Perché le grandi banche d’affari corrono ad accaparrarsi il pubblico retail

Mauro Bottarelli

26 Dicembre 2020 - 13:00

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Goldman Sachs lancia un programma di investimento gestito per clientela retail con un conto minimo di soli 1.000 dollari e basato su tre portafogli di Etf. Perché l’indigestione di emissioni 2020 va smaltita.

Perché le grandi banche d'affari corrono ad accaparrarsi il pubblico retail

Se la scelta di JP Morgan di lanciare un Etf a leva 1.5x che a sua volta tracci altri tre Etf di Ark legati al comparto tech e sovra-esposti a detenzioni di titoli Tesla era già parsa a molti una sospetta e preoccupante operazione di sfruttamento terminale di un trend dal respiro a rischio accorciamento, quella compiuta da Goldman Sachs sfiora l’iconoclastia.

La banca d’affari newyorchese, un tempo sinonimo di gotha assoluto della finanza, ha infatti attivato la fase operativa di un progetto inizialmente previsto per il 2020 e poi rimandato causa pandemia: il wealth managment per tutti. Nella fattispecie, persino per clientela talmente retail da poter contare su una disponibilità minima di soli 1.000 dollari.

Alla base del progetto, ovviamente, la consumer bank di Goldman, Marcus e una filosofia che appare quasi come uno spoiler dell’attitudine da «legge della giungla» che caratterizzerà il 2021, dopo il diluvio di emissioni azionarie e obbligazionarie dell’anno che sta per concludersi: New wealth management product for the masses. Praticamente, una nemesi assoluta: la banca simbolo di Wall Street e riferimento per il mitologico 1% della società sposa le masse, quasi un atto penitenziale tacito dopo l’abbuffata di denaro a pioggia e tassi a zero permanenti di cui il sistema ha goduto grazie al crollo Lehman. Ovvero, grazie a un qualcosa che esso stesso aveva generato in nome del profitto. Materia per politologi e sociologi finissimi, insomma. Anche alla luce dei 15 milioni di conti titoli su cui può fare riferimento Robinhood, a sua volta leader nel settore del trading per le masse. In questo caso, materia per psichiatri.

Il programma si chiamerà Marcus Invest e verrà lanciato ufficialmente nel primo trimestre dell’anno prossimo, dopo un breve periodo di testing interno durante il quale i dipendenti che accetteranno di aderire pagheranno una commissione annuale di gestione dello 0,15%. Ottenuto il via libera dal beta program, si passerà alla fase della pesca a strascico fra la clientela retail, la quale dovrà avere come unico requisito quello di poter disporre di almeno 1.000 dollari da far amministrare alle sapienti menti finanziarie di Goldman Sachs. A quel punto, si potrà scegliere fra tre diversi modelli di portfolio, direttamente gestiti dalla banca o esterni: tutti basati su Etf scelti e designati dall’Investment Strategy Group dell’istituto.

Inoltre, ai clienti verrà offerto anche un strumento di personal finance denominato Marcus Insight, un app e un portale online. I costi? Da margine assolutamente risicato, poiché Cnbc ha fatto filtrare come il prezzo del servizio sarà in linea con quello richiesto dai competitor come Morgan Stanley (0,35%) e Bank of America (0,45%).

Perché allora lanciarsi in un progetto pressoché a somma zero, impiegando risorse e spendendo il buon nome di Goldman Sachs e l’eccellenza dei suoi servizi finanziari per gestire conti a dir poco popolari negli ammontare?

BloombergFonte: Bloomberg

La risposta indiretta potrebbe arrivare da questo grafico, il quale mette in prospettiva quanto accaduto nel corso del 2020 e il fall-out che potrebbe riverberarsi nel 2021. La febbre da IPO che ha caratterizzato gli ultimi due trimestri, infatti, ha garantito un livello record di vendite di titoli azionari Usa, qualcosa come 435 miliardi di dollari di controvalore, ben al di sopra del primato precedente che risaliva al 2014 con i suoi «soli» 279 miliardi.

