Perché il mondo rischia di finire nella trappola di Kindleberger?

Redazione Money Premium

20 Aprile 2025 - 07:59

Le incertezze sulle linee di swap della Fed mettono a rischio la stabilità finanziaria globale, evocando lo spettro della Trappola di Kindleberger e di un mondo senza prestatore di ultima istanza.

Perché il mondo rischia di finire nella trappola di Kindleberger?

Nella storia economica globale, ci sono momenti di discontinuità che segnano un prima e un dopo.

Uno di questi è rappresentato dalla Trappola di Kindleberger, un concetto formulato dallo storico economico Charles Kindleberger per descrivere una situazione in cui la potenza egemone uscente non ha più la capacità di garantire beni pubblici globali mentre quella emergente non ha ancora la volontà di farlo.

Questo fu il caso emblematico degli anni ’30, quando la Banca d’Inghilterra era troppo debole per sostenere l’economia globale e la Federal Reserve statunitense era troppo riluttante ad agire. Il risultato fu una diffusione a catena della crisi, dall’Austria alla Germania, dal Regno Unito agli Stati Uniti, fino a una depressione mondiale senza precedenti.

Oggi, a quasi un secolo di distanza, quella stessa trappola torna a inquietare economisti e banchieri centrali. Non perché manchino gli strumenti, ma perché cresce il timore che la Federal Reserve possa in futuro non essere più disposta a usarli per sostenere il sistema finanziario globale. Le linee di swap in dollari, meccanismi con cui la Fed fornisce liquidità in dollari ad altre banche centrali in cambio della loro valuta nazionale, sono considerate da anni un pilastro della stabilità. Eppure, diverse autorità europee stanno mettendo in discussione la continuità di tale supporto, alimentando dubbi sulla tenuta del sistema in caso di nuove crisi globali.

Le cifre parlano chiaro. Durante la crisi finanziaria del 2008, la Federal Reserve attivò swap per un massimo di 598 miliardi di dollari. Nel 2020, in piena pandemia, la cifra arrivò a 449 miliardi. A fronte di un mercato di prestiti in dollari offshore che vale decine di trilioni di dollari, questi interventi, seppur relativamente modesti in proporzione, furono sufficienti a placare i mercati, restituendo fiducia e ordine nei flussi finanziari internazionali. In quei momenti critici, la Fed agì come prestatore di ultima istanza globale, prevenendo aumenti esorbitanti dei tassi sui prestiti corporate in dollari e, di conseguenza, salvaguardando consumi e occupazione anche negli Stati Uniti stessi.

Tuttavia, l’erosione della fiducia internazionale nei confronti della politica americana, soprattutto durante l’amministrazione Trump, ha seminato dubbi sulla prevedibilità dell’impegno futuro della Fed. L’eventualità che il supporto della banca centrale americana venga politicizzato, o addirittura ritirato, è vista da molti come il possibile “bottone nucleare” per il sistema finanziario globale. Un simile scenario accelererebbe gli sforzi dei Paesi per ridurre la propria dipendenza dal dollaro, minacciando il suo status di valuta di riserva mondiale e la centralità degli asset statunitensi nei portafogli globali.

In questo contesto, alcuni economisti ipotizzano la creazione di una coalizione del dollaro composta dalle principali banche centrali che già hanno accesso alle linee swap della Fed: la Banca Centrale Europea, la Bank of Japan, la Bank of England, la Swiss National Bank e la Bank of Canada. Alla fine del 2021, queste istituzioni detenevano collettivamente circa 1.900 miliardi di dollari in asset sicuri statunitensi, una cifra tre volte superiore all’uso massimo delle linee swap durante la crisi del 2008. Se mobilitati in modo coordinato, questi fondi potrebbero costituire un’alternativa imperfetta ma efficace a una Fed assente.

Tuttavia, anche questo piano non è esente da criticità. Gli asset sono investiti e non liquidi, e la trasformazione in contante immediato richiede l’accesso alla struttura FIMA (Foreign and International Monetary Authorities), un meccanismo che consente il repo di Treasury custoditi presso la Fed di New York. Se la Fed negasse anche questo canale, la vendita massiva di Treasury da parte delle banche centrali per ottenere liquidità scuoterebbe i mercati obbligazionari americani, costringendo forse la stessa Fed a intervenire come acquirente di ultima istanza, come accadde nel marzo 2020, prima dell’introduzione della FIMA.

In definitiva, non esiste oggi un vero sostituto alla leadership monetaria della Federal Reserve. Ma il solo fatto che si inizi a discuterne apertamente rivela un profondo cambiamento nei rapporti internazionali e nel modo in cui il mondo si prepara alle crisi future.
Se la trappola di Kindleberger tornerà a chiudersi, potrebbe farlo in modi nuovi, ma con le stesse, devastanti, conseguenze.