Aumento di stipendio per chi lavora in condizioni disagiate, la nuova sentenza del Consiglio di Stato

Simone Micocci

28 Agosto 2026 - 16:29

Lavorare in condizioni di disagio dà diritto a un aumento di stipendio, anche se non previsto dalla contrattazione collettiva.

Aumento di stipendio per chi lavora in condizioni disagiate, la nuova sentenza del Consiglio di Stato

Lo stipendio deve essere commisurato al lavoro svolto. È questo il principio, tanto semplice quanto importante, sul quale si fonda una recente sentenza del Consiglio di Stato, la n. 4969 del 22 giugno 2026, destinata a diventare un riferimento per tutti quei lavoratori che svolgono la propria attività in condizioni particolarmente disagiate.

Nel valutare se una retribuzione è adeguata, infatti, non bisogna considerare solamente il numero di ore lavorate: contano anche l’ambiente nel quale viene svolta la prestazione, come pure la particolare gravosità delle mansioni. È proprio su questo concetto di “disagio” che si è concentrato il Consiglio di Stato, riconoscendo la possibilità di introdurre un’indennità specifica persino quando non è prevista dal contratto collettivo applicato dall’azienda.

Come più volte abbiamo avuto modo di spiegare, in Italia sono principalmente i contratti collettivi a stabilire i livelli retributivi e i criteri utilizzati per calcolare lo stipendio. Ciò non significa, però, che quanto previsto dal Ccnl sia sempre sufficiente: il giudice può intervenire quando la retribuzione non rispetta i principi di proporzionalità e adeguatezza stabiliti dalla Costituzione.

Ed è quanto accaduto nel caso esaminato dal Consiglio di Stato, una decisione che potrebbe fare scuola: ecco cosa è successo e chi potrebbe beneficiarne.

Il caso di specie

Partiamo dall’analizzare il caso sul quale si è pronunciato il Consiglio di Stato, una vicenda che riguarda un’azienda attiva nella distribuzione di prodotti surgelati, che applicava regolarmente ai propri dipendenti il Ccnl Commercio.

Alcuni lavoratori erano impiegati per diverse ore al giorno all’interno di celle frigorifere, dove la temperatura poteva scendere fino a 24 gradi sotto lo zero. Una condizione particolarmente gravosa che, pur essendo indicata anche nei documenti aziendali come un fattore di rischio elevato, non veniva compensata da alcuna indennità specifica.

Dopo un controllo, l’Ispettorato territoriale del Lavoro ha quindi imposto all’azienda di raggiungere, entro tre mesi, un accordo sindacale che riconoscesse ai dipendenti interessati un’indennità per l’esposizione al freddo, di importo compreso tra l’8% e il 12% della retribuzione, a seconda del tempo trascorso nelle celle frigorifere.

Tuttavia, l’azienda ha contestato il provvedimento, sostenendo che l’Ispettorato non potesse imporre un aumento non previsto né dalla legge né dal contratto collettivo applicato.

In un primo momento il Tar del Veneto le ha dato ragione, ma l’Ispettorato ha presentato ricorso al Consiglio di Stato, che ha ribaltato la decisione, riconoscendo pertanto il diritto all’aumento.

Quali sono le condizioni di disagio?

La sentenza ci dice quindi che, per valutare se lo stipendio è adeguato bisogna guardare tanto alle mansioni indicate nel contratto quanto alle condizioni nelle quali viene svolto il lavoro. Un ambiente particolarmente gravoso può infatti rendere insufficiente la retribuzione prevista dal Ccnl, pur quando il datore di lavoro lo applica correttamente.

Non esiste un elenco preciso delle condizioni che danno automaticamente diritto a un’indennità, l’importante è che il disagio sia oggettivo, rilevante e non occasionale. Nel caso esaminato, ad esempio, sono risultate decisive la permanenza per diverse ore al giorno a temperature comprese tra 20 e 24 gradi sotto lo zero e la presenza di un rischio elevato riconosciuto dagli stessi documenti aziendali.

Il principio potrebbe quindi riguardare anche altre situazioni nelle quali il lavoratore è esposto con continuità ad ambienti o temperature particolarmente ostili o condizioni che rendono la prestazione molto più gravosa rispetto a quella normalmente considerata dal contratto collettivo.

Bisogna ovviamente verificare se il disagio sia già compensato da una specifica voce della retribuzione. Laddove non fosse così, allora l’Ispettorato o il giudice possono prendere come riferimento anche altri contratti collettivi relativi ad attività simili, così da stabilire se lo stipendio riconosciuto rispetti davvero i criteri di proporzionalità e adeguatezza richiesti dalla Costituzione.

Cosa fare in caso di disagio non pagato

A questo punto, chi ritiene di lavorare in condizioni particolarmente disagiate senza ricevere un compenso adeguato dovrebbe innanzitutto controllare il Ccnl applicato e le singole voci riportate in busta paga.

In quel caso, se non riconosciuta, il datore di lavoro starà violando la normativa.

Bisognerà come prima cosa documentare le condizioni nelle quali viene svolta l’attività: possono essere utili, ad esempio, i turni di lavoro, la durata dell’esposizione al disagio, le comunicazioni aziendali e le valutazioni dei rischi effettuate dal datore di lavoro. Il problema può quindi essere segnalato al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e al sindacato, chiedendo l’apertura di un confronto con l’azienda.

Qualora non si arrivi a una soluzione, il lavoratore può rivolgersi all’Ispettorato territoriale del Lavoro, i cui ispettori possono valutare non soltanto se il Ccnl viene applicato correttamente, ma anche se lo stipendio è davvero adeguato alle condizioni nelle quali viene svolta la prestazione. Resta possibile anche rivolgersi al giudice del lavoro per chiedere il riconoscimento delle eventuali differenze retributive, con l’importo che dovrà essere definito a seconda dei casi.