Chi lascia lo stipendio per la partita IVA scopre presto che la tariffa “giusta” non basta. Ecco il conto vero, tra contributi, TFR e ore che nessuno ti paga.
Un occupato su cinque, in Italia, lavora in proprio. E sono sempre di più. Nel primo trimestre del 2026 i lavoratori indipendenti censiti dall’Istat sono 5,275 milioni e pesano per il 21,9% del totale degli occupati, contro il 20,9% di dodici mesi prima. Solo nei primi tre mesi dell’anno sono cresciuti di 72mila unità, cioè dell’1,4%, mentre il lavoro dipendente arrancava. Insomma, in un mercato del lavoro che si muove poco, a muoversi è quasi soltanto chi si mette in proprio.
Il confronto europeo, poi, ci consegna un primato che conosciamo bene. Secondo Eurostat, nel 2025 la quota di lavoratori autonomi sul totale degli occupati era del 23,2% in Italia, terza in tutta l’Unione dietro alla sola Grecia (24,8%) e alla Bulgaria (24,6%). La media europea è ferma al 14,2%: praticamente la metà. Le due percentuali italiane non coincidono perfettamente perché Istat ed Eurostat usano definizioni e perimetri diversi, ma la direzione è la stessa e non ammette equivoci.
Ecco allora che sorge spontanea una domanda, tanto banale quanto sistematicamente elusa: tutti questi professionisti hanno calcolato bene la tariffa? L’autonomia costa e, a volte, ci si rimette tanto tra tempo e guadagni.
Il conto che (quasi) nessuno fa prima di aprire la partita IVA
Partiamo da un assunto. Quando si passa dal contratto alla fattura, l’errore più diffuso è confrontare due grandezze che non sono confrontabili: il netto in busta paga da una parte e il fatturato dall’altra. In mezzo, però, c’è tutto quello che il datore di lavoro pagava per conto tuo senza che comparisse mai sul cedolino, e che dal giorno dopo diventa affare tuo.
E non è una questione solo italiana, anzi. L’esempio o, meglio, la testimonianza più netta di questo scivolone arriva dagli Stati Uniti, dove il mercato del lavoro indipendente è maturo da decenni e i conti li hanno già fatti un po’ tutti. Scott Davis, fondatore della società di digital marketing Outreacher.io, ha lasciato un impiego a tempo pieno da 100.000 dollari l’anno convinto che una tariffa tra i 75 e i 90 dollari l’ora sarebbe bastata (per un impiego full time): era la forbice che piattaforme e colleghi indicavano come corretta per il suo livello di esperienza.
Si sbagliava di quasi il doppio. Rifacendo i conti a bocce ferme, la cifra che gli serviva fatturare per restare esattamente dov’era prima era di circa 140.000 dollari. Il 40% in più per non guadagnare un centesimo in più.
Le voci che “spariscono” il giorno dopo
Da dove esce quel 40%? Dalla somma di una serie di voci che, prese una a una, sembrano dettagli.
Beth Logan, Enrolled Agent e titolare dello studio Kozlog Tax Advisers in Massachusetts, questo calcolo lo ha rifatto per decine di clienti prima ancora che per sé stessa. Il pavimento, negli Stati Uniti, è il 7,65% di contributi previdenziali che versava il datore e che il lavoratore autonomo si accolla per intero, arrivando al 15,3% complessivo di self-employment tax previsto dall’IRS. Ma è, appunto, solo il pavimento, come spiega sempre Beth Logan.
“Al minimo, mettersi in proprio significa un aumento dei costi del 7,65%, solo perché adesso paghi sia la quota del dipendente sia quella del datore di lavoro. Al massimo, sommando ferie, festività, malattia, sanità, previdenza integrativa e il tempo che serve per procurarti il lavoro, si arriva a oltre il 42% più i costi fissi.”
Nella sua scomposizione ci sono dieci giorni di ferie e altrettanti di festività, cinque giorni di malattia, una copertura sanitaria e il contributo pensionistico che l’azienda versava. Ma il dato più interessante è un altro, ed è universale: un giorno alla settimana se ne va in ricerca clienti e amministrazione. Il 20% dell’anno, che non paga nessuno.
Il 50% che non fatturi mai: ecco perché
Ma la testimonianza di Davis è illuminante sotto diversi punti di vista, perché affianca due numeri che di solito non vengono considerati.
Tolte le settimane di ferie restano 46 settimane lavorative. Di quelle ore, però, solo la metà è realmente fatturabile: il resto se ne va in preventivi, amministrazione, sviluppo commerciale e nei buchi tra un incarico e l’altro. Fanno circa 920 ore l’anno. Dividendo i 140.000 dollari necessari per quelle 920 ore si arriva a oltre 150 dollari l’ora, contro i 75-90 di partenza.
E c’è un altro fattore “sbagliato”: quello di dare per buone le canoniche quaranta ore settimanali. John Raisor, Growth Director dello studio Occam’s Raisor, lo dice senza giri di parole: nessuno che guadagni 100.000 dollari l’anno lavora davvero quaranta ore, e se di ore ne fatturi quaranta significa che ne stai lavorando 55 o 60. Magari anche 6 o 7 giorni a settimana.
