Sono ormai anni che in Occidente si promuove qualsiasi proposta, anche la più strampalata, se ha come finalità quella di contrastare la espansione all’estero della Cina, che si attua anche attraverso la ben nota Belt and Road Initiative (BRI).
Quella di Pechino è una duplice strategia di penetrazione, che da una parte ha finalità prevalentemente commerciali, ripercorrendo come Road da Oriente verso Occidente la antica via della Seta fino ad arrivare al Mediterraneo; e che dall’altra parte si snoda per via marittima come Belt al fine di integrare in una sempre più fitta rete di relazioni produttive non solo i Paesi che si affacciano sul Mar Cinese meridionale e che da tempo immemorabile intrattengono rapporti con la Cina, ma anche quelli non solo rivieraschi che si trovano lungo le rotte mercantili che arrivano fino al Mediterraneo, evitando accuratamente l’India.
Nell’Africa, andando molto al di là della BRI, la Cina mira a creare industrie di sostituzione per i prodotti a più basso valore aggiunto sfruttando i mercati in cui i costi del lavoro sono comparativamente più bassi rispetto a quelli cinesi, finanziando la industrializzazione attraverso la realizzazione delle infrastrutture di base, dalle strade alle ferrovie, alle reti energetiche.
Per contrastare questa strategia cinese, gli Usa hanno sostenuto la realizzazione di un’alternativa, la cosiddetta Via del Cotone che ha come obiettivo quello di collegare un Paese come l’India, popolosissima ma che ha un’economia praticamente impermeabile all’Europa, con un corridoio trasmodale estremamente complesso: si tratta dell’India–Middle East–Europe Corridor (IMEC) che consentirebbe alle merci indiane imbarcate nel porto di Mumbai di attraversare il Mar Arabico e di superare lo Stretto di Hormuz per approdare al porto di Ghufaifat in Arabia Saudita, dove verrebbero caricate su treni alla volta del nodo di Al-Haditha in Giordania, e da cui proseguirebbero attraversando tutto Israele e la Cisgiordania fino ad arrivare al porto di Haifa, dove sarebbero nuovamente imbarcate per proseguire verso l’Europa.
E’ un percorso, questo dell’IMEC, che non ha nulla a che vedere con la più volte evocata realizzazione del Canale Ben Gurion, una alternativa al Canale di Suez realizzata con una serie di chiuse, come a Panama, utilizzando le acque del Fiume Giordano per collegare il porto israeliano di Eilat sul Golfo di Aqaba al Mar Mediterraneo. In questo caso, il percorso mercantile proveniente da Mumbai sarebbe tutto marittimo: eviterebbe lo Stretto di Hormuz ed escluderebbe completamente la tratta ferroviaria terrestre che attraverserebbe tutta l’Arabia Saudita e poi Giordania ed Israele fino al porto di Haifa.
Il problema dell’IMEC non è rappresentato né dalla complessità del percorso transmodale, né dal costo delle infrastrutture necessarie, ma dal fatto che l’India non è una Fabbrica del mondo come la Cina, e dunque un Paese prevalentemente manifatturiero, ma è diventata una sorta di Ufficio del mondo avendo puntato prevalentemente alla realizzazione in conto terzi dei servizi per le imprese che sono supportati da sistemi informatici.
Per quanto alcune multinazionali americane ed europee abbiano ipotizzato di trasferire dalla Cina all’India una serie di produzioni, come gli smartphone, sarebbero una goccia nel mare, considerando la insuperabile integrazione che è stata realizzata dalla Cina nella Greater Bay Area, dove convergono le attività finanziarie di Hong Kong e Macao con quelle della manifattura tradizionale e quelle dell’innovazione tecnologica in campo informatico: nulla di paragonabile c’è in India e tantomeno a Mumbai.
Quello dell’IMEC, cioè la creazione della Via del Cotone tanto sostenuta dagli Usa e dagli Europei come alternativa alla BRI e cioè alla Nuova Via della Seta, non è un solo un progetto estremamente complesso e costoso: è fondamentalmente strampalato, campato in aria. Ed il problema non sono tanto le complesse relazioni geopolitiche, con il ruolo attribuito all’Arabia Saudita e ad Israele: il fatto è che l’India non ha una produzione manifatturiera nemmeno lontanamente paragonabile a quella della Cina, e che dietro la Via del Cotone non c’è quel disegno di sviluppo commerciale e di integrazione produttiva della industria cinese in altri Paesi che ha motivato la Via della Seta.
Non è questione di preferire o meno la Via del Cotone a quella della Seta, ma che della Via del Cotone c’è solo il nome.