è allora una emancipazione dai confini strutturali che individuano il nostro esistere al mondo come corpo, il quale è individuato dalla categoria mentale ed esistenziale dello «spazio – tempo». In una parola è una liberazione dalla nostra finitudine o finitezza (come altri preferiscono dire).
Dunque il tema davvero fondamentale, che rappresenta il terzo punto di queste osservazioni, è il significato dell’espressione «l’uomo è un ente finito» e le sue conseguenze esistenziali.

La nientificazione operata dal virtuale, di cui ho parlato, ha per oggetto la costituzione stessa della nostra esistenza al mondo: rendere irrilevante la dimensione della finitudine, della quale l’uomo naturale però non può disporre. Significa far apparire il non disponibile come disponibile. É qualcosa di mefistofelico.
E allora vediamo. Quale scenario esistenziale si apre?

Il confine

Torno all’immagine del «confine» che mi consente di parlare della finitudine come quel dato del nostro esistere al mondo che, determinando la pensabilità stessa della mia soggettività, introduce, come suo fattore strutturale e anche «costitutivo» (questo è il punto su cui riflettere fino in fondo) l’alterità. Come dire che il mio Io si struttura e si costituisce nella sua esistenza al mondo unitamente al concetto di Altro.

Il senso del finito, dunque. Esso è evocato dal dovere constatare materialmente che noi ci muoviamo in un mondo fatto di cose, di perone, di pensieri, di immagini, di ragionamenti che sono fuori del mio Io. L’idea di finito si lascia interpretare quindi come quel limite empiricamente e materialmente riscontrabile che consiste nell’affermare l’esistenza di qualcosa di altro. Dico di più: se Io sono finito, la mia stessa «testa», cioè la logica che opera nella mia ragione, mi dice che necessariamente vi è qualcosa d’altro. L’immagine del confine mi sembra efficace: esso (il confine) delimita, separa, ma al tempo stesso, proprio delimitando e separando, determina la necessità, empirica e logica, di qualcosa di altro; di un al di là, di un oltre. Ciò significa che intrinseca alla realtà della finitudine vi è quella dell’alterità, dell’oltre. Con ciò voglio dire che il concetto di «alterità» non si limita a quello empiricamente determinabile, ma appartiene alla stessa logica con la quale opera la ragione umana; intendo quella naturale!
La chiave è, allora, l’idea di confine.

Come ho già accennato, il primo «confine» è rappresentato dal nostro stesso corpo, che è il corpo di ciascuno di noi. Posso aggiungere – e credo indiscutibilmente – che tale affermazione possa valere «in universale», poiché a tale confine nessuno, in quanto essere vivente e in quanto uomo in particolare, può sottrarsi, né di esso può disporre: non posso diventare «non-finito». Il corpo, quindi, è il darsi fenomenico, e - aggiungerei - simbolico, di una modalità universale della nostra esistenza al mondo, in quanto «esseri umani», enti finiti. Un inciso: la consapevolezza del «confine», cioè della propria finitudine, è ciò che costituisce la differenza dell’ente-uomo dagli altri viventi. Vado avanti, limitandomi al riferimento umano.
Ogni finito implica necessariamente, quindi un altro da sé e, torno a sottolineare, necessariamente sul piano logico, oltre che su quello della evidente osservazione empirico-fenomenica.