Il suo caso personale, del resto, somiglia parecchio a quello di Davis. Partito da uno stipendio da 100.000 dollari, aveva calcolato che 60 dollari l’ora sarebbero bastati: quaranta ore a settimana per cinquantadue settimane fanno quasi 125.000 dollari, apparentemente più che sufficienti. Ma tra assicurazione sanitaria pagata da solo, tasse e spese varie, si è ritrovato a guadagnare meno di prima ed è dovuto salire a 75 dollari l’ora. La sua regola, oggi, è secca: almeno il 30% in più della vecchia paga, ma il 50% è la scommessa più sicura.
Va detto che quel 50% di ore fatturabili è una stima personale e cambia parecchio da mestiere a mestiere. Ma il principio regge ovunque: la tariffa non si calcola sulle ore che lavori, si calcola sulle ore che qualcuno ti paga.
Il conto all’italiana: 40.000 euro per portarne a casa 28.400
Torniamo a noi, perché il meccanismo è identico ma le aliquote cambiano, e non di poco.
Un professionista con partita IVA e senza cassa di categoria versa alla Gestione separata INPS il 26,07%, aliquota confermata anche per il 2026 con la circolare n. 8 del 3 febbraio 2026. Dentro quella percentuale ci sono il 25% di IVS, lo 0,72% per maternità e malattia e lo 0,35% che finanzia l’ISCRO. Il minimale per l’accredito contributivo è fissato a 18.808 euro, il massimale a 122.295.
Numeri alla mano, facciamo il conto sul caso più diffuso: regime forfettario, coefficiente di redditività al 78% previsto per le attività professionali, imposta sostitutiva al 15%.
Su 40.000 euro di fatturato l’imponibile previdenziale è di 31.200 euro. I contributi INPS pesano per 8.133,84 euro. L’imposta sostitutiva, che si calcola al netto dei contributi versati, vale altri 3.459,92 euro. In tasca restano 28.406,24 euro.
Tradotto: per portare a casa poco più di 28.400 euro bisogna fatturarne 40.000. Il 40% in più. Che è esattamente il moltiplicatore trovato da Davis dall’altra parte dell’oceano e sta dentro la forbice indicata da Raisor, con sistemi fiscali che con il nostro non c’entrano niente. Non è una coincidenza, quindi, ma il costo vivo di non avere più un datore di lavoro alle spalle... e cambia poco la latitudine.
Certo, chi è nei primi cinque anni di attività e rispetta i requisiti paga l’imposta sostitutiva al 5% e se la cava con un +30%. Ma è uno sconto a tempo: dal sesto anno il conto torna quello di prima, e chi in quei cinque anni ha tarato la tariffa sul regime agevolato si ritrova con le ossa rotte.
E siamo ancora ai numeri lordi delle giornate. Su 250 giorni lavorativi teorici, se davvero solo la metà è fatturabile, quei 40.000 euro vanno spalmati su 125 giornate: significa 320 euro al giorno. Se invece le giornate vendute salgono a 200, ne bastano 200. È tutta lì, la differenza tra una tariffa che sta in piedi e una che non ci sta.
Ferie, malattia e TFR: le tre voci che nessuno mette in tariffa
Poi ci sono tutti quegli aspetti di contorno del lavoro subordinato, nonché le tutele, che da freelance spariscono a meno che non si ragioni su ulteriori spese proprie.
Il TFR, intanto, sparisce. Per un dipendente si accantona ogni anno una quota pari alla retribuzione divisa per 13,5, che al netto del contributo dello 0,50% vale circa il 6,91% della retribuzione lorda e che l’articolo 2120 del Codice civile fa rivalutare ogni anno dell’1,5% fisso più il 75% dell’inflazione Istat. Un salvadanaio forzoso che per un autonomo, semplicemente, non esiste.
Poi ci sono le ferie. Il decreto legislativo 66/2003 garantisce al lavoratore subordinato almeno quattro settimane l’anno retribuite. Un mese intero. Per chi ha la partita IVA quel mese non è ferie: è un mese senza fatturare.
Sulla malattia il divario si allarga ancora. L’unico paracadute è l’ISCRO, l’indennità straordinaria di continuità reddituale finanziata proprio da quello 0,35% di contributo aggiuntivo, che però interviene su un calo di reddito conclamato e non certo sulla settimana passata a letto con l’influenza. Tradotto: un’influenza di cinque giorni, per un professionista che fattura 320 euro al giorno, vale 1.600 euro di mancato incasso. E non la rimborsa nessuno.
FAQ, le domande più frequenti sul tema (in breve)
Di quanto devo aumentare la tariffa rispetto al vecchio stipendio?
- La regola pratica è un +40% sul lordo, con una forbice che i professionisti collocano tra il +30% come minimo di sopravvivenza e il +50% come margine di sicurezza. In regime forfettario con imposta al 15%, 40.000 euro di fatturato lasciano circa 28.400 euro.
Quanti contributi paga un freelance in Italia?
- Il 26,07% alla Gestione separata INPS per chi non ha una cassa di categoria, con minimale a 18.808 euro e massimale a 122.295 euro per il 2026.
Quante ore di un freelance sono davvero fatturabili?
- Le stime dei professionisti si aggirano intorno alla metà del tempo lavorato, con circa un giorno a settimana assorbito da amministrazione e ricerca clienti.
Il punto, alla fine, è sempre lo stesso. La partita IVA non si sceglie guardando la tariffa oraria, si sceglie sapendo che dentro quel numero devono starci anche le ferie che non farai, la malattia che non ti paga nessuno e il mese all’anno che passerai a rincorrere clienti. Chi lo scopre dopo, di solito, lo scopre a proprie spese.