Metalli sotto pressione, l’America cerca alluminio mentre il rame resta vicino ai record

Sergio Giraldo

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Offerta insufficiente, tensioni geopolitiche e nuovi dazi tengono sotto pressione alluminio e rame nonostante i timori sulla crescita globale.

Metalli sotto pressione, l'America cerca alluminio mentre il rame resta vicino ai record

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Il mercato dei metalli industriali entra nell’autunno con due segnali apparentemente contraddittori. Da una parte tornano le preoccupazioni per la crescita mondiale, alimentate dal petrolio sopra i 90 dollari, dalle tensioni con l’Iran e dalla prospettiva di una Federal Reserve più restrittiva. Dall’altra, l’offerta di alcune materie prime resta talmente tesa da impedire una vera correzione dei prezzi. È il caso del rame, ancora vicino ai massimi storici, e soprattutto dell’alluminio negli Stati Uniti, dove la scarsità è ormai diventata anche un problema strategico.

Il 60% dell’alluminio americano arriva dall’estero

Donald Trump lo ha detto senza mezzi termini durante un comizio virtuale in Oklahoma, nel pieno della campagna per le elezioni di medio termine: gli Stati Uniti hanno un bisogno disperato di alluminio. Il Paese importa ancora circa il 60% del proprio fabbisogno e il Canada resta di gran lunga il principale fornitore. Una dipendenza che oggi entra in collisione con la politica commerciale della Casa Bianca, dopo l’aumento al 50% dei dazi sulle importazioni di alluminio deciso nel giugno 2025.

L’obiettivo è ricostruire capacità produttiva nazionale, ma i tempi dell’industria pesante sono incompatibili con quelli della politica e, soprattutto, con quelli della difesa. Il nuovo impianto progettato a Inola, in Oklahoma, da Century Aluminum ed Emirates Global Aluminium, sostenuto da 500 milioni di dollari federali, non dovrebbe iniziare a produrre prima di almeno tre anni.

Il nodo dell’alta purezza

Il punto più delicato riguarda l’alluminio ad alta purezza utilizzato in alcuni sistemi militari. Gli Stati Uniti dispongono di un solo produttore nazionale significativo e dipendono in larga misura dagli Emirati Arabi Uniti. L’attacco iraniano di marzo contro l’impianto Al Taweelah di Emirates Global Aluminium ha mostrato quanto questa catena di approvvigionamento sia vulnerabile: lo stabilimento è in fase di ripristino, ma finora è tornato operativo soltanto per un quarto della capacità.

Il Pentagono aveva del resto già simulato nel 2025 una crisi dell’offerta di alluminio in caso di guerra su larga scala. Le conclusioni: nuovi impianti, riaperture e maggiore riciclo migliorerebbero la sicurezza industriale americana, ma nessuna di queste misure basterebbe a coprire il fabbisogno militare nel giro di due anni. La soluzione immediata sarebbe accumulare scorte, proprio mentre il metallo disponibile sul mercato mondiale si riduce.

Il Midwest Premium misura la corsa al metallo

La tensione si legge nel Midwest Premium, il sovrapprezzo pagato negli Stati Uniti rispetto alla quotazione del London Metal Exchange. Il premio spot è arrivato a circa 2.467 dollari per tonnellata, ossia 850 dollari oltre il livello teoricamente spiegabile dal dazio del 50%. C’è quindi una competizione reale tra Stati Uniti, Europa e Asia per assicurarsi il metallo disponibile, che va ben oltre il peso della tariffa.

Rame, una correzione finanziaria su fondamentali stretti

Anche il rame presenta un problema di offerta, sebbene su scala più globale. Dopo un agosto in rialzo di quasi il 4%, il metallo ha corretto per due sedute consecutive, scendendo poco sotto i 14.200 dollari per tonnellata al London Metal Exchange. Il calo riflette soprattutto il ritorno dei timori macroeconomici: il rincaro del petrolio alimenta aspettative inflazionistiche, che a loro volta trascinano l’ipotesi di nuovi aumenti dei tassi capaci di raffreddare l’economia.

Dietro la correzione, però, resta una disponibilità fisica molto stretta. A luglio il Cile, primo produttore mondiale, ha estratto 403.424 tonnellate, il 9,4% in meno rispetto allo stesso mese del 2025: diverse tempeste nelle regioni minerarie settentrionali e lavori di manutenzione nei principali impianti hanno rallentato sia l’estrazione sia la lavorazione. Per questo la frenata del rame appare, almeno per ora, poco industriale e molto finanziaria. I timori sulla crescita possono ridurre temporaneamente le quotazioni, ma non risolvono il problema della capacità produttiva.

Gli Stati Uniti cercano dunque di ricostruire in fretta una filiera dell’alluminio che hanno lasciato dipendere dall’estero, mentre il rame continua a scontrarsi con una produzione mondiale che fatica a tenere il passo della domanda. In entrambi i casi la disponibilità fisica del metallo è tornata a pesare almeno quanto le aspettative sull’economia.

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