Tonfo di Wall Street dopo l’annuncio della Fed sui tassi, lasciati ancora fermi. Powell incerto sul da farsi, mentre Wall Street accusa colpo dato inflazione.
Nessun taglio dei tassi USA da parte della Fed guidata, ancora per poco, dal Presidente Jerome Powell.
La seconda riunione del 2026 del FOMC, il braccio di politica monetaria della Federal Reserve, si è conclusa di nuovo con la conferma dello status quo, dopo la decisione dell’istituzione, lo scorso 28 gennaio, di non toccare i tassi.
La Fed di Powell lascia tassi fermi al 3,5%-3,75%. Wall Street KO gelata da dato inflazione. DJ -700 punti
I tassi USA sono stati lasciati dunque anche oggi inchiodati al range compreso tra il 3,5% e il 3,75%, dopo i tre tagli consecutivi che la Fed ha annunciato nei mesi compresi tra settembre e dicembre del 2025.
Nessuna sorpresa, riguardo all’esito della riunione del FOMC, per quanto riguarda i tassi. Grande attenzione è stata data alle altre novità emerse oggi, ovvero alle nuove previsioni economiche relative all’inflazione, al PIL e al tasso di disoccupazione USA, così come al nuovo dot plot. Quest’ultimo ha confermato la previsione di un solo taglio dei tassi nel 2026, comunicata con il dot plot di dicembre.
Riflettori accesi ovviamente anche sulle dichiarazioni che il Presidente della banca centrale ha rilasciato nel corso della conferenza stampa indetta per commentare la situazione attuale. Le parole di Powell non sono state tuttavia sufficienti a calmare i nervi di Wall Street, che ha chiuso la seduta odierna in forte calo.
L’indice Dow Jones è crollato di 768,11 punti, o -1,63%, a 46.225,15, scivolando al nuovo minimo del 2026 ed estendendo i suoi ribassi da inizio mese a una flessione superiore a oltre -5%, facendo così di marzo il mese peggiore dal 2022.
L’indice S&P 500 ha chiuso la sessione in ribasso dell’1,36% a 6.624,70 punti, mentre il Nasdaq Composite è sceso dell’1,46% a quota 22.152,42.
Sul mercato del forex, in evidenza i nuovi buy sul dollaro USA, con il rapporto euro-dollaro EUR-USD che ha perso lo 0,60% circa, scendendo a quota $1,1470 circa.
Il dollaro è salito anche nei confronti dello yen, con il cambio USD-JPY in crescita di mezzo punto percentuale a JPY 159,78 e verso la sterlina, con il rapporto GBP-USD in ribasso dello 0,60% a quota $1,3274.
Sul mercato dei Titoli di Stato USA, in rialzo i rendimenti dei Treasury a 10 e a 2 anni, che sono saliti rispettivamente al 4.216% e al 3.697%, scommettendo su un’accelerazione dell’inflazione degli Stati Uniti.
Dalle parole di Jerome Powell è emersa tutta l’incertezza sulla direzione futura dei tassi, visto il contesto attuale, reso più incerto dal recente shock dei prezzi del petrolio che, schizzati fino a un passo dalla soglia di $120 al barile, hanno rinfocolato le preoccupazioni sul rischio che, con la guerra in Iran, l’inflazione torni a correre un po’ in tutto il mondo, così come è accaduto a seguito dello scoppio della guerra tra la Russia e l’Ucraina nel febbraio del 2022.
D’altronde, lo stretto di Hormuz è chiuso - sebbene qualche nave sia riuscita a transitare -, il che significa che paventare uno shock dell’offerta di petrolio e di gas è più che lecito.
Dal canto suo, Powell ha detto di non sapere cosa accadrà. La verità, ha sottolineato, è che “nessuno sa quale sarà l’impatto della guerra in Iran sull’economia USA”. Economia USA che, per ora, “sta abbastanza bene”, a fronte di una “inflazione che sta facendo progressi”, anche se “ non come vorremmo ”.
