È un’attività strategica ma che sta soffrendo oltre ogni limite.
Il mondo finanziario guarda alle sue potenzialità, sebbene la carenza di prodotti specifici sia penalizzante nel consentire di cogliere tutto quanto sta avvenendo e avverrà nei prossimi anni.
Merita quindi un approfondimento.
Perché in evidenza?
È sotto il mirino di missili e droni in Medio Oriente, con danni rilevanti alle specifiche infrastrutture in un conflitto che ha le vere origini nel controllo del potere energetico mondiale. È poi in crisi in Europa a causa della politica ambientale, che ha penalizzato le grandi raffinerie, riconvertite in alcuni casi all’alternativa dei biocarburanti. È penalizzato infine da scelte di riduzione della capacità per motivi puramente di convenienza economica.
Di qui passaggi di mano di non pochi impianti di raffinazione da operatori nazionali a giganti dell’industria petrolifera globale, con una concentrazione che penalizza alcuni Paesi europei: evidente il caso, per esempio, dell’Italia, dove Saras è stata ceduta all’olandese Vitol e Ip alla compagnia statale azera Socar. Con queste due operazioni quasi l’80 per cento della capacità di raffinazione italiana è finita sotto controllo estero. Situazione non migliore in altri Paesi dell’Unione. Insomma, una tempesta perfetta al momento più sbagliato in assoluto degli ultimi anni. Tensioni inevitabili quindi, destinate a proseguire nel medio termine. Anzi c’è chi ipotizza addirittura a peggiorare.
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Con quali strumenti investire?
Di fatto ci sono tre modi: uno classico, uno più azzardato e uno infine solo parzialmente conservativo.
Il primo: le big petrolifere, leader in Borsa nei rispettivi Paesi. Tre nomi su tutti: la francese Total Energies (la raffinazione ha un peso rilevante sul suo business), la britannica BP (peso considerevole) e l’italiana Eni (peso significativo ma in calo – tre siti a Sannazzaro/Pavia, Livorno e Taranto). Leggendo i bilanci delle tre società si nota però come il business sia considerato molto volatile. Lo è stato almeno fino al 2025. Con il nuovo quadro geopolitico sta tornando a essere fondamentale e inciderà ancor più sui fatturati complessivi.
Il secondo modo: società specializzate europee di Paesi “minori”. Per esempio la norvegese Equinor, pure quotata in Borsa.
Il terzo modo: gli ETF petroliferi, che coprono l’intero universo delle aziende specializzate nella lavorazione del greggio, con indici riferiti sia a tutti i Paesi sviluppati sia alla sola Europa e sia infine agli Usa. Il più specifico è il VanEck Oil Services (Isin IE000NXF88S1), quotato anche a Milano, dove ha messo a punto una performance su un anno di oltre il 100%. I dividendi sono capitalizzati, il che nella fase in corso costituisce un motivo di interesse in più, considerando gli elevati profitti che si prevedono per la raffinazione nei prossimi anni.
Volendo diversificare nell’area Usa molto seguito da sempre appare l’Invesco Morningstar US Energy Infrastructure MLP (Isin IE00B8CJW150), che replica società particolari – le Master limited partnership – forme giuridiche favorite fiscalmente e di cui una parte attive appunto nella raffinazione. Ne consegue che i dividendi distribuiti risultano molto elevati. L’Invesco garantisce uno yield attuale di circa l’8% annuo ma in passato ha superato anche il 10%. I versamenti avvengono semestralmente.
I punti forti
Investendo in questo comparto non c’è uno dei problemi maggiori che si manifesta invece sugli ETC relativi alla commodity petrolio: si tratta del cosiddetto contango, dovuto ai future sottostanti. Con il rinnovo nel tempo di questi ultimi si determinano per gli ETC scostamenti per motivi tecnici, il che fa loro subire perdite, perché spesso i derivati in scadenza vengono venduti a prezzi inferiori rispetto a quelli di successivo riacquisto, erodendo il valore dell’investimento nel tempo. Un altro punto forte è che il business della raffinazione viene stimato in trend positivo anche nei prossimi anni.
I punti deboli
Il business del petrolio è tutto incentrato sulla valuta dollaro, il che costituisce motivo di ancora maggiore volatilità. È indubbio poi che gli scombussolamenti geopolitici stanno incidendo sull’industria del settore, con possibili effetti sulla tenuta dei margini di alcuni operatori rispetto ad altri. Chi vincerà e chi perderà? Per ora non si può prevedere.
Attenzione a…
… alla volatilità di un comparto troppo esposto alle variabili geopolitiche. Trattandosi poi di strumenti finanziari settoriali vanno trattati con piani di accumulo e disaccumulo ben strutturati. Qui la velocità è determinante, il che fa sì che non si tratti di azioni ed Etf per investitori cassettisti, sebbene nell’ultimo periodo questa strategia si sia rivelata vincente.
A chi si rivolgono
A investitori dinamici che sappiano gestire la volatilità dei corsi e la distribuzione dei dividendi. Altrimenti a chi imposti piani di acquisto di lungo periodo, in parte “sovvenzionati” anche dai ricchi dividendi distribuiti.
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