Il Dragone cinese non è più la locomotiva mondiale, anzi, la sua crisi rischia di avvicinare lo spettro della recessione in tutto l’Occidente. A innescare il blocco economico è la nuova ondata di Covid-19 che a dispetto di ogni attesa sta mostrando l’impreparazione delle autorità di Pechino, che non riescono a far diminuire i contagi.
La politica cosiddetta zero-Covid, insomma, ha fallito, soprattutto per l’incapacità di realizzare una vaccinazione di massa della popolazione che potesse trasformare la pandemia, come sta accadendo in Italia e nell’Occidente, in qualcosa di simile a una comune influenza.
In questo modo l’atteso sorpasso della Cina sugli Stati Uniti viene rimandato, ma i mercati sono in subbuglio: in questi anni di incertezza, infatti, la crescita del Paese del Dragone è sempre stata un punto di riferimento mondiale, perfino durante le prime dure ondate di Covid-19.
Ora, per la prima volta dopo diversi anni, quella straordinaria macchina da moltiplicazione del Pil sembra inceppata e in un mondo globalizzato, vista la pervasività degli investimenti cinesi, questo non può che significare effetti pesanti per tutte le economie sviluppate.
Covid, un milione di morti in Cina?
Nel Paese del Dragone i casi continuano ad aumentare (ci sono state più di 250 milioni nuove infezioni nell’ultimo mese) e le informazioni a disposizione sono molto poche. Secondo la Bbc, che cita le stime della società di ricerca britannica Airfinity, ci sarebbero almeno 5.000 morti e oltre un milione di contagi al giorno. Per alcuni esperti si rischia di arrivare a un milione di morti nelle prossime settimane.
La nuova ondata è esplosa nel momento in cui Pechino ha messo da parte le misure più restrittive di contenimento del virus, dopo l’ondata di proteste, anche violente, della popolazione. A quel punto sono emersi gli errori logistici della campagna vaccinale, fatta con un vaccino (quello prodotto in Cina) poco efficace. Passare dal tentativo di bloccare del tutto la circolazione ad aprire completamente le maglie, quindi, ha probabilmente prodotto quest’esplosione di casi.
Come confermato da Massimo Ciccozzi, responsabile dell’unità di statistica medica ed epidemiologia del Campus biomedico di Roma, il rischio più grande è che si sviluppino così nuove pericolose varianti del Covid. Il virus, dal 2020 a oggi, è diventato via via più contagioso, ma anche molto meno letale. Tuttavia, circolando in un numero così elevato di persone con una protezione immunitaria bassa, l’effetto potrebbe essere diverso.
Preoccupa il fatto che la Cina è legata commercialmente e finanziariamente a tutto il mondo e il fatto che possa non essere comunicato all’Oms l’insorgere di nuove varianti, rendendo difficile una loro rapida individuazione e limitazione.
Cina nella trappola dell’incertezza e della liquidità
Il caos sul Covid si somma poi ad alcune difficoltà strutturali dell’economia cinese. La strategia degli ultimi decenni, basata sulla crescita delle infrastrutture e del settore immobiliare, mostra le sue prime crepe. In tutto ciò, a differenza degli Stati Uniti e dell’Europa, la politica monetaria della Banca centrale cinese continua ad essere espansiva, in apparente assenza di un problema inflazionistico.
Nonostante questo, però, l’iniezione di liquidità sul mercato e negli istituti bancari non sta producendo effetti positivi: le riserve degli istituti di credito aumentano e l’offerta è bloccata. I soldi immessi, quindi, non vengono utilizzati, ma tesaurizzati, non producendo investimenti, crediti e nuovi consumi.
Insomma una situazione da trappola dell’incertezza e della liquidità, in cui gli attori economici si rifugiano in politiche prudenti e conservative, rallentando la propensione all’investimento e al consumo.
Perché il Pil cinese non supererà (ancora) quello Usa
In questa situazione l’esecutivo di Xi Jinping ha deciso di rimuovere, a partire dall’8 gennaio, tutti i vincoli di quarantena per i viaggiatori in entrata dall’estero e di smantellare ulteriormente quanto resta del regime zero-Covid. Va eliminata l’incertezza alla base del ristagno, ma l’equilibrio da mantenere è precario, perché vista la poca protezione immunitaria il livello di infezioni e morti rischia di essere davvero troppo elevato.
Le vendite al dettaglio, un indicatore importante della spesa dei consumatori, sono diminuite del 5,9% su base annua a novembre, peggio delle aspettative degli analisti, mentre l’economia è destinata a mancare l’obiettivo di crescita annuale del 5,5%, che era già il minimo degli ultimi decenni. Il Pil crescerà infatti di poco più del 3%.
Se a questo si uniscono le tensioni commerciali tra Cina e Occidente, la stima di un superamento dell’economia del Dragone su quella degli Usa slitta al 2036. Lo scorso anno si indicava come data il 2030, due anni fa il 2028: segno che le cose non stanno affatto andando come ci si immaginava. I colossi internazionali, così, stanno pensando di non investire più in Cina. Tesla, ad esempio, ha fermato la produzione nello stabilimento di Shanghai.
Crisi cinese, gli effetti su Italia ed Europa
Secondo la maggior parte degli analisti internazionali il prossimo anno il Pil cinese continuerà a crescere a ritmi ridotti. Tutto ciò a livello planetario avrà un impatto forte. Già quest’anno la ricchezza globale, a quota 102 trilioni di dollari, è frenata dal ristagno cinese e dalle conseguenze della guerra in Ucraina.
In Occidente, già scosso da crisi inflazionistica, politiche monetarie restrittive e problemi energetici, si potrebbe arrivare alla recessione, con una perdita generale di ricchezza. Secondo alcune previsioni gli Stati Uniti potrebbero perdere lo 0,5% del Pil, mentre il Regno Unito oltre l’1,5%. Per l’Italia le previsioni sono discordanti: il governo prevede un rialzo dello 0,3%, mentre l’analisi più pessimista è quella di S&P Global Ratings, che prevede un ribasso dell’1,1%.
Questo significa che, a meno di cambiamenti significativi dell’ultim’ora, oscilleremo tra una sostanziale stagnazione e la recessione. Sicuramente una parte delle “colpe” sarà imputabile al rallentamento cinese. Le aziende di Stato del Dragone occupano il 12% degli investimenti in Europa. La percentuale in Italia è inferiore, ma comunque impattante.
Dopo la firma del Memorandum of understanding tra Italia e Cina nel 2019, il nostro Paese ha infatti aperto agli investimenti di Pechino. L’accordo di cooperazione per scambi commerciali tra noi vale 20 miliardi e negli ultimi anni è cresciuta la partecipazione di gruppi cinesi in alcuni settori strategici per l’Italia, come le infrastrutture e le aree portuali. La battuta d’arresto della crescita di Pechino potrebbe quindi avere conseguenze rilevanti anche sugli investimenti nel nostro Paese.