Detto questo, per Powell non ha senso temere una stagflazione: “Mi preme sottolineare che quello è stato un termine che si è riferito agli anni ’70, quando il tasso di disoccupazione era a due cifre e l’inflazione era davvero elevata”. Ragion per cui “quella parola (stagflazione) sarebbe più adatta a circostanze decisamente più gravi ”.
Eppure Wall Street ha continuato a perdere terreno, scivolando anche ai minimi della seduta, con il Dow Jones capitolato fino a oltre -700 punti.
Tutta colpa del dato macro diffuso oggi, ovvero dell’indice dei prezzi alla produzione (PPI) che, nel mese di febbraio, dunque già prima dell’inizio della guerra USA-Iran, è balzato su base mensile dello 0,7%, scattando su base annua del 3,4%, rispetto al +2,9% atteso dal consensus degli analisti.
Peggio ha fatto l’inflazione core, ovvero l’inflazione depurata dalle componenti più volatili rappresentate dai prezzi dei beni energetici e alimentari: in questo caso il rialzo è stato pari a +3,9%, rispetto al +3,7% stimato. Un vero problema, che si accompagna alla pressione rialzista sui prezzi del petrolio dovuta all’escalation delle tensioni geopolitiche.
Negli ultimi giorni, la paura di un’inflazione troppo alta rispetto ai desiderata della Fed (che coincidono con l’obiettivo di un tasso pari al 2%, come nel caso della BCE), si è riaccesa, a causa dello shock dei prezzi del petrolio, schizzati immediatamente a seguito dello scoppio della guerra USA-Iran.
L’inflazione è tornata insomma ad assillare il Presidente della Fed, ancora per poco, Jerome Powell, sebbene il timoniere della banca centrale USA abbia deciso di concedersi del tempo per valutare la situazione.
Tassi e inflazione a parte, va segnalato che, in teoria, quella di oggi, se Kevin Warsh sarà confermato dal Congresso USA, è stata in teoria la penultima riunione della Fed sotto il controllo di Powell - il suo mandato scade infatti alla metà di maggio e la prossima riunione è in calendario ad aprile.
Powell ha detto tuttavia che rimarrà al suo posto fino a quando l’indagine lanciata a suo carico dall’amministrazione USA non si sarà conclusa.
In ogni caso, il rischio che Powell dica addio allo scranno più alto della Banca centrale americana senza poter pronunciare la frase tanto agognata “Mission Accomplished” nella lotta serrata contro l’inflazione USA, c’è eccome.
Sebbene sia innegabile che l’inflazione degli States si sia raffreddata - dopo la carrellata di rialzi dei tassi che Powell ha annunciato nel 2022 e 2023 - i suoi valori non coincidono ancora con il target del 2% stabilito dalla Fed. E quanto è peggio è che il dato macro annunciato oggi si riferisce a un mese in cui i prezzi del petrolio erano ancora sotto controllo.
Money.it ha seguito la diretta del secondo Fed Day del 2026. Le parole di Powell e il trend di Wall Street
Money.it ha seguito la diretta del secondo Fed Day del 2026, che si è concluso con la decisione di Powell e colleghi di confermare i tassi sui fed funds USA al range compreso tra il 3,5%-3,75%.
Si è conclusa la conferenza stampa di Jerome Powell
Si è conclusa la conferenza stampa con cui il Presidente della Fed Jerome Powell ha motivato la decisione della Fed di lasciare i tassi al 3,5%-3,75% per la seconda volta consecutiva, rispondendo alle domande dei giornalisti.