E non basta: quasi un quarto di questa bonanza è derivato appunto da collocamenti tradizionali, contesto nel quale sono emerse qualcosa come 240 nuove SPAC in grado di generare 81 miliardi di dollari di capitale per potenziali acquisizioni. Un diluvio, appunto. Cui va unito il reddito fisso, al netto di emissioni record garantite dall’operatività in Qe strutturale delle Banche centrali e con 17 trilioni di dollari in controvalore di debito che attualmente «garantisce» rendimento negativo. Nitroglicerina da maneggiare con enorme cura, poiché ogni minimo sobbalzo dei tassi potrebbe innescare uno tsunami sui valori di VaR (Value-at-Risk) cui quelle securities sono iscritte nei bilanci. Facendoli saltare.

Intuitivamente, quindi, lo scenario sembrerebbe imporre un atteggiamento più precauzionale di quello di un ampliamento delle proprie operatività alla clientela retail. Ma la realtà appare un’altra: alla luce delle novità apportate prima dalla vittoria di Joe Biden con la sua prodromica propensione al ritorno del value sul growth e poi dall’arrivo del vaccino anti-Covid come amplificatore delle attese per una ripresa degli outlook macro, la priorità delle banche d’affari (e non solo) appare univoca: ampliare il più possibile la clientela potenziale cui vendere quelle «scorte di magazzino» acquistate in quantità industriale durante il diluvio del 2020. E farlo prima che arrivino alla data di scadenza. Tradotto, nella fattispecie: prima che una normalizzazione dei tassi, ufficiali o reali attraverso le aspettative inflazionistiche, porti con sé anche un minimo sindacale di schumpeteriana price discovery relativa al valore reale e non più facciale o percepito di quegli assets.

Insomma, passare il cerino di mano prima che la fiamma sia troppo vicina ai polpastrelli.

Congressional Budget OfficeFonte: Congressional Budget Office

Implicitamente, questa teoria è confermata da questo altro grafico, dal quale si evince come per la prima volta dagli anni ’70, la Fed sia oggi il principale detentore di debito pubblico Usa, avendo superato gli investitori esteri. Insomma, la Fed ha comprato e sta comprando il debito americano che il resto del mondo vende, alla luce di un deficit strutturale garantito dalla monetizzazione da parte della Fed di ogni singola emissione del Treasury e che la nuova amministrazione, in qualche modo, dovrà gestire.

Congressional Budget OfficeFonte: Congressional Budget Office
Treasury International CapitalFonte: Treasury International Capital

Alla luce di queste due dinamiche, frutto dell’elaborazione ufficiale del Congressional Budget Office: se i costi di gestione del debito - come da previsione - triplicheranno entro il 2028 e il mondo continuerà a scaricare Treasuries (proprio per evitare la dinamica del cerino acceso che resta in mano troppo a lungo), ecco che allora quella carta va piazzata in modalità giapponese. Ampliando a dismisura la platea di detentori interni. E se Fed e Treasury ragionano in questo, implicitamente ammettendo un futuro di ciclicità fra crisi sistemiche e nuove stagioni di monetizzazione tramite Qe, le banche commerciali e d’affari sposano la medesima filosofia: partecipare all’abbuffata, quando i tempi lo consentono.

Ma fermarsi un attimo prima dell’indigestione finale. E alla luce dei numeri relativi al mercato azionario e obbligazionario e alle valutazioni lunari raggiunte attraverso gli artifici messi in campo dal 2008 ad oggi (Qe, buybacks, IPO, SPAC, espansione dei multipli, ampliamento delle platea ai daily traders, flip-flop algoritmici basati su un flusso continuo di notizie «sensibili»), un periodo di purga obbligata appare quanto mai all’orizzonte.

Non a caso, alla luce dei 600 dollari di assegno settimanale di sostegno appena approvati dal Congresso per i cittadini americani come risposta alla seconda ondata di pandemia, a Wall Street già circola un calcolo poco ortodosso ma molto pratico. Con oltre 15 milioni di account su Robinhood, cui fanno capo cittadini che riceveranno per la gran parte almeno 600 dollari di aiuti federali alla settimana, se verranno investiti nel trading on-line anche solo un quarto del totale mensile, il nuovo potere d’acquisto azionario retail è già quantificabile in 9 miliardi di dollari.

La vacca grassa delle masse va munta, finché c’è ancora latte. Quasi un perverso processo ad orologeria di socializzazione delle perdite. In attesa di una nuova stagione di privatizzazione dei profitti.

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