Contratto Bulgaro: cos’è e cosa comporta per i lavoratori italiani. Ecco la storia di Alessandro

Marta Panicucci

16 Gennaio 2014 - 10:10

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Alessandro Gabanella è un giovane camionista con un’esperienza di 11 anni sulle strade di tutta Europa. E’ stato licenziato perché, allo scadere del contratto, si è rifiutato di firmare un nuovo «contratto bulgaro».

Alessandro ha lavorato guidando mezzi italiani per trasportare merce italiana in giro per l’Europa, ma quello che avrebbe dovuto firmare è un contratto di lavoro basato su canoni bulgari.

Nella puntata di ieri sera La Gabbia di Gianluigi Paragone si è denunciata la situazione di Alessandro e di tanti altri lavoratori nella sua condizione. Da un po’ di tempo sentiamo parlare di contratto bulgaro, la cui esistenza è causata del mercato unico europeo; cerchiamo quindi di fare chiarezza.

Il mercato unico

Il mercato unico in Europa è stato istituito nel 1992 con 12 paesi membri. All’interno del mercato unico dell’UE, chiamato anche mercato interno, persone, merci, servizi e denaro circolano con la stessa libertà con cui si muovono all’interno di un singolo paese, senza essere ostacolati da confini o barriere nazionali.

L’obiettivo del mercato bulgaro è quello di favorire la semplificazione dei movimenti di capitale, lavoro, beni e servizi tra i paesi membri, abbassandone i prezzi a beneficio dei cittadini.

Il contratto Bulgaro

Ma come spesso accade, il rovescio della medaglia non è dei migliori. L’apertura del mercato del lavoro a tutti i paesi dell’Unione ha creato i cosiddetti contratti bulgari. I camionisti in Bulgaria, così come in Romania sono pagati circa un terzo di quelli italiani, tasse e contributi sono ridotti al minimo.

Nel 1992 quando è stato istituito il mercato unico Bulgaria e Romania non facevano parte dell’Ue, ma a partire del 2007 sì. In virtù della liberalizzazione del mercato e della volontà degli sherpa di Bruxelles di favorire la mobilità sovranazionale molti limiti
sono venuti meno. Il risultato è che molte aziende italiane in crisi, aprono sedi fittizie in Bulgaria o in Romania in modo da poter proporre o obbligare i lavoratori italiani a firmare contratti per loro molto svantaggiosi.

La legge e le compagnie

Secondo la legge, le aziende di trasporto non possono fare più di tre viaggi a settimana in una stato straniero. Ma tante aziende italiane hanno aperto una o più filiali in Bulgaria o Romania e così i mezzi, ancora italiani, hanno libero accesso.

Alessandro Gabanella dopo 11 anni di lavoro su tir e autotreni ha dovuto scegliere tra firmare un contratto bulgaro o perdere il lavoro. Adesso Alessandro denuncia con forza la situazione attuale che non riguarda soltanto la sua azienda, ma tantissime altre: «La Arcese trasporti, che ha gestito i trasporti della Fiat per una vita, assume ora in Romania e ha appena chiuso a Torino. La Maggi ha licenziato 50 persone e ad aprile ha liquidato il settore del trasporto del latte puntando sulla logistica. Lo stesso ha fatto la Amantini. Ma anche Autori, Torello, Vercesi, Spinelli, Transmec, Fertrans, Colucci hanno assunto personale da agenzie o vettori dell’est Europa, ma nessuno lo dichiara apertamente. Eppure è tutto perfettamente legale, come mai non dichiararlo alla luce del sole?»

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