Powell, “ci troviamo in una situazione difficile”
“Stiamo bilanciando questi due obiettivi in una situazione in cui i rischi per il mercato del lavoro sono orientati al ribasso, il che richiederebbe tassi più bassi, mentre i rischi per l’inflazione sono orientati al rialzo, il che richiederebbe tassi più alti o comunque la decisione di non tagliarli ”. Così il Presidente della Fed Jerome Powell, nel rispondere a una domanda sulla direzione futura dei tassi. “Ci troviamo quindi in una situazione difficile e riteniamo che il nostro quadro di riferimento ci imponga di bilanciare i rischi. Riteniamo che la posizione attuale sia proprio su quella linea di confine, sul lato più alto della soglia tra un orientamento restrittivo e uno non restrittivo”, ha aggiunto.
Powell, non lascerò la Presidenza della Fed fino a quando l’indagine non si sarà conclusa
Il presidente della Fed Jerome Powell rimarrà al timone della Fed fino a quando l’indagine a suo carico non sarà terminata:
“Sulla questione se lascerò mentre l’indagine è ancora in corso, non ho alcuna intenzione di lasciare il consiglio finché l’indagine non sarà davvero conclusa, con piena trasparenza e in modo definitivo”.
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Powell, “non sappiamo quelli che saranno gli effetti della guerra”. Ma “non siamo in stagflazione”
“L’economia degli Stati Uniti sta andando piuttosto bene”, ha detto Powell, aggiungendo che “non sappiamo quelli che saranno gli effetti (della guerra in corso). Davvero, nessuno lo sa ”. Powell ha negato che l’economia degli Stati Uniti versi in una condizione di stagflazione o che faccia fronte a questo rischio. Piuttosto, a suo avviso, c’è tensione tra il raggiungimento di entrambi i target della Fed, che sono la massima occupazione e la crescita dell’inflazione al ritmo del 2%.
Wall Street scivola mentre Powell parla. Fa ancora paura sorpresa inflazione di oggi
Per quanto alcuni economisti fanno notare che il messaggio della riunione della Fed di oggi è meno hawkish rispetto a quanto temuto, Wall Street continua a temere il surriscaldarsi dell’inflazione USA, sulla scia della pubblicazione del dato di oggi - indice dei prezzi alla produzione - che ha segnato un forte rialzo nel mese di febbraio, prima dell’acuirsi della guerra in Medio Oriente. Il Dow Jones scivola di più di 655 punti (-1,40%), a quota 46.337,69 punti. Lo S&P 500 cede più dell’1%, a 6.643,75 mentre il Nasdaq perde quasi l’1,2% a 22.217,331 punti.
Moneyfarm su decisione tassi USA, tagli improbabili almeno fino a questi mesi
Così Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm, nel commentare la decisione sui tassi USA annunciata oggi dalla Fed:
“Nel corso della riunione di oggi, come da attese, la Federal Reserve ha deciso lasciare i tassi di interesse invariati, adottando un approccio prudente a fronte di un contesto internazionale sempre più instabile. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, infatti, stanno già avendo ripercussioni sui mercati energetici, contribuendo a riaccendere le pressioni inflazionistiche e riportando l’inflazione al centro dell’attenzione degli investitori. La decisione arriva in una fase particolarmente delicata anche sul piano interno: il mandato del presidente Powell si avvicina alla sua conclusione e questo alimenta interrogativi sulla futura direzione della politica monetaria. Non è ancora chiaro se l’attuale linea della Fed rifletta principalmente la visione di Powell o piuttosto un consenso più ampio all’interno del Comitato. Nel breve termine, un taglio dei tassi appare improbabile almeno fino alla fine del terzo trimestre o all’inizio del quarto, a condizione che la banca centrale continui a muoversi secondo criteri economici tradizionali anche sotto una nuova leadership. Tuttavia, il doppio mandato della Fed - stabilità dei prezzi e piena occupazione - è sempre più sotto pressione, complici la volatilità dei prezzi dell’energia e la persistenza dei rischi inflazionistici. Di conseguenza, le prossime mosse dipenderanno in larga misura dall’evoluzione di questi fattori”.
