UE, credit crunch sui prestiti già in atto: bad bank per le sofferenze in arrivo?

E se, in ossequio all’ennesima emergenza, l’ipotesi di una bad bank europea dove scaricare i non-performing loans subisse una inattesa quanto benedetta accelerazione?

UE, credit crunch sui prestiti già in atto: bad bank per le sofferenze in arrivo?

«È importante che le banche dell’eurozona siano pronte ad affrontare un probabile aumento del tasso di sofferenze». Non ha utilizzato giri di parole oggi Andrea Enria, capo del Supervisory Board, nel corso della sua audizione di fronte al Comitato per gli Affari economici e monetari del Parlamento Ue.

Un monito che, se inquadrato nell’attuale momento di rinnovata tensione economica e sociale per la seconda ondata di pandemia, assume contorni e profili inquietanti. E il realismo crudo e spietato dell’ex capo dell’Eba non è stato solo frutto di una scelta di responsabilità di fronte a una situazione che pare precipitare di giorno in giorno ma anche di una contingenza decisamente sfortunata. Ovvero, essere costretto a parlare a meno di due ore dalla pubblicazione da parte della Bce del Lending Survey relativo al terzo trimestre di quest’anno. Di fatto, il termometro dello stato di salute del settore bancario attraverso il proxy degli standard creditizi per i prestiti verso aziende e famiglie.

Risultato? Lo mostrano plasticamente in tutta la loro serietà questi due grafici, decisamente un pessimo viatico in vista del board dell’Eurotower di dopodomani (29 ottobre).

Fonte: Nordea/Bce
Fonte: Bce

Non inganni la prospettica intuitiva della prima immagine: un flusso di attivi positivo verso l’economia reale, infatti, è rappresentato da una lettura negativa. Quindi, il picco in positivo registrato si traduce in condizioni creditizie decisamente in fase di contrazione e irrigidimento. Proprio ora che lo spettro di nuovi lockdown imporrebbe invece una trasmissione del meccanismo del credito più fluida e abbondante che mai.

Ed ecco che il secondo grafico, fonte Bce, mostra una dinamica ancora più seria, quantomeno per Paesi come l’Italia e soprattutto la Spagna. Se infatti il sondaggio condotto dalla Banca centrale registra una restrizione delle concessioni, motivata dalle banche con outlook più deboli, aumentati rischi di credito e incerto supporto fiscale, ecco che la stessa domanda da parte delle aziende appare decisamente infiacchita.

Ovviamente, questo ultimo trend non dipende da uno stato di salute positivo dopo la crisi a doppia cifra della primavera scorsa, bensì l’estremo tentativo di evitare una stratificazione debitoria dello stock già accumulato finora.

Insomma, si tenderà a licenziare e tagliare i costi, prima di indebitarsi ulteriormente e a condizioni che stanno divenendo, molto rapidamente, sempre più proibitive rispetto ai tassi nominali di mercato garantiti proprio dalla Bce.

Attenzione poi alla composizione dei fattori che hanno contribuito al relativo aumento della domanda, quantomeno nel nostro Paese: le voci principali sono generiche «altre necessità finanziarie» (colore arancione) ma soprattutto «inventario/scorte e capitale circolante» (colore azzurro), ovvero la differenza tra le attività correnti (crediti, rimanenze, cassa) e le passività correnti di stato patrimoniale (debiti, ratei e risconti passivi). Insomma, il quadro che emerge dal Lending Survey presentato poco prima dell’arrivo di Andrea Enria all’Europarlamento parlava la lingua di un sostanziale prodromo di credit crunch già in atto. Il tutto, giova ripeterlo e sottolinearlo fino allo sfinimento, alla vigilia di quella che appare una riedizione della crisi pandemica della scorsa primavera.

Di fatto, una sorta di annuncio di Spoon River per moltissime PMI. E, appunto, di potenziale e ulteriore aumento delle sofferenze per gli istituti di credito.

Che fare, quindi? Come reagirà la Bce a questa ulteriore, esiziale criticità? Se infatti fino a non più tardi della scorsa settimana, il consensus generale era quello indirizzato verso un’attesa di aumento di disponibilità e prolungamento della durata del programma di acquisto Pepp per il meeting del 10 dicembre, l’accelerazione della pandemia mette il Consiglio direttivo dell’Eurotower con le spalle al muro: occorre anticipare le mosse.

