Bitcoin a $78.000. Cosa c’è dietro il rally che nessuno si aspettava (e cosa potrebbe succedere adesso)

Tommaso Scarpellini

24 Agosto 2026 - 21:18

Bitcoin +22% in 7 giorni, Treasury in fiamme e dollaro in ritirata: qualcosa si starebbe rompendo, o forse stava già tenendo per un filo.

Sette giorni, 22%, e un Bitcoin che torna a sfiorare i $78.000 in un momento in cui quasi nessuno lo stava aspettando. Ma cosa ha innescato davvero questo movimento?E soprattutto, reggerà?

Il movimento di Bitcoin verso quota $78.000 non sembrerebbe spiegabile con un singolo fattore isolato. Quello che potrebbe stare emergendo, invece, è una sequenza di eventi macroeconomici che si sarebbero intrecciati in pochi giorni, producendo un effetto amplificato su un mercato già sotto pressione da mesi. Leggere questo rally come un semplice rimbalzo tecnico rischierebbe di perdere la struttura più profonda che sembrerebbe sorreggerlo.

Il detonatore: i buyback del Tesoro USA e la pressione sui bond lunghi

Tutto sembrerebbe essere partito da una mossa del Tesoro americano guidato da Scott Bessent: il raddoppio dei programmi di riacquisto sui Treasury a lunga scadenza, con le fasce 10-20 anni e 20-30 anni portate da $2 a $4 miliardi. In termini tecnici, un buyback obbligazionario consiste nel riacquisto da parte dell’emittente sovrano di propri titoli già in circolazione sul mercato secondario. L’effetto meccanico è diretto: la domanda istituzionale aggiuntiva sostiene i prezzi dei bond, e poiché rendimento e prezzo si muovono in direzione inversamente proporzionale, ne consegue una compressione dei tassi impliciti.

L’intervento avrebbe prodotto una riduzione immediata di circa 5-10 punti base sui rendimenti, ma non avrebbe modificato il quadro strutturale: con il decennale americano ancora vicino al 4,75% e il trentennale verso il 5,35%, la pressione sulla parte lunga della curva rimarrebbe sostanzialmente intatta. Si tratterebbe, più che di una svolta, di un segnale di contenimento temporaneo.

Il mercato, tuttavia, sembrerebbe aver letto quella mossa attraverso una lente diversa: come un’ammissione implicita che Washington starebbe osservando con crescente preoccupazione il proprio costo di finanziamento. Questo avrebbe alimentato i timori di un indebolimento strutturale del dollaro, con l’indice DXY che avrebbe ceduto circa il 2,5% nell’arco di un mese. Ed è proprio qui che si aprirebbe il canale di trasmissione verso Bitcoin: quella svalutazione percepita della valuta di riserva globale avrebbe riattivato il cosiddetto debasement trade, ovvero la rotazione da strumenti denominati in valuta fiat verso riserve di valore alternative o beni reali.

Short squeeze e flussi ETF: la benzina sul fuoco

A questo contesto macro si sarebbe sovrapposto un meccanismo tecnico preciso: uno short squeeze. Gli operatori che avevano costruito posizioni ribassiste su Bitcoin si sarebbero trovati costretti a liquidarle in perdita, riacquistando la criptovaluta per coprire l’esposizione. Questo processo avrebbe amplificato in modo esponenziale il movimento già in corso, trasformando un rialzo ordinato in un’accelerazione improvvisa.

Il ritorno di interesse istituzionale troverebbe conferma nei dati sugli ETF spot americani, gli unici veicoli regolamentati disponibili negli Stati Uniti per un’esposizione diretta a Bitcoin. I 13 fondi quotati avrebbero registrato afflussi netti per quasi $2 miliardi nell’arco di una sola settimana.

Il grande assente: MicroStrategy e la liquidità parcheggiata

In questo scenario spicca, per contrasto, un’assenza significativa. MicroStrategy, la società che più di ogni altra aveva incarnato la narrativa dell’accumulazione istituzionale di Bitcoin, non avrebbe acquistato nemmeno una moneta nel corso di agosto. Al contrario, avrebbe ceduto 3.328 BTC intorno ai $64.000 ciascuno, realizzando la vendita prima del rimbalzo, e avrebbe raccolto oltre $3 miliardi attraverso la vendita di proprie azioni, parcheggiando la liquidità in una riserva in dollari.

Il costo medio di acquisto di MicroStrategy si attesterebbe a $75.385 per Bitcoin. La società avrebbe dunque venduto quando il prezzo era sotto tale soglia, per poi restare osservatrice mentre il mercato risaliva oltre quota $78.000. Parte di quella liquidità sembrerebbe essere stata impiegata per riacquistare azioni privilegiate STRC a prezzo scontato: strumenti emessi nel luglio 2025 per raccogliere $2,47 miliardi, formalmente destinati all’acquisto di Bitcoin, che pagherebbero ora un dividendo del 12% annuo rispetto al 9% iniziale e che vengono scambiati sotto il valore nominale di $100. Ogni azione ritirata eliminerebbe un costo fisso futuro, ma la scelta di mantenere liquidità senza convertirla in Bitcoin resterebbe un segnale ambivalente, che il mercato potrebbe essere chiamato a interpretare nelle settimane a venire.

Quali prospettive per il mercato crypto?

Le cose si sono in meno di 7 giorni fatte più complicate di quanto si pensi: quello che sembrerebbe stare accadendo intorno a Bitcoin potrebbe raccontare qualcosa di più profondo di un semplice rimbalzo tecnico; un mercato che cerca punti di riferimento alternativi in un momento in cui il sistema obbligazionario americano mostra crepe, il dollaro perde terreno e le banche centrali restano in bilico tra inflazione persistente e crescita fragile.

Il simposio di Jackson Hole, i prossimi dati macro americani e l’evoluzione della regolamentazione crypto potrebbero rappresentare altrettanti snodi capaci di rafforzare o ridimensionare rapidamente questo scenario.

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