Mafia: Bernardo Provenzano è morto. Chi era il boss di Cosa Nostra?

Bernardo Provenzano è morto. La vita, le condanne e misteri del padrino di Corleone, il “ragioniere” di Cosa Nostra.

Bernardo Provenzano è morto. Ieri la notizia diffusa dai media sulla scomparsa a 10 anni dal suo arresto del padrino di Corleone, il “ragioniere” di Cosa Nostra. Dopo anni di malattia si è spento a Milano, lasciando irrisolti molti misteri e interrogativi e trascinando via con sé un pezzo di storia italiana sospesa sull’asse Stato-Mafia.

Ma chi era Bernardo Provenzano? Chi era il boss della mafia erede di Riina? Che vita ha vissuto tra la latitanza e le condanne?

E’ difficile tracciare il ritratto lineare di uno dei protagonisti più noti della malavita organizzata, incatenato com’è sempre stato sul filo tra la vita e la morte, tra false notizie sulla sua dipartita diffuse ad hoc, fughe rocambolesche e attentati sventati.

Bernardo Provenzano: gli esordi

Il suo primo arresto risale al 1958, durante una faida scoppiata a Corleone tra famiglie mafiose. Zu Binnu (Zio Binno), così come era soprannominato, rimane ferito in una sparatoria armata dai sodali di Michele Navarra, ucciso da Luciano Liggio, l’uomo che avrebbe posto ai vertici di Cosa Nostra Provenzano e un altro celebre della malavita, Salvatore Riina.

Binnu dopo lo scontro a fuoco viene detenuto in carcere con l’accusa di furto di bestiame e associazione a delinquere. Sono questi gli anni in cui Provenzano insieme a Liggio e Riina comincia a dettare legge a Corleone e in provincia di Palermo con estorsioni e altri reati commessi ai danni dei commercianti di zona. Il riscatto dalla povertà è una scalata al successo della cosca che raggiunge il suo culmine con la strage di viale Lazio nel 1969.

Travestiti da carabinieri Liggio e i suoi irrompono nel luogo prescelto per l’attentato a Michele Cavataio, boss che minava gli equilibri di Cosa Nostra, e Provenzano anche qui si salva per miracolo dalla morte grazie a una beretta inceppata proprio davanti al suo cranio.

Si guadagnerà il soprannome di “Trattore” in occasione della strage per via della violenza con cui aggredirà i suoi assalitori; all’uomo che gli aveva puntato la pistola contro, spaccherà la testa senza pensarci due volte. Non stupisce, ricostruendo le sue gesta, che sia lui che Riina venissero ricordati come “le belve” per l’efferatezza dei loro omicidi.

Bernardo Provenzano: la latitanza

Nel 1963 viene indagato per i fatti della faida di Corleone e da quel momento inizierà la sua fuga e la latitanza durata ben 43 anni. Mentre a Palermo sta per scoppiare la seconda guerra di mafia tra i vertici, Binnu si defila preferendo il profitto personale alle lotte di potere che vedono protagonista il violento e ambizioso Riina.

Ottiene nel tempo il soprannome di ragioniere, stabilendo il suo quartier generale alla Icre di Bagheria, un deposito di materiale ferroso. Riesce ad infiltrare Cosa Nostra negli appalti pubblici, mettendo pace tra i boss, politici e imprenditori siciliani tra esecuzioni di morte e minacce a chi non si piega ai suoi ordini.

Bernardo Provenzano: la trattativa Stato-Mafia

Gli anni ’90 segnano uno spartiacque e rimangono noti come uno dei momenti più bui della storia politica italiana, imperversati da stragi e uccisioni, molte le vittime illustri che la mafia decide di eliminare, tra cui Giovanni Falcone, saltato in aria con moglie e figli nella sua auto, e Paolo Borsellino.

A quel punto diventa fondamentale l’apporto di Provenzano, che si improvvisa regista della trattativa Stato-Mafia: un patto che prevede la sospensione delle stragi, fermate appunto dopo che al vertice di Cosa Nostra arriva proprio Binnu.

Complice dell’arresto di Riina, ben presto fa sì che tutti i boss stragisti fedeli all’ex numero uno di Cosa Nostra finiscano nelle mani delle forze dell’ordine. Da semplice interlocutore quale era stato, aveva saputo gestire in modo produttivo i rapporti con i poteri forti dello Stato, insinuandosi nelle istituzioni e garantendosi l’immunità e una vita anonima nella provincia siciliana da cui gestire i propri affari.

Bernardo Provenzano: l’arresto

L’11 aprile 2006 dopo lunghe ricerche arriva il blitz e l’arresto di Provenzano, nascosto in un casolare vicino Corleone. Un colpo di scena dopo che il legale ne aveva annunciato la morte pochi giorni prima.

L’uomo con un ghigno si alza e non oppone la minima resistenza, anzi si complimenta con la polizia per il lavoro svolto, chiedendo solo l’occorrente per le iniezioni che doveva effettuare dopo un’operazione per un tumore alla prostata.

Arriva poi la detenzione 41bis e le presunte percosse in carcere. Molti sono ancora i misteri di quel periodo come le telecamere spente nella sua cella, i certificati medici prodotti dai suoi legali che ne assicuravano il peggioramento fisico, tutte rigettate.

La dipartita di un elemento decisivo nel ripercorrere i momenti salienti di un quadro storico così intricato pone un battuta d’arresto a molti misteri irrisolti. E’ certo il peso avuto da Provenzano nel manovrare da burattinaio esperto gli equilibri del Paese stretto nella morsa delle cosche e di quello strano sorriso nel giorno del suo arresto, che cela un disgusto forse, misto a compiacimento per una vita percorsa da sempre sull’orlo del precipizio.

Iscriviti alla newsletter Notizie e Approfondimenti

Argomenti:

Italia Sicilia Biografie

Condividi questo post:

Trading online
in
Demo

Fai Trading Online senza rischi con un conto demo gratuito: puoi operare su Forex, Borsa, Indici, Materie prime e Criptovalute.