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di Redazione Orbetech

Le «fake news» e il Virus della Democrazia

Redazione Orbetech

12 novembre 2021

 Le «fake news» e il Virus della Democrazia

Negli ultimi anni il linguaggio comune e diffuso è cambiato: parliamo per immagini e ci nutriamo di emozioni, prima fra tutte le paure. Da qui nascono le fake news.

Articolo di Antonio Cecere

Francesco Marino, nel precedente intervento sul nostro spazio virtuale di dibattito, ci invita a «ragionare sulle cause» della credulità dell’utente medio dei social network. Oggi esiste una massa indistinta di naviganti del web incapace di distinguere una notizia autentica, un fatto di mera cronaca, da una improbabile fuga di notizie di sedicenti esperti che «solo loro» hanno il coraggio di dire al mondo. Sempre più persone sono disposte a credere a un «meme» invece che a un saggio scientifico, sempre più donne e uomini si fermano a un titolo sensazionale e non tentano neanche di controllare la fonte di quello che è scritto in articolo spesso postato da finti giornali e testate inventate da siti «acchiappa-like».

Marino ci invita a fare un’analisi delle cause di questo stordimento, a cui tutti noi siamo soggetti. La mia idea è che le cause siano molteplici e credo che il primo fattore di disturbo cognitivo sia da rintracciare, come ha bene spiegato Edgar Morin, nello tsunami di informazioni e di stimoli visivi che ci travolge quotidianamente e che ci rende difficile un lavoro minimo di analisi di ciò che troviamo scritto sui nostri device.

Quando leggiamo uno scritto sul nostro smartphone, il testo non resta fermo davanti a noi permettendoci di collegare il pensiero alla scrittura secondo le naturali attitudini del nostro cervello alla lettura, ma tutto ci scorre velocemente in un flusso di impulsi luminosi che sono affastellati da immagini invadenti e filmati che sono fuori contesto e portano messaggi suadenti di scintillanti pubblicità, creando uno sfasamento continuo fra la coerenza dello scritto e messaggi neanche tanto subliminali delle pubblicità.

Perché parliamo per immagini

Ma c’è una causa che è prettamente politica e che va spiegata partendo da un presupposto preciso: bisogna abbandonare l’ingenua credenza che la tecnologia sia un neutro strumento funzionale alla vita dell’uomo. Bisogna, al contrario, capire subito che il WEB è uno «spazio di esperienza», un pascolo fertile, una collina ventilata edificabile, un luogo per lavorare e uno spazio di ricerca di consensi elettorali. Il web è molto altro, ma è essenzialmente il «nuovo mondo» da colonizzare e da evangelizzare, e noi utenti, al massimo, possiamo recitare la parte del «buon selvaggio» ignaro dell’avvento di una nuova civiltà che ci porta un nuovo linguaggio, una «buona novella» e una nuova dimensione di assoggettamento.
Eppure l’ambiente digitale, il «nuovo mondo», è conteso fra una schiera di entusiasti sostenitori e una feroce schiera di intellettuali critici.

Se andiamo ad analizzare le ragioni di chi vede un radioso futuro per l’umanità, grazie alla tecnologia e al web, e le ragioni di chi è terrorizzato dagli effetti negativi degli strumenti informatici sulle capacità degli uomini contemporanei, potremmo asserire che tutte e due le posizioni sono nel giusto. A nostro avviso, infatti, il web e la tecnologia sono già un grande passo avanti per l’accrescimento esponenziale della conoscenza umana e per la possibilità di ognuno di accedere a conoscenze sempre più fondamentali per la propria crescita come individuo autonomo e libero. Abbiamo, allo stesso tempo, la capacità di osservare come queste possibilità influiscano negativamente sui cittadini, quando questi non abbiano le conoscenze culturali, o non siano informati a sufficienza sui fatti politici, per rendere le informazioni funzionali allo scopo per cui sono nate. Dunque la nostra tesi di fondo è che la tecnologia e internet sono una grande risorsa, ma la maggioranza degli uomini non è in grado di sfruttarla al meglio per la propria crescita di uomo e di cittadino. Non cresce l’ignoranza grammaticale e culturale per colpa dell’espansione del web, manca, invece, proprio una conoscenza degli strumenti e delle possibilità del digitale quale funzione positiva per l’umanità.