Se l’inflazione non farà progressi nessun taglio dei tassi
Il presidente della Fed ritiene che l’inflazione dovrebbe scendere alla metà di quest’anno. Per quanto riguarda le aspettative sui tassi, Powell ha ammesso che queste potrebbero cambiare nel caso in cui l’inflazione continuasse a mostrarsi ostinata. “Le previsioni sui tassi dipendono dalla performance dell’economia, il che significa che, se non assisteremo a quei progressi (dell’inflazione da dazi), allora non assisterete al taglio dei tassi”.
Fed, Powell commenta effetto shock prezzi petrolio sull’inflazione
“Nelle ultime settimane, le misure a breve termine relative alle aspettative sull’inflazione sono aumentate, riflettendo probabilmente il forte rialzo dei prezzi del petrolio causato dalle interruzioni dell’offerta in Medio Oriente ”, ha detto il presidente della Fed, aggiungendo che, “nel breve termine, i prezzi più elevati dell’energia faranno salire l’inflazione complessiva”. Detto questo, “ è ancora troppo presto per valutare l’entità e la durata dei potenziali effetti sull’economia”, ha sottolineato Powell.
Inflazione USA, Powell: “progressi inflazione, anche se non come vorremmo”
“Tra i progressi che intravediamo nel trend dell’inflazione, ci sono quelli che interessano l’inflazione rappresentata dai prezzi dei beni”, così ha detto Powell, rispondendo a una domanda postagli in conferenza stampa. “Le aspettative sull’inflazione rimangono ancorate”, ha detto ancora il banchiere centrale. “Stiamo facendo progressi sull’inflazione, non come vorremmo, ma li stiamo facendo”, ha sottolineato Powell.
Iniziata la conferenza stampa di Jerome Powell
Ha preso il via la conferenza stampa con cui Jerome Powell risponderà alle domande dei giornalisti sulle decisioni di politica monetaria annunciate oggi dalla Fed.
Cosa è cambiato nel comunicato sui tassi della Fed
Tre i cambiamenti che emergono dal comunicato con cui il FOMC ha annunciato la decisione di lasciare invariati i tassi al range compreso tra il 3,5% e il 3,75%.
- Il primo cambiamento riguarda il tasso di disoccupazione. Nel comunicato di gennaio la Fed aveva scritto che il mercato del lavoro “ha mostrato alcuni segnali di stabilizzazione”. Ora si legge che il mercato del lavoro ha mostrato “lievi cambiamenti nel corso degli ultimi mesi”. E’ stato dunque rimosso il riferimento a un suo eventuale miglioramento.
- Il secondo cambiamento è rappresentato dall’introduzione di una nuova frase: “Le implicazioni degli sviluppi in Medio Oriente per l’economia USA sono incerte”. Si tratta di una frase significativa, che mette in evidenza il rischio geopolitico, che diventa così fonte di preoccupazione formale per la Fed.
- Il terzo cambiamento riguarda la posizione dell’esponente del FOMC Christopher J. Waller che, dopo aver votato contro la conferma dello status quo, nell’ultima riunione di gennaio, ora ha votato a favore della decisione di lasciare fermi i tassi USA. L’unico a mostrarsi contrario alla decisione di lasciare i tassi invariati è stato Stephen I. Miran, che ha spinto di nuovo per un taglio.
Le nuove previsioni per il PIL, l’inflazione headline e core, e il tasso di disoccupazione USA
Per quanto riguarda le nuove proiezioni economiche che sono state annunciate oggi, la Fed ha rivisto al rialzo le stime relative sia all’inflazione che al PIL di quest’anno. Lo staff prevede ora una crescita del PIL USA nel corso del 2026 pari a +2,4% (rispetto al +2,3% atteso a dicembre) e a +2,3% nel 2027. In quest’ultimo caso, le previsioni sono state alzate di 0,3 punti percentuali rispetto all’outlook di dicembre.
Riviste al rialzo anche le previsioni sull’inflazione. Ora le attese sono di un indice PCE headline e di un dato core, nel 2026, pari al 2,7% in entrambi i casi, contro i valori rispettivamente pari a +2,4% e +2,5% previsti in precedenza.
