Caso Ilva, bomba a orologeria: le cose da sapere

Caso Ilva: quali conseguenze dal ritiro di ArcelorMittal? Tutto quello che c’è da sapere

Caso Ilva, bomba a orologeria: le cose da sapere

Il caso Ilva è tornato sulle prime pagine dei quotidiani nazionali (e non) nel momento in cui ArcelorMittal ha comunicato la sua intenzione di ritirarsi, portando l’Italia intera a interrogarsi sulle possibili conseguenze di questa scelta.

In molti hanno già definito la questione come una vera e propria bomba a orologeria pronta a esplodere.

Le conseguenze del ritiro di ArcelorMittal saranno infatti piuttosto evidenti, sia dal punto di vista occupazionale che dal punto di vista economico. A risentire della chiusura potrebbe essere l’intero PIL italiano.

Caso Ilva: le conseguenze del ritiro di ArcelorMittal

Le conseguenze più evidenti dei ritiro di ArcelorMittal e della chiusura saranno senza dubbio di natura occupazionale. La rescissione del contratto di acquisizione sta infatti mettendo a rischio ben 10.000 persone (14.000 tra personale d’azienda e indotto), le quali potrebbero presto ritrovarsi senza lavoro.

L’Ilva è sempre stata considerata la più grande azienda siderurgica d’Italia, che ha trovato in Taranto il terreno perfetto su cui erigere il suo stabilimento principale. La cessazione delle attività, dunque, potrebbe avere ripercussioni persino sulla stessa economia tricolore.

Secondo un rapporto stilato da Svimez, infatti, l’azienda rappresenta ad oggi l’1,4% del PIL nostrano.

Alcune indiscrezioni di stampa hanno stimato che il ritiro di ArcelorMittal e la chiusura definitiva potrebbero arrivare a costare all’Italia circa 24 miliardi di euro oltre che il crollo repentino della produzione di acciaio. Conseguenze economiche particolarmente importanti, dunque.

Perché ArcelorMittal si è ritirata?

La decisione del colosso non è giunta come un fulmine a ciel sereno. L’accordo volto all’acquisto delle attività di Ilva Spa si era basato su una condizione fondamentale: l’introduzione dell’immunità penale per gli amministratori.

Un’ipotesi prima criticata dall’esecutivo gialloverde e poi messa definitivamente da parte dall’attuale governo PD-M5S.

Il venir meno di questa tutela ha portato ArcelorMittal a ritirarsi, anche se su questa decisione hanno pesato anche la chiusura di uno degli altiforni di Taranto e la crisi siderurgica in atto.

Le cose da sapere

Come anticipato, l’Ilva è sempre stata considerata come la principale azienda siderurgica d’Italia.

I problemi veri sono trapelati nel 2012, anno in cui la Procura di Taranto ha ordinato il sequestro degli impianti dell’area a caldo in seguito ad alcune sconvolgenti indagini che hanno alzato il velo su gravi reati di inquinamento ambientale.

Nel 2015 l’azienda è finita in amministrazione straordinaria mentre lo Stato ha bandito una gara internazionale volta alla riassegnazione. Così, il 1° novembre del 2018 l’Ilva è finita nelle mani di ArcelorMittal che ieri ha però deciso di ritirarsi rescindendo il contratto.

Il Premier Conte ha immediatamente convocato i vertici del colosso a Palazzo Chigi e ha chiamato a raccolta tutti i ministri competenti, da Patuanelli fino alla Catalfo e a Gualtieri. La linea dell’esecutivo rimarrà probabilmente quella già espressa secondo cui per ArcelorMittal non sarà possibile sfilarsi vista l’assenza nel contratto di un diritto di recesso.

La partita, insomma, appare ancora tutta da giocare. Le conseguenze del caso Ilva continueranno a tenere l’intera Italia con il fiato sospeso.

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Argomenti:

ArcelorMittal Ilva

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1 commento

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clafo • 1 settimana fa

le acciaierie lavorano sottyovuoto e in automatico
i sindacati si sono sempre opposti all’ammodernamento degli impianti
e ora ne piangopno le conseguenze
una fabbrica fuori tempo, obsuleta, e fuori mercato
o i sindacati accettano una fabbrica moderna robotizata
o occettano la chiusura e tutti a casa

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