Tutti i problemi di Borsa Italiana (e come risolverli)

Le problematiche di Borsa Italiana sono note, sottolineate anche dall’OCSE. Quali prospettive per Piazza Affari?

Tutti i problemi di Borsa Italiana (e come risolverli)

L’avvertimento dell’OCSE del gennaio scorso era stato chiaro: la Borsa Italiana è troppo piccola per favorire una sana crescita del tessuto produttivo italiano. Queste almeno sono le risultanze di uno studio “Capital Market Review of Italy" presentato a fine gennaio 2020 dal segretario generale dell’organismo internazionale economico Angel Guerra al Tesoro.

Le lacune del nostro mercato dei capitali sono tante e variegate e i suggerimenti che l’Ocse ha ritenuto opportuno dare per cercare di porvi rimedio ripercorrono le argomentazioni che da troppi anni vengono sottoposte alle autorità borsistiche del nostro paese. Si va dall’aumento del flottante, indispensabile ad alzare la percentuale dei titoli italiani nell’Msci Europe Index e, di conseguenza, la quota di asset italiani nei portafogli dei gestori istituzionali, alla promozione della quotazione di imprese pubbliche locali sul listino principale di Piazza Affari. Agevolare le procedure necessarie alla quotazione, potenziare il ruolo della Consob.

L’Ocse ha sottolineato, infatti, come “nell’ultimo decennio, meno di quattro aziende all’anno si sono quotate sul mercato regolamentato della Borsa Italiana e il rapporto percentuale tra capitalizzazione di mercato e Pil registrato in Italia è nettamente inferiore a quello degli altri grandi Paesi europei”. Alla fine del 2018, il valore totale delle azioni italiane quotate era pari a solo il 31% del Pil, un valore nettamente inferiore a quello registrato in Germania (46%) e in Francia (88%).

La riforma del mercato dei capitali consentirà di sviluppare appieno il potenziale dell’economia italiana, favorendo una crescita sostenibile”, dichiara il segretario generale dell’Ocse, José Ángel Gurría, in occasione della presentazione a Roma del rapporto, in presenza del Ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, e del Vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Valdis Dombrovski. “Ridurre al minimo i fattori di incertezza di natura economica, sociale e politica permetterà al contempo di trarre il massimo beneficio dalle riforme e di consolidare la fiducia di imprenditori, investitori e famiglie”.

Il rapporto rivela che l’Italia è una delle grandi economie europee che presenta la percentuale più elevata di aziende a forte crescita (23%) ma “la dipendenza delle imprese italiane dai finanziamenti dei debiti è ancora molto elevata”. E questo è uno dei grossi problemi che da tempo affligge il nostro mondo produttivo, che risulta sempre essere troppo dipendente dal mondo bancario per finanziarsi, con tutte le conseguenze che questo porta con sé.

Anche il presidente della Banca d’Italia Ignazio Visco ad inizio dello scorso anno aveva avvertito dei rischi che la difficoltà a reperire finanziamenti per le imprese sul mercato comporta per l’economia del paese ed aveva auspicato anche’ egli una maggiore apertura al mercato dei capitali, come fonte di finanziamenti, evidenziando il divario che ci divide sotto questo aspetto con altri paese europei: “è ancora ampio il divario rispetto ai paesi in cui i mercati dei capitali sono più sviluppati. In Francia e nel Regno Unito il rapporto tra la capitalizzazione di borsa delle società non finanziarie e il PIL è oltre tre volte quello che si osserva in Italia e la quota delle obbligazioni sul complesso dei debiti finanziari delle imprese è quasi doppia”, ha dichiarato.

Quello accaduto poi con l’emergenza sanitaria non ha fatto altro che accentuare queste difficoltà, come ha fatto presente in una audizione al Senato la scorsa settimana, alla presenza del presidente Savona, per avere delucidazioni in merito ai crolli di Borsa verificatisi nei primi giorni della emergenza da COVID-19 il senatore Andrea De Bertoldi, di Fdi, segretario della commissione finanze e banche del Senato:

Il presidente Savona ha implicitamente ammesso che nel corso dell’intero periodo dal 19 Febbraio al 16 Marzo, in cui il mercato ha fatto registrare una perdita di valore del 41,2%, la Consob che lui presiede ha deciso di agire soltanto dal 13 Marzo e cioè dopo una ulteriore riduzione del 16,7% avvenuta il giorno precedente. Questo dimostra come la stessa autorità di vigilanza non abbia svolto correttamente il suo lavoro”.

Effettivamente sulla questione della vigilanza degli organismi di controllo se ne è dibattuto molto anche in Germania, a seguito del grave scandalo accaduto dopo la scoperta del buco da 9 miliardi di euro provocato dalla società di carte di pagamento tedesca Wirecard. Un gruppo di investitori ha, infatti, deciso di denunciare la potentissima Bafin, la nostra Consob, il cui presidente Felix Hufeld ha candidamente ammesso trattarsi di “un disastro totale, e che sia uno scandalo che qualcosa del genere possa accadere”. Se lo dice lui che dovrebbe occuparsi proprio che questo tipo di cose non avvengono, c’è da stare poco tranquilli.

Ma come non ricordare i casi di Parmalat o di Monte dei Paschi di Siena o ancora quello delle banche venete o toscane per capire che nel nostro paese la situazione della mancanza di controlli seri verso condotte finanziarie poco ortodosse è forse maggiormente endemica e meno episodica di quello che invece appare essere in altri paesi, maggiormente maturi dal punto di vista finanziario.

La nostra Borsa valori da sempre viene considerata un mercato asfittico e poco aperto verso le aziende produttive alla ricerca di liquidità e questo determina il caso pressoché unico in Europa in cui si lascia alle sole Banche i compito fondamentale di finanziare il tessuto produttivo del paese.

Eppure le prospettive potrebbero essere quelle di un mercato con potenzialità ben maggiori rispetto, ad esempio, all’Ibex di Madrid, ma anche ad altre borse europee, e non è un caso che da tempo intorno alla Borsa di Milano si sono mossi i colossi della finanza mondiale.

Inoltre con l’uscita dall’europa della Gran Bretagna, il London stock exchange che controlla Borsa italiana potrebbe essere costretto a cedere proprio questo asset per disposizione delle autorità europee e quindi per il controllo della nostra piccola Borsa potrebbe presto scatenarsi una piccola bagarre finanziaria.

Per essere più precisi Borsa SpA fra il 2017 e il 2019 è passata da 436 a 445 milioni di euro di fatturato, con un ebitda salito da 216 a 240 milioni (il 53%) e un utile netto aumentato da 105 a 110 milioni. Se Borsa SpA fosse valutata con un moltiplicatore del margine operativo lordo pari a quello espresso dalla Borsa di Zurigo (SIX) per l’Offerta di Pubblico Acquisto (OPA) che quest’ultima ha lanciato per la Borsa di Madrid, corrispondente ad una capitalizzazione di circa 22 volte l’utile, per quella di Milano il valore sarebbe all’incirca pari a 2,5 miliardi di euro.

Qualcuno arriva ad ipotizzare anche un intervento di Cassa e depositi prestiti, sotto l’abile regia di Mediobanca per arrivare ad una quotazione della società di gestione della Borsa valori. Anche se dal ministero dell’economia abbiano nei giorni scorsi smentito questa ipotesi. Questo forse perché, a torto, la Borsa valori continua a non essere ritenuta dalla politica un asset strategico, quando invece solo una Borsa forte e grande può garantire alle aziende quella necessaria liquidità per crescere o anche solo per sopravvivere, in momenti difficili come quello attuale.

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