60mila persone rischiano di perdere il lavoro: dove, quando e perché

Stefano Rizzuti

9 Novembre 2021 - 10:25

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Secondo i sindacati sono 60mila i lavoratori del settore siderurgico a rischiare di perdere il posto di lavoro. Vediamo perché e quali sono, nello specifico, le persone coinvolte.

60mila persone rischiano di perdere il lavoro: dove, quando e perché

Il settore dovrebbe essere in ripresa. La domanda è alta e dopo la pandemia la situazione sta migliorando. Ma questo non basta a scongiurare il rischio di licenziamenti tra i lavoratori della siderurgia. Secondo quanto denunciano i sindacati sono in 60mila, in tutta Italia, a temere per il loro posto di lavoro.

Si tratta di lavoratori diretti e indiretti della siderurgia che rischiano di perdere il posto. Tra di loro personale impiegato all’ex Ilva (oggi Acciaierie d’Italia) di Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi e Marghera e alle acciaierie di Piombino in mano agli indiani di JSW.

Una situazione che non sembra essere giustificata dal quadro generale economico, secondo i sindacati: in questo periodo, dopo la pandemia, si registra infatti una forte domanda di acciaio e la situazione del settore è considerata positiva.

Sindacati temono licenziamenti e annunciano sciopero

I vertici nazionali di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm hanno comunicato la notizia del rischio dei licenziamenti in conferenza stampa e hanno proclamato uno sciopero di 8 ore per la giornata del 10 novembre in tutti i siti industriali interessati. Convocati anche presidi a Roma sotto le sedi dei ministeri coinvolti.

La situazione dell’ex Ilva da Taranto a Genova

Secondo i sindacati la situazione più allarmante è quella dell’ex Ilva di Taranto: le sigle del settore ritengono la condizione dello stabilimento drammatica per i lavoratori nonostante una risalita produttiva che, però, non ha portato con sé un aumento dell’occupazione.

Lo stabilimento starebbe producendo ora ai suoi livelli più bassi, secondo i sindacati, e ci sono 2.300 lavoratori in cassa integrazione ordinaria a cui aggiungerne altri 1.600 di Ilva in amministrazione straordinaria e in cassa straordinaria.

Inoltre si teme per 4mila lavoratori dell’indotto: secondo i sindacati sono quelli più esposti a causa dei ritardi nei pagamenti delle fatture. Non va molto meglio a Genova, dove in cassa integrazione ci sono 200 lavoratori a rotazione, più 280 di Ilva in amministrazione straordinaria. A Novi Ligure ci sono 100 lavoratori in meno nell’organico rispetto agli accordi e 200 sono in cassa.

La sottoproduzione a Genova e Novi Ligure

L’altra stranezza segnalata dai sindacati riguarda la produzione: a Genova siamo a circa 700mila tonnellate contro un milione a cui si potrebbe arrivare. Una sottoproduzione che non verrebbe giustificata - a giudizio delle sigle sindacali - dal mercato sul quale c’è una buona richiesta.

Anche a Novi Ligure si parla di una produzione ben al di sotto del potenziale: attualmente si attesta a 700mila tonnellate ma avrebbe una capacità in grado di raggiungere 1,1 milioni di tonnellate. La situazione è cambiata rispetto a qualche tempo fa: i sindacati sottolineano come ArcelorMittal pensava di tagliare drasticamente la produzione in Europa e invece oggi non si riesce a far fronte alla domanda perché gli impianti non sono completamente in funzione.

I lavoratori di Piombino

Gli altri lavoratori a rischio sono quelli della JSW di Piombino. In questo caso i sindacati sono preoccupati perché gli impegni finora non sono stati rispettati. In particolare ora c’è una nuova data fissata per gli investimenti, quella del 30 novembre. Ma il sindacato non ha grandi aspettative per questa data considerando che gli impegni precedenti sono state disattesi.

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