Dopo l’uccisione di Alex Pretti da parte dell’ICE, i vertici delle Big Tech restano allineati a Donald Trump. Ma nella Silicon Valley qualcuno inizia ad alzare la voce contro il presidente USA.
Poche ore dopo che Alex Pretti, un infermiere di 37 anni, è stato ucciso da agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) durante un’operazione a Minneapolis, alcuni dei nomi più noti del panorama tecnologico globale sedevano comodamente nella sala proiezioni della Casa Bianca per una visione privata di Melania, il documentario dedicato alla moglie del presidente Donald Trump.
A fare compagnia al presidente degli Stati Uniti c’erano i CEO di Apple e Amazon, Tim Cook e Andy Jassy, insieme ad altri imprenditori e noti sostenitori repubblicani.
Mentre in strada, a Minneapolis, imperversava la violenza, i due top manager si allietavano con un appuntamento mondano a Washington, tra popcorn e biscotti decorati con il nome della first lady, rafforzando l’immagine di una Silicon Valley sempre più incline a mostrarsi accomodante nei confronti del presidente americano.
La lunga corte delle Big Tech a Donald Trump
Negli ultimi anni i leader del settore tecnologico hanno moltiplicato i segnali di vicinanza a Trump. Alla sua inaugurazione, figure come Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Sundar Pichai, Elon Musk e lo stesso Cook sedevano sorridenti alle spalle del presidente USA nella Rotonda del Campidoglio.
Da allora, le riverenze non si sono più fermate. Cook ha consegnato a Trump una targa d’oro nello Studio Ovale, Il cofondatore di Google Sergey Brin ha elogiato pubblicamente il suo operato sui diritti civili e Sam Altman, CEO di OpenAI, ha definito “rinfrescante” la nuova amministrazione repubblicana. Apple, Amazon, Meta, Microsoft e Google figurano inoltre tra i finanziatori del nuovo salone della Casa Bianca.
Ma il rapporto tra Big Tech e potere politico non è una novità. Storicamente, il settore ha cercato di mantenere buoni rapporti con le amministrazioni in carica, anche attraverso donazioni e lobbying. Tuttavia, questa volta il silenzio pesa di più.
L’uccisione di Pretti, avvenuta mentre l’uomo riprendeva con il telefono un’operazione federale, ha sollevato un’ondata di indignazione che si è ulteriormente acuita dopo che - nonostante l’evidenza dei video che riprendono l’omicidio - l’amministrazione Trump ha attribuito la responsabilità dell’accaduto alla vittima. Di fronte allo scandalo, i principali CEO della Silicon Valley sono rimasti in gran parte in silenzio. Qualcuno, tuttavia, ha deciso di alzare la testa.
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Le prese di posizione di alcuni CEO e le proteste dei dipendenti
Negli ultimi giorni è emersa una distanza sempre più evidente tra i dirigenti e il resto dell’industria. Centinaia di dipendenti di aziende come Apple, Amazon e OpenAI hanno firmato una dichiarazione chiedendo ai loro CEO di intervenire pubblicamente e condannare la violenza avvenuta a Minneapolis.
Alcune voci autorevoli del settore hanno rotto il silenzio. Jeff Dean, responsabile scientifico di Google, ha scritto che chiunque, indipendentemente dall’orientamento politico, dovrebbe denunciare quanto accaduto, mentre il CEO di Anthropic Dario Amodei ha messo in guardia contro la riluttanza delle aziende tecnologiche a criticare il governo degli Stati Uniti e il venture capitalist Vinod Khosla ha criticato apertamente la narrazione dell’amministrazione, definendola “priva di fondamento”.
Secondo quanto riportato da fonti interne all’azienda, Sam Altman avrebbe espresso una posizione critica in un messaggio destinato ai dipendenti di OpenAI, scrivendo che “quello che sta accadendo con l’ICE sta andando troppo oltre”. Allo stesso tempo, Altman avrebbe mantenuto toni prudenti, definendo Trump “un leader molto forte” e auspicando che possa “essere all’altezza del momento e unire il Paese”.
Perché la rottura tra le Big Tech e Trump appare improbabile
Nonostante il malcontento interno, è difficile immaginare una presa di distanza netta dei vertici della Silicon Valley dal presidente. Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, alcuni dirigenti sembrano anzi rafforzare il loro sostegno politico al partito repubblicano. Greg Brockman, presidente di OpenAI, ha donato insieme alla moglie 25 milioni di dollari a un comitato elettorale che sostiene Trump, mentre Elon Musk ha finanziato con 10 milioni di dollari un candidato repubblicano al Senato, la sua più grande donazione individuale di sempre.
Va precisato che, durante il primo mandato di Trump, molti di questi leader erano invece apertamente critici verso il presidente. Brin (Google) partecipava alle proteste contro il “Muslim Ban”, Altman dialogava con elettori trumpiani per comprenderne le motivazioni, Brockman sosteneva la campagna di Hillary Clinton. Oggi, invece, la devozione al tycoon statunitense appare soprattutto una scelta strategica. Avvicinarsi all’amministrazione ha già prodotto benefici concreti per il settore, come un allentamento della regolamentazione sull’intelligenza artificiale e alcune esenzioni tariffarie.
Secondo diversi osservatori, questa strategia potrebbe tuttavia ritorcersi contro i vertici delle Big Tech. Puntare su un rapporto personale con il presidente potrebbe trasformarsi in un boomerang: Trump è imprevedibile - basti pensare ai bisticci con Elon Musk - e non offre garanzie di reciprocità. Mentre i top manager della Silicon Valley continuano a corteggiarlo, il rischio è di compromettere la loro credibilità pubblica senza ottenere, nel lungo periodo, reali vantaggi.
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