L’Italia fa paura agli investitori (e potrebbe peggiorare presto)

Ecco perché gli investitori sono preoccupati per l’economia italiana.

L'Italia fa paura agli investitori (e potrebbe peggiorare presto)

Secondo molti analisti, l’Italia è la maggiore minaccia all’economia dell’eurozona, anche se i dati recenti sono sopra le previsioni.

La variazione percentuale del PIL italiano su base annua è solo la metà della media dell’eurozona e la crescita è destinata a rimanere tale nel prossimo futuro.

L’economia italiana, secondo le previsioni, crescerà dello 0,9% quest’anno e dell’1,1% nel 2018, secondo le previsioni della Commissione Europea. L’eurozona è cresciuta ad un ritmo del 2,1% su base annua nel secondo trimestre di quest’anno, dall’1,9% del primo trimestre, cifre che l’ufficio statistico dell’UE ha mostrato all’inizio di questo mese.

Comunque, i recenti dati italiani hanno positivamente sorpreso gli analisti: la disoccupazione è scesa dello 0,7% nella prima metà dell’anno, la disoccupazione giovanile è scesa a circa il 35%, l’indice del settore terziario è ai massimi degli ultimi 10 anni e tre banche sull’orlo del fallimento sono state salvate diminuendo i timori per il settore bancario.

Ci si aspetta che la ripresa continui ma i rischi futuri sono significativi”, ha detto il Fondo Monetario Internazionale alla fine di luglio. Il FMI ha rivisto al rialzo le sue previsioni per la crescita italiana quest’anno ma ha avvertito che “i rischi al ribasso sono significativi”.

I problemi principali dell’Italia

Il FMI crede che i problemi principali dell’Italia includano “le incertezze politiche, i possibili contrattempi nel processo delle riforme, le fragilità finanziarie e la rivalutazione dei rischi sul credito durante la normalizzazione della politica monetaria”.

C’è una grande quantità di non performing loan (NPL) - la ripresa economica è in atto ma con un ritmo molto lento e c’è un rischio politico all’orizzonte con l’avvicinarsi delle elezioni politiche.

Crediti deteriorati e debito pubblico troppo alto

Secondo le cifre del FMI, il livello dei NPL italiani è rimasto a 356 miliardi di euro alla fine di giugno dell’anno scorso, corrispondenti al 18% dei prestiti totali per le banche italiane, equivalente al 20% del PIL italiano e di un terzo del totale degli NPL dell’area euro. I dati sono scesi da quando c’è stato il picco della crisi ma sono necessarie ancora misure addizionali, ha detto l’FMI.

Gli alti livelli di crediti deteriorati limitano le abilità delle banche di fornire prestiti e possono far allontanare i fondi dai settori dell’economia più produttivi. Questo in particolare può essere un problema per un paese indebitato come l’Italia. Si prevede che il debito pubblico arriverà al 133% del PIL quest’anno e al 131,6% nel 2018, secondo i dati del FMI. Se il paese non dovesse prendere dei provvedimenti per affrontare il suo cumulo di debiti, allora l’Italia potrebbe diventare un grande problema nel momento in cui la BCE inizierà ad alzare i tassi di interesse, come si aspettano i mercati.

Tassi di interesse più alti potrebbero significare tassi più alti per i debitori in Italia senza eccezioni, incrementando i rischi di insolvenza sui prestiti bancari o per l’acquisto di automobili o mutui.

E le elezioni?

Le elezioni politiche, previste per l’anno prossimo, sono un altro motivo di preoccupazione che riguarda l’Italia. I sondaggi mostrano che i partiti politici più euroscettici rappresentano la maggioranza nelle intenzioni di voto, secondo quanto riporta un grafico compilato da Commerzbank.

Un quadro del genere rende impossibile qualsiasi coalizione governativa.

“L’Italia ha cominciato a crescere ancora negli ultimi anni. Ma la ripresa è stata troppo debole per poter aiutare il recupero del terreno perso, soprattutto perché la crisi finanziaria globale ha inasprito ancora di più la crescita dell’Italia, che era già sotto la media”

ha detto il FMI il mese scorso.

Il Fondo Monetario Internazionale suggerisce, come prossimi passi avanti, di puntare sugli investimenti pubblici, di impegnare risorse mirate sulle fasce più deboli, diminuire le spese per le pensioni e la tassazione sul lavoro, portando più imprese e persone nella rete fiscale.

Fonte: CNBC

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