Tensioni politiche e guerra commerciale: chi vince e chi perde nel contesto globale

Mercati focalizzati sull’instabilità politica europea e sulle conseguenze della sfida a colpi di dazi innescati da Trump: quali conseguenze a medio termine?

Tensioni politiche e guerra commerciale: chi vince e chi perde nel contesto globale

Le tensioni politiche internazionali e la guerra commerciale innescata da Donald Trump contro Europa e Cina non mancheranno di provocare i loro effetti anche sui mercati finanziari globali.

La situazione sembra essere seria, ma non particolarmente preoccupante.
Eppure, qualche conseguenza potrebbe concretizzarsi, soprattutto sul fronte della sfida a colpi di dazi tra Usa e Cina. Con Pechino, che avrebbe probabilmente molto più da perdere.

Contesto macroeconomico ancora positivo

Le preoccupazioni per una perdita di stabilità politica in Europa sono più che fondate e i mercati guardano in questa direzione con la dovuta attenzione: Italia, Regno Unito e Germania sono le osservate speciali di un contesto politico piuttosto incerto.

Nonostante un innalzamento del livello di sfiducia sul piano globale, secondo quanto scrive Michele Morra nell’Osservatorio mensile sui mercati finanziari globali del Centro Studi Moneyfarm, la situazione però non è allarmante. Neanche se si somma la tensione innescata dal presidente degli Stati Uniti in materia di protezionismo con l’imposizione di tariffe a determinati beni importati oltreoceano dalla Cina e dall’Europa.

“Il contesto macroeconomico sembra tutto sommato positivo. Gli indicatori USA rimangono robusti, con una crescita stimata per il 2018 del 2.9% e per il 2019 del 2.4%, mentre l’Europa si caratterizza per un leggero rallentamento delle previsioni (2.2% nel 2018 e 1.9% nel 2019). Sono confermate le stime positive di inflazione per i prossimi 2 anni sia per Usa (2.3% e 2.6%) sia per l’Eurozona (1.6%). Diverso il discorso per le economie emergenti con indicatori macro meno positivi del previsto”

scrive Morra.

Azioni e Obbligazioni

Sul fronte dell’azionario – spiega ancora Morra – si assiste un abbassamento delle valutazioni a livello globale, anche se i mercati emergenti continuano a mantenere una certa attrattività. Malgrado ciò, avverte l’esperto è meglio orientarsi verso l’azionario dei paesi sviluppati che offrono meno rischi di perdita e con una maggiore propensione a sovraperformare nei prossimi mesi.

Il rialzo dei tassi messo in campo o annunciato dalla banche centrali, inoltre, spinge a preferire obbligazioni a breve scadenza. In particolare, prosegue Morra

“Nell’ultimo periodo si sono a ogni modo venute a creare delle opportunità interessanti come i rendimenti delle obbligazioni governative USA a breve termine (2.54% a 2 anni). Tassi di interesse attraenti si individuano anche per il debito dei paesi emergenti, da monitorare e prendere in considerazione con la giusta cura a causa del rischio valutario. Diverso il discorso del debito governativo europeo, che ha ancora tassi eccessivamente bassi per il loro rischio”

La Cina è la vera sconfitta

I mercati guardano con attenzione anche alla guerra commerciale a colpi di dazi che si sta consumando tra Usa da una parte e Cina ed Europa dall’altra, anche se sembrano improbabili, ad oggi, eventuali ripercussioni negative a medio temine sui mercati globali.

Al momento, invece, le conseguenze peggiori nell’attuale contesto potrebbe rischiarle Pechino, nonostante la voce grossa che sta alzando nei confronti di Trump.
Ne è convinto Léon Cornelissen, Chief Economist di Robeco, che – numeri alla mano – ritiene che la Cina potrebbe uscire con le ossa rotte da questa sfida commerciale.

“Trump ha minacciato di estendere le tariffe a quasi tutti i prodotti cinesi importati negli USA, per un valore attuale di circa 500 miliardi di USD. E la Cina non è in grado di rispondere a tono, visto che, in termini assoluti, le importazioni dagli USA sono nettamente inferiori”

spiega l’economista.

Le mosse che ha in mente Pechino

Come potrebbe dunque rispondere la Cina all’escalation minacciata dal presidente americano?

Secondo Cornelissen, Pechino ritiene che un quarto delle tariffe potrebbe essere compensato con la svalutazione dello Yuan. Una scelta che andrebbe valutata attentamente: la fuga dei capitali potrebbe essere dietro l’angolo e l’internazionalizzazione della moneta tanto auspicata dalla autorità cinesi potrebbe subire una brusca frenata.

Insomma, mentre l’economia statunitense si sta rafforzando,

“L’economia cinese è indebolita dalle misure restrittive che incombono sul mercato del credito e, pertanto, qualsiasi aumento dei tassi di interesse finalizzato a ulteriori inasprimenti sarebbe controproducente. L’economia cinese ha bisogno soprattutto di allentare le politiche monetarie. E il mercato ritiene che l’azionario cinese sia già entrato in fase di ribasso, per i timori di un calo della crescita”

sottolinea l’economista.

Frenare la Cina è pericoloso?

Dazi a parte, nel mirino di Washington c’è l’ascesa della Cina nel settore tecnologico internazionale e quel progetto ‘Made in China 2025’ che il paese asiatico sta spingendo per arrivare a ricoprire un ruolo dominante sulla scena mondiale.

Rallentare la crescita di Pechino? Potrebbe causare ripercussioni non di poco conto che gli Usa non dovrebbero sottovalutare e che potrebbero tradursi in possibili, pesanti ritorsioni contro gli Stati Uniti.

La recente decisione di un tribunale cinese che ha imposto il divieto di vendere alcuni prodotti Micron in Cina, potrebbe essere solo l’inizio di tali ritorsioni.

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