La nostra tesi si muove dunque su due piani: un piano è quello del rapporto fra il singolo consumatore e la tecnologia, l’altro è quello politico del rapporto fra il singolo cittadino e il potere finanziario che controlla la rete e che detta le regole del linguaggio pubblico.

La tecnologia sta influendo negativamente sulla capacità degli uomini di accrescere la propria autonomia di giudizio, ma solo perché i linguaggi che la società capitalista veicola attraverso la rete, di cui possiede il controllo, sono linguaggi che impediscono volutamente il progresso del pensiero critico. Bisogna dunque affermare con forza che il capitalismo ha bisogno di linguaggi acritici per affermarsi ed espandersi secondo un piano che è funzionale al proprio sviluppo.

Questo è spiegabile, sul piano del rapporto fra il singolo uomo e la rete, ponendo attenzione ai mutamenti con cui il linguaggio, che veicola i concetti del pensare umano, abbia sostituito alle parole (che siano espresse oralmente, per scritto, su carta o su internet) le immagini, rendendo difficile lo sviluppo della capacità creativa degli uomini. Quando l’uomo perde il suo afflato creativo, smette di essere autonomo nella sua capacità di generare la realtà secondo il proprio genio e diventa un semplice consumatore di idee di altri.

Sul piano politico dobbiamo sforzarci di guardare alla società contemporanea quale prodotto della vittoria della mentalità economicista, che è alla base del modello capitalista. La società economicista ha sostituito al mito illuminista del progresso lo schema aziendale dello sviluppo. Questo assunto ci spinge ad osservare che il fondamento della politica e della cultura sono assoggettate all’idea che ogni strumento, o pratica umana, debba essere funzionale ad una resa economicamente sostenibile per il modello imperante. Questo spiega, a nostro avviso, come il web sia modellato per ottimizzare la produttività delle aziende e sia pensato per trasformare le opportunità culturali che esistono per tutti, in occasioni commerciali per le sole aziende che ne detengono il controllo.

Oggi è evidente il prosperare delle immagini quale veicolo di comunicazione dei concetti, basti pensare all’uso estremo delle emoticon nei dialoghi tra amici su WhatsApp, piccole figure che stanno per le nostre emozioni o per le nostre dichiarazioni di apprezzamento o diniego di una richiesta del nostro interlocutore. Questa evidenza è stata certamente favorita dallo strumento tecnologico, ma è figlia dei linguaggi che si sono imposti negli ultimi settanta anni con l’affermazione del linguaggio della pubblicità. Giorno dopo giorno, il lessico pubblicitario si è affermato nella coscienza collettiva al posto della letteratura e della lingua nazionali, grazie all’esplosione dei consumi. Per vendere un prodotto, l’azienda deve ottimizzare e semplificare il linguaggio, al fine di creare l’emozione che spinge il singolo all’acquisto di un prodotto.

Se si vuole una prova dell’evoluzione di questo processo, se si vuole verificare con la propria esperienza quanto ognuno di noi sia immerso in questo mutamento, si deve pensare all’inversione che è sotto gli occhi di tutti del rapporto tra parola e immagine sui social network.

Le piattaforme più seguite in questi anni sono Instagram e Tik Tok. Percorrendo a ritroso l’evoluzione di questi aggregatori sociali, si è passati dalla pratica di Facebook: “a cosa stai pensando” - un invito a dichiarare con parole ad effetto la propria opinione su un qualunque argomento da discutere con gli amici- alle foto autocelebrative di Instagram fino ai mini video su Tik Tok, dove l’utente balla e in pochi secondi cerca di mettersi in mostra, secondo un linguaggio tipico dello spot promozionale.

Il web, le emozioni e le fake news

Questo breve excursus tratteggia l’evoluzione del linguaggio comune così come è trasformato dalla rete che predilige l’immagine e il video-spot, capaci di eccitare la reattività emotiva, alla scrittura che è, invece, promotrice di un dialogo tra opinioni diverse e in grado di mettere in moto il pensiero critico.