Tale finitudine è così intrinseca alla struttura stessa dell’Io, che essa incontra la prima alterità nel «me», della quale nessun io può spogliarsi, tant’è che, come tutti sappiamo, proprio l’equilibrio psichico-psicologico di tale relazione (io-me), qualora non si realizzi in modo accettabile, è alla origine di quei disturbi e di quelle patologie psichiche, o del carattere o, ancora, del comportamento emotivo, che sono uno degli oggetti della ricerca psicoanalitica e della clinica psichiatrica. A questa si aggiungano le attuali ricerche delle neuroscienze, volte a decrittare il funzionamento delle aree del nostro cervello naturale: ragionamento, riflessione, parola, emozioni…

Dalla prima alterità costituita dal mio medesimo me (di cui ho detto), costitutivo dunque della soggettività di ognuno, l’alterità si determina e si manifesta nella vita quotidiana nella reciprocabilità dell’Io-Tu: ogni Io è un Tu per l’Io dell’Altro. E poi, dalla relazione interpersonale si passa alla relazione sociale: al Noi più vicino e a quello che spazia nel «mondo». E la relazione interpersonale e sociale non è solo una relazione tra corpi, ma tra menti e modalità di vita; e allora quell’alterità si realizza in quei sistemi di pensiero, che hanno fatto la storia dell’uomo sulla terra. E così l’alterità prende la forma dell’oltre.

In definitiva, la finitudine costitutiva della nostra esistenza al mondo è quel confine, che, delimitando, identifica la soggettività dell’io, e, anche, contiene in sé una relazione oggettivamente ineliminabile con ciò che è altro: il Me, il Tu, i Noi, il Mondo, i sistemi di pensiero. Questo tutto è strutturato nello spazio e nel tempo; categorie della mente umana (non quelle della fisica), che costituiscono il fondamento di ogni confine visibile e della stessa pensabilità. E ciò vale per ogni uomo, per ogni vita apparsi sulla terra; dunque è una struttura esistenziale portatrice di un messaggio universale.

Come il virtuale si insua dentro di noi

Ho detto sopra che la potenza del virtuale conclamata da Zuckergerg disegna un mondo mefistofelico; mi auguro che ora se ne comprenda il perché.
Il virtuale insinuandosi nella naturalità dell’umano opera diabolicamente in due modi. Da un lato si insinua dentro l’essere umano in modo subliminale, in virtù della capacità di attrazione e fascino del suo strumentario digitale. Pensate quanto è comodo, epidermicamente solleticante e piacevole stare insieme ad altri senza muoversi dalla propria poltrona, senza avere il fastidio di uscire di casa, di vestirsi, di trovare un’ora e un luogo dove incontrarsi; senza doversi imbattere in un cattivo carattere altrui, in un alito sgradevole, in uno sguardo sbilenco…. Che liberazione! Sono finalmente Io, e solo Io, non devo avere a che fare neppure con il mio Me; sono assolutamente IO, senza confine. Solo, con tutta la mia assoluta libertà; eppure posso avere interazione con chi voglio, ma senza il rischio della relazione: interazione sì, relazione no. Dall’altro, rende irrilevante, cioè nientifica, quel confine che struttura la finitudine dell’esistenza umana. Cioè, eluso virtualmente il confine, l’essere umano conquista virtualmente l’Assoluto. Un Assoluto dove l’Io naturale, immerso inconsciamente nel virtuale, liberato dalla reciprocità fisica del Tu e della vicinanza del Noi, si trasforma in sorta di «Vispa Teresa»che grida a sorpresa: l’ho presa l’ho presa… cosa? Il mio essere diventato quel niente, che Zuckerberg e soci stanno producendo a tappe forzate tra suoni di trombe e rulli di tamburi. Trombe e tamburi che annunciano, come nel virtuale di una fiaba, l’effettivo Assoluto: quello che si svolge virtualmente nella potenza materiale e globale che governa il mondo della vita.

Mi chiedo, concludendo queste righe, se a Zuckergerg e Compagni sia mai capitato di riflettere sulle questioni che l’astrofisico Heino Falcke, ha posto, concludendo l’Introduzione ad un suo testo del 2020: «…cosa genera questo tipo di conoscenza in noi esseri umani, piccoli abitanti di un pianeta meraviglioso? Il trionfo della scienza significa che presto potremo sapere, misurare, prevedere tutto? C’è ancora spazio per l’incertezza, la speranza, il dubbio, un Dio

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