Oro e Bitcoin vengono spesso raccontati come due facce della stessa medaglia, beni che non dipendono da una banca centrale e che dovrebbero proteggere il risparmio quando la moneta perde valore. I dati americani di questa settimana offrono un buon banco di prova per quella narrativa e il risultato è meno lineare di quanto sembri.
Nel breve periodo i due asset si sono mossi nello stesso modo. Nel medio periodo, invece, seguono traiettorie diverse, e capire perché aiuta a non confondere due strumenti che rispondono a forze in parte differenti. Venerdì 11 settembre, subito dopo la pubblicazione del dato sull’inflazione di agosto negli Stati Uniti, oro e Bitcoin hanno registrato un calo repentino, nell’arco di un minuto. Bitcoin è scivolato sotto i 77.000 dollari, l’oro sotto i 4.300 dollari l’oncia.
Il dato generale era in linea con le attese: prezzi al consumo in aumento dello 0,4% su luglio e del 3,4% su base annua. A sorprendere è stata l’inflazione core, che esclude alimentari ed energia: +0,3% su base mensile contro lo 0,2% atteso, con il dato annuo fermo al 2,4%. Tanto è bastato per rafforzare le attese di una stretta. Dopo la pubblicazione, secondo il CME FedWatch, la probabilità di un rialzo di 25 punti base alla riunione della Fed del 16 settembre è salita al 90%, dal 72% circa del giorno prima.
Il calo, però, è durato poco. Nel giro di pochi minuti Bitcoin è tornato in area 77.400 dollari, mentre a metà mattinata di New York l’oro veniva scambiato a 4.381 dollari, in rialzo di oltre 65 dollari sul giorno. Non è stato un episodio isolato: il 4 settembre, con il dato sull’occupazione, e giovedì, con i prezzi alla produzione, i due asset avevano reagito allo stesso modo.
Perché l’oro reagisce ai rendimenti
In teoria l’oro dovrebbe beneficiare di un’inflazione più alta, perché è tradizionalmente considerato una protezione contro la perdita di potere d’acquisto della moneta. Nella pratica pesa molto di più il livello dei rendimenti obbligazionari. Né l’oro né Bitcoin pagano una cedola: detenerli non produce alcun reddito. Quando i titoli di Stato americani offrono rendimenti elevati, sale il costo opportunità di restare investiti in un asset infruttifero, e parte del capitale tende a spostarsi verso ciò che rende.
È il contesto di questi giorni. Giovedì il rendimento del Treasury decennale ha toccato il 4,954%, il livello più alto da ottobre 2023, e un’inflazione core più vivace delle attese spinge verso tassi più alti per più tempo. Il quadro dei rendimenti aiuta a leggere anche la parabola dell’oro: il 29 gennaio aveva segnato il record storico sopra i 5.600 dollari l’oncia, e oggi si trova circa il 22% al di sotto di quel livello.
Stessa reazione, logiche diverse
Che nel breve periodo oro e Bitcoin reagiscano allo stesso modo ai dati macro non significa che rispondano agli stessi driver economici nel medio. Secondo una lettura diffusa, l’oro resta legato soprattutto al tema del debasement, cioè alla percezione di una progressiva svalutazione delle monete fiat rispetto agli asset reali. Su questo tema negli ultimi anni le banche centrali hanno costruito una domanda strutturale, accumulando riserve auree. Bitcoin si muove invece secondo una logica più vicina a quella degli asset di rischio: è sensibile alla liquidità disponibile, alla propensione al rischio degli investitori e alle aspettative di crescita.
Le traiettorie recenti sono coerenti con questa distinzione. Da gennaio l’oro ha perso oltre un quinto del suo valore. Bitcoin, che un anno fa superava i 109.000 dollari, ha invece recuperato con decisione nel corso di agosto, passando da meno di 63.000 dollari a inizio mese a oltre 78.000 all’inizio di settembre.
Il fattore che l’oro non ha: il voto sul CLARITY Act
Su Bitcoin pesa anche un elemento che per l’oro non esiste: la regolamentazione. Martedì 15 settembre, alle 20:15 ora italiana, il Senato americano voterà la mozione per avviare il dibattito sul CLARITY Act. È la legge che punta a ripartire fra SEC e CFTC la vigilanza sulle criptovalute e che classificherebbe Bitcoin ed Ethereum come commodity digitali. Servono 60 voti: se la mozione non passasse, la legge sarebbe di fatto accantonata per il 2026. Il voto cade il giorno prima della decisione della Fed.
Il grafico: la resistenza sopra gli 80.000 dollari
Sul piano tecnico, Bitcoin si trova sotto un’area di resistenza che diverse analisi collocano fra 80.000 e 83.000 dollari. Il 3 settembre i prezzi si sono spinti fino a circa 81.600 dollari senza riuscire a consolidare sopra quella soglia. Da lì sono tornati indietro fino agli attuali 77.000 dollari circa, con l’apertura di venerdì al livello più basso da due settimane. Un superamento stabile di quella zona indicherebbe che il recupero di agosto ha ancora spazio, mentre un nuovo rifiuto riporterebbe l’attenzione sui supporti inferiori.
Cosa potrebbe significare tutto questo
Nessuno può dire con certezza come si muoveranno oro e Bitcoin nei prossimi giorni, con il voto sul CLARITY Act e la decisione della Fed a ventiquattro ore di distanza. La settimana appena trascorsa mostra che, davanti a un dato che sposta le attese sui tassi, i due asset tendono a reagire allo stesso modo, perché condividono lo stesso limite: non producono reddito. Nel medio periodo, però, rispondono a forze in parte diverse, e considerarli intercambiabili significa sovrapporre due strumenti che si somigliano nella narrativa più che nel comportamento. Più che rincorrere il singolo movimento, vale la pena capire quali logiche stiano muovendo ciascuno dei due.
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