In questo modo la speranza di aver trovato un luogo di condivisione del pensiero, un teatro per mettere in scena la coscienza collettiva, ha lasciato il posto alla realizzazione di un gigantesco flusso emozionale prodotto dagli stessi utenti che, con i loro comportamenti, dimenticano il proprio ruolo di cittadini e si conformano alla dimensione di meri consumatori.

Le fake news sono spesso composte da un titolo ad effetto accompagnato a delle immagini fuori contesto che sovrastano un testo scarno e con slogan che si ripetono nel tempo: «non ce lo dicono», «condividete prima che lo censurino», «il premio Nobel eretico» e molti altri cliché secondo il tema trattato. Volendo anche noi utilizzare il dibattito sul «virus-corona» quale esempio esplicativo per la nostra tesi, osserviamo che mentre ci si batte tra «no/si vax» e green-pass «strumento di salvezza/marchio razziale», pochi stanno ragionando su alcuni problemi che a me sembrano più interessanti: chi decide il prezzo del vaccino? In un tempo di pandemia mondiale che fondamenti giuridici ha il brevetto farmaceutico visto che la sperimentazione è fatta direttamente su i cittadini? Non dico che il brevetto non sia lecito, domando solo quanto la politica si sia interrogata sui fondamenti di questo codice della proprietà industriale (Cpi) emanato nel 2005 come riorganizzazione dei numerosi testi legislativi precedenti.

Visto che il Cpi fa propri i principi generali e i contenuti della Convenzione di Parigi del 1883, ovvero il primo trattato internazionale sui brevetti che è sottoscritto da 177 stati contraenti, e rappresenta un punto di riferimento internazionale per la protezione della proprietà industriale, non sarà ora di aggiornarlo nuovamente? Non sarebbe dunque il caso di discutere di questo «codice» e riaggiornarlo difronte alle evidenze di malattie planetarie e disastri economici che impoveriscono imprese, lavoratori e famiglie e arricchiscono solo le grandi industrie farmaceutiche? Le spese sanitarie stanno depauperando i fondi pensioni? I costi del vaccino stanno trasferendo risorse strategiche dei Paesi che faranno mutare gli equilibri politici mondiali?

Ho l’impressione che le fake news sul vaccino, che spingono sul fuoco delle paure, paure legittime per la salute personale, siano create proprio da chi il vaccino lo vende, altro che «non ce lo dicono»!

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Ce lo dicono proprio coloro che non intendono discutere di costi, guadagni e proprietà. Mettendo classi di lavoratori le une contro le altre, medici contro pazienti, scienziati contro giornalisti, forze dell’ordine contro sindacati, il popolo del web si concentra sull’immediato delle disposizioni di governi inadeguati e pasticcioni, ma pochi si occupano delle mutazioni economiche e sociali di lunga durata. In fondo, come abbiamo detto, il web è il luogo del dibattito emozionale e non c’è emozione più coinvolgente della paura per la propria vita, spingendo su questa paura siamo poco concentrati sul futuro della struttura economica del Pianeta e abbiamo perso quel senso sociale su cui ogni democrazia si dovrebbe fondare.

Forse più che la dittatura sanitaria, le fake news proteggono il «furto alla sanità». L’emozione del momento ci obnubila la riflessione sul futuro, un bel balletto su tik tok, ci toglie il tempo di guardare fuori dalla finestra come sta cambiando la nostra città impoverita dal rastrellamento di risorse collettive che finiscono in mano a poche industrie chimiche.

La fake news è lo strumento aggiornato della censura preventiva dell’Ancien Régime: mentre nell’epoca dell’assolutismo monarchico il potere aveva bisogno di evitare che un’informazione scomoda venisse veicolata da giornali e libri a stampa, oggi è con la divulgazione smodata di false notizie che si confonde il piano del «vero» dal «falso». Queste fake news sono più efficaci di qualunque censura, e sono gli stessi utenti dei social a farsi «censori» della verità in favore di comode narrazioni che somigliano sempre di più al proprio vissuto emotivo di consumatori di favole consolatorie.

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