Dal nuovo outlook emerge inoltre la prospettiva di un tasso di inflazione che dovrebbe poi scendere al target del 2% della Fed negli anni successivi, con lo smorzarsi degli impatti sia dei dazi di Trump che della guerra.
Lo staff della Fed continua a prevedere un tasso di disoccupazione, nel 2026, pari al 4,4%. per il 2027, le attese sono di un tasso di disoccupazione pari al 4,3%, con le stime riviste al ribasso rispetto a quanto stimato a dicembre. Sempre per il prossimo anno, il tasso di inflazione è previsto scendere al 2,2%, valore lievemente più elevato rispetto al 2,1% stimato a dicembre.
Il messaggio del dot plot
Dal nuovo dot plot della Fed emerge che, così come a dicembre, per il 2026, i tassi USA sono attesi concludere il 2026 al 3,4%. Invariate rispetto a dicembre anche le aspettative sul valore dei tassi alla fine del 2027, pari al 3,1%. Le proiezioni dei vari esponenti del FOMC oscillano da un livello minimo rappresentato dal range tra il 2,5% e il 2,75% al massimo che corrisponde al range attuale del 3,5%-3,75%.
Il comunicato del FOMC sui tassi
Così si legge nel comunicato con cui il FOMC, il braccio di politica monetaria della Fed, ha annunciato la decisione di lasciare i tassi USA fermi per la seconda volta consecutiva:
“I dati (macroeconomici) a disposizione suggeriscono che l’attività economica ha continuato a espandersi a un ritmo solido. La crescita dell’occupazione è rimasta contenuta e il tasso di disoccupazione è cambiato poco negli ultimi mesi. L’inflazione rimane moderatamente elevata.
Il Comitato punta a raggiungere la massima occupazione e un tasso di inflazione del 2% nel lungo periodo. L’incertezza sulle prospettive economiche resta elevata. Le implicazioni degli sviluppi in Medio Oriente per l’economia statunitense sono incerte. Il Comitato è attento ai rischi su entrambi i lati del suo duplice mandato.
A sostegno dei suoi obiettivi, il Comitato ha deciso di mantenere l’intervallo obiettivo per il tasso sui federal funds al 3,5%-3,75%. Nel valutare l’entità e la tempistica di eventuali ulteriori aggiustamenti dei tassi sui federal funds, il Comitato analizzerà attentamente i dati in arrivo, l’evoluzione delle prospettive e il bilanciamento dei rischi. Il Comitato è fortemente impegnato a sostenere la massima occupazione e a riportare l’inflazione al suo obiettivo del 2%.
Nel valutare l’orientamento appropriato della politica monetaria, il Comitato continuerà a monitorare le implicazioni delle nuove informazioni per le prospettive economiche. Il Comitato è pronto ad adeguare l’orientamento della politica monetaria nel caso in cui dovessero emergere rischi che ostacolassero il raggiungimento dei suoi obiettivi. Le valutazioni del Comitato terranno conto di un’ampia gamma di informazioni, tra cui le condizioni del mercato del lavoro, le pressioni inflazionistiche e le aspettative di inflazione, nonché gli sviluppi finanziari e internazionali”.
La Fed lascia i tassi invariati al 3,5%-3,75% per la seconda volta consecutiva
Come da attese, la Fed ha annunciato di aver deciso di lasciare i tassi sui fed funds USA fermi alla forchetta compresa tra il 3,5% e il 3,75%.
Il commento degli esperti. Ma la minaccia di balzo dell’inflazione con shock petrolio è davvero così grande?