Subito. Quali, però? Questi due grafici (PUBBLICA QUI I GRAFICI CPI_M3 E LOANS_SEPTEMBER) mettono la situazione in prospettiva.

Fonte: Bloomberg
Fonte: Bce

Il primo mostra come oltre al meccanismo di trasmissione del credito attraverso il canale bancario, anche quello di generazione di inflazione attraverso aumento di massa monetaria M3 sia andato in totale disconnessione. Anzi, in cortocircuito totale, poiché una messe di liquidità da record come quella attualmente in circolazione non era mai coincisa nella storia con un tasso di inflazione addirittura negativo.

Che fare, quindi? Continuare con acquisti che, in punta di indirizzo e obiettivo statutario del Qe, finora non solo non hanno sortito l’effetto sperato ma, addirittura, hanno generato un peggioramento del trend deflazionistico?

Ed ecco che il secondo grafico mostra l’aspettativa da tracollo delle attese di prestito a 3 mesi verso le attività non finanziarie dell’eurozona registrata a settembre dalla Bce. Da qui a fine anno, quando la seconda ondata potrebbe essere in pieno svolgimento e i danni all’economia reale già enormi, le banche prevedono una chiusura dei rubinetti degna di un congelamento pre-recessivo. Di fatto, un cocktail letale.

Ecco perché, nei fatti, la Bce dovrà fare qualcosa.

L’unica ipotesi apparentemente praticabile in tempi così ristretti appare quella di un’altra, mega-asta di rifinanziamento a lungo termine (TLTRO) dopo quella record dello scorso giugno, quando furono asegnati 1,3 trilioni di euro a 742 banche. Un record assoluto che ha polverizzato quello precedente, risalente al 2012 con «soli» 529 miliardi. Lo scorso 24 settembre una nuova asta TLTRO ha assegnato altri 174,5 miliardi a 3 anni a 388 istituti, cifra che può apparire minima che tale non è per almeno due motivi. Primo, è stata assegnata solo due mesi dopo quell’immissione di liquidità monstre.

Secondo, gli analisti non si attendevano richieste che superassero un consensus di 60-80 miliardi al massimo, addirittura Barclays fermava la sua proiezione a 20 miliardi di richieste. Insomma, guardando in faccia la realtà, occorre ammettere come già prima del secondo allarme Covid, le banche dell’eurozona avessero ancora sete di liquidità. Christine Lagarde giocherà questa carta apparentemente obbligata, dovendo reagire a tempo di record a un’escalation di nuove criticità macro che nessuno si attendeva di questa magnitudo e velocità? Probabile. Certamente, la carta di una discesa in territorio negativo con il tasso benchmark oggi sarebbero quantomeno azzardata, visto il grado di calo della profittabilità già patito dagli istituti di credito con l’opzione sotto zero sui depositi in atto e da mesi nel mirino delle critiche sempre più feroci della Bundesbank.

Resta un problema, quantomeno per i Paesi più «sensibili» al rischio come Italia, Spagna e Portogallo: il doom loop legato alle detenzioni di debito sovrano da parte proprio dei sistemi bancari domestici.

Questo grafico parla da solo, al riguardo.
Fonte: Jefferies/Bce
Nel mese di settembre, gli istituti di credito italiani hanno acquistato titoli di Stato con il badile, sfruttando il trend positivo sui prezzi innescato dal front-load della Bce.

Ad oggi, la quota di detenzione è pari a circa 520 miliardi di euro, qualcosa come il 14% degli assets totali. Una bomba a orologeria. Il cui innesco a tempo ora potrebbe essere manomesso e anticipato dal rischio di un aumento rapido ed esponenziale delle sofferenze, come ammesso dallo stesso Supervisory Board. Insomma, un vicolo cieco. Da cui Christine Lagarde è chiamata a trovare la via d’uscita. In fretta.

E se, in ossequio all’ennesima emergenza, l’ipotesi di una bad bank europea dove scaricare i non-performing loans subisse una inattesa quanto benedetta accelerazione? Due giorni e lo scopriremo.

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