Lehman Brothers dieci anni dopo: cos’è cambiato?

Cos’è cambiato e cosa cambierà ancora nell’industria del corporate e investment banking, a 10 anni da quello che viene considerato il più grande disastro finanziario degli Stati Uniti? L’analisi di Oliver Wyman

Lehman Brothers dieci anni dopo: cos'è cambiato?

Il 15 settembre del 2008 fallisce a New York Lehman Brothers.
Il colosso finanziario fondato nel 1850 dichiara bancarotta, dopo un caos durato settimane.

Solo un mese prima del crollo, Lehman annunciava un capitale di 28 miliardi di dollari, dopo perdite per 6 milioni da poco registrate, subito seguite però da un aumento di 10 miliardi di dollari.
Nulla lasciava presagire quello che sarebbe successo di lì a poco. Di fatto, stando ai dati, la banca aveva un patrimonio maggiore rispetto all’anno precedente.

Ma non mancava chi aveva subodorato qualcosa, prima tra tutte la Federal Reserve, che andò oltre i numeri mostrati in superficie.
Il governo USA, che in seguito sborsò 85 miliardi di dollari per far riemergere dai fondali il colosso assicurativo Aig, non provò neanche a salvare la banca, sostenendo che anche i fondi non averebbero cambiato la situazione.

A 10 anni dal disastro Lehman Brothers: cosa è cambiato?

Oggi, a 10 anni dal quel tragico default, cosa è cambiato esattamente nell’industria del corporate e investment banking?

A chiederselo è Oliver Wyman, leader globale nella consulenza manageriale, che nota come il settore degli investimenti sia stato soggetto da allora a diversi e importanti cambiamenti, costituiti in primis da regolamentazioni molto più severe su capitale, liquidità, condotta di business, tutela dei clienti e risolvibilità in caso di crisi.

Proprio in conseguenza di una normativa più stringente e previsionale, c’è stato un radicale mutamento dei dati secondo Oliver Wyman.

L’azienda newyorkese nota infatti come i numeri complessivi riferiti all’industria bancaria siano mutati in maniera molto evidente, con ricavi passati da 290 a 240 miliardi di dollari e ricavi di capital markets da 220 a 170 miliardi di dollari (con al loro interno quelli del trading passati da 65 a 15 miliardi di dollari).

In più, si è registrata una riduzione dei costi, da 195 a 150 miliardi di dollari, mentre è quasi quasi raddoppiato il capitale necessario a sostenere il business.
A trarre maggiori benefici da questo nuovo sistema sono, secondo Oliver Wyman, le grandi banche universali globali come JPMorgan, “gli asset manager, le borse e le infrastrutture di mercato”.

Maggiori quote di mercato europee se le sono assicurate le banche americane, passate dal 40 al 50%, e - nota l’azienda statunitense - a dominare in questi anni sono state le realtà in grado di “riposizionare il core business”: non più trading e fixed income ma wealth management e digitale.

Cosa cambierà?

Per il futuro, il digitale assumerà un ruolo sempre più importante secondo Oliver Wyman, a fronte di una crescita ancora debole, “margini compressi per impatto delle nuove tecnologie” e un’elevata volatilità.

Sul fronte italiano, al momento le banche di investimento si mostrano di dimensioni e portata notevolmente inferiori rispetto a quelle europee e investono molto di meno sul digitale:

“La crescente necessità di scala per investire in nuove tecnologie digitali pone pertanto dei rischi prospettici di sostenibilità del modello di business. A fronte della Brexit e della crescente perdita di quote di mercato a favore delle banche di investimento americane, si potrebbe assistere ad un processo di consolidamento cross border che non ci vedrebbe favoriti”,

conclude l’azienda USA.

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