Così Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel, nella nota “Fed Day: più paura dell’inflazione o della recessione?”, ha riassunto il grande dilemma della Fed, facendo riferimento al pericolo che la parentesi dei tagli dei tassi sia destinata a essere chiusa, a causa della minaccia rappresentata da un nuovo possibile scatto al rialzo dell’inflazione:
“Quando scoppia una crisi, molti esperti e investitori tendono a elencare tutte le ragioni per cui una ripresa appare impossibile. È vero che alcuni segnali destano preoccupazione: i dati sul traffico marittimo mostrano che il numero di petroliere in transito nello Stretto di Hormuz è crollato, passando da circa 200 a settimana a febbraio a livelli quasi trascurabili, anche se recenti rapporti indicano che alcune navi continuano ad attraversarlo con i transponder AIS spenti. Tuttavia, il punto fondamentale è evitare di amplificare una difficoltà fino a trasformarla in un ostacolo insormontabile.
Anzitutto, il contesto conta. Se guardiamo ai prezzi del petrolio in termini reali, il WTI ha raggiunto circa 202 dollari al barile nel 2008 e 160 dollari nel 1980, contro i circa 94 dollari attuali. Si tratta certamente di uno shock, ma non del più grave mai visto. In secondo luogo, non riteniamo che l’aumento del prezzo del petrolio si tradurrà in una significativa pressione sull’inflazione core negli Stati Uniti. Negli ultimi decenni, infatti, il trasferimento dei prezzi energetici sull’inflazione di fondo è stato limitato. Terzo punto: gli Stati Uniti, essendo esportatori netti di energia, risultano relativamente protetti dagli shock petroliferi. Solo una quota marginale del petrolio che attraversa lo Stretto di Hormuz è destinata al mercato statunitense, circa il 2%, e l’economia Usa oggi è molto meno dipendente dall’oro nero rispetto al passato. L’intensità petrolifera è diminuita di quasi il 70% dal 1960, segno di una maggiore efficienza e di un diverso mix energetico”.
Cleveland, ha ammesso che “è vero che in passato shock petroliferi hanno spesso preceduto recessioni, agendo come una tassa sui consumatori”.
Detto questo, “la questione cruciale è capire a quale livello di prezzo questo effetto diventa realmente critico” e “attualmente, i consumatori statunitensi destinano meno del 4% della loro spesa totale all’energia, contro una media di circa l’8% negli anni ’70 e ’80”.
La storia, ha spiegato ancora l’economista di Payden & Rygel, insegna che “le difficoltà emergono quando questa quota si avvicina al 7%, livello che oggi corrisponderebbe a un prezzo del Brent intorno ai 157 dollari al barile, ben al di sopra delle quotazioni attuali”.
Di conseguenza, si è chiesto e ha chiesto l’esperto, quale dovrebbe essere la risposta della Fed?
La sua risposta è la seguente:
“A nostro avviso, un aumento dei tassi in presenza di uno shock di offerta non sarebbe appropriato. Se prolungato, uno shock petrolifero agisce più come un freno alla crescita che come un motore dell’inflazione. In un contesto di mercato del lavoro già fragile, ciò potrebbe anzi giustificare politiche monetarie più accomodanti. In altre parole, la Fed dovrebbe guardare oltre l’effetto temporaneo dei prezzi dell’energia sull’inflazione complessiva. In conclusione, stiamo affrontando uno shock legato ai costi energetici, ma non senza precedenti e non tra i più gravi. L’economia statunitense è oggi più resiliente rispetto al passato: non siamo ancora a livelli tali da comprimere significativamente la spesa dei consumatori, il pass-through sull’inflazione core resta limitato e i policymaker dovrebbero evitare reazioni eccessive a uno shock temporaneo”.
Wall Street sotto pressione dopo nuovo trauma inflazione
In attesa dell’annuncio sui tassi della Fed, i principali indici azionari di Wall Street riportano forti ribassi, scontando il dato relativo al PPI di febbraio. Il Dow Jones accusa una flessione superiore a 400 punti, scendendo a quota 46.558,75 punti. Lo S&P 500 arretra dello 0,70%, a 6.668,09 punti, mentre il Nasdaq Composite cede lo 0,81%, a 22.298,371 punti.
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