Ilva, il rischio di una Spoon River industriale e le possibili vie d’uscita

Andrea Muratore

11 Gennaio 2024 - 06:52

Sull’acciaio e l’Ilva l’Italia si gioca l’osso del collo. Cosa può succedere? Vediamo gli scenari ora che il governo ipotizza la ricapitalizzazione.

Ilva, il rischio di una Spoon River industriale e le possibili vie d’uscita

L’Ilva di Taranto torna in preda all’incertezza. Nuova fumata nera, nerissima per l’acciaio italiano dopo la chiusura di Arcelor-Mittal all’ipotesi di una ricapitalizzazione da parte dello Stato di Acciaierie d’Italia in grado di portare al 66% la presa dell’attore pubblico nell’acciaieria più importante d’Italia.

Il fallimento politico, industriale e strategico dei capitani coraggiosi dell’era Draghi e dei manager del gruppo franco-indiano, sostanziatosi nella realtà di un gruppo letteralmente alla canna del gas per i problemi con le bollette ha chiamato il governo Meloni a intervenire.

Le fibrillazioni dell’Ilva

Negli ultimi cinque anni sono stati tre i momenti-chiave in cui l’Ilva di Taranto ha traballato. Nel 2019 e nel 2021 si crearono, con i governi di Giuseppe Conte e Mario Draghi, le condizioni per il ritorno del capitale pubblico dentro l’Ilva. Dal 2021 al 2023 si è consumata l’impossibilità di conciliare le strategie del colosso franco-indiano, che vede l’Ilva come una delle tante perle della sua collana di impianti, e quelle italiane, centrate sulla natura cruciale del polo pugliese e delle sue diramazioni a Genova e Novi Ligure. La società multinazionale ha respinto la richiesta dell’esecutivo di aumentare il capitale di 320 milioni di euro, mirato a elevare la partecipazione statale al 66% nell’azienda siderurgica di Taranto attraverso Invitalia.

Questo finanziamento era essenziale per garantire la continuità produttiva di fronte a gravi difficoltà finanziarie e crisi di liquidità dell’azienda. ArcelorMittal ha dichiarato la sua indisponibilità ad assumere impegni finanziari o di investimento, anche come socio di minoranza. Attualmente, il gruppo franco-indiano possiede il 62% di Acciaierie d’Italia, mentre il restante 38% è di proprietà pubblica tramite Invitalia. La situazione potrebbe ora portare a una possibile amministrazione straordinaria e ad una complicata contesa legale. Il governo ha convocato i sindacati per il 11 gennaio, mentre la crisi mette a rischio il futuro di 20mila lavoratori.

L’assenza di politica, imprenditoria, sindacati

Come abbiamo avuto modo di scrivere, su Ilva è mancata la visione. Lo è mancato sul fronte politico, sul fronte imprenditoriale, su quello sindacale: è stata carente la capacità di immaginare un mondo industriale fatto di legami, strutture di coordinamento tra il polo tarantino e le grandi politiche di sviluppo del Paese. Ma è mancata anche la capacità di gestione del rischio di fronte al dissesto sociale e ambientale. Quanto ai sindacati, si sono sempre adagiati sperando che la marea della produzione, risollevandosi, sollevasse tutte le barche. Si salva, tra le associazioni, forse la sola Legambiente, che haipotizzato un piano industriale fondato sul riciclo dei rottami e sul coordinamento tra tutela ambientale e difesa dei livelli produttivi dell’Ilva.

Anche lo Stato, col governo Meloni, si è accorto in ritardo del fatto che l’Ilva era con l’acqua alla gola e necessitava di investimenti e capitali freschi. In sostanza, ha scritto su True-News il giornalista Mauro Indelicato, “c’è un problema meramente infrastrutturale”. L’ex Ilva di Taranto è tra le poche rimaste a ciclo integrale e inoltre, per poter essere competitiva sul mercato, deve essere avviato un processo di decarbonizzazione. Una circostanza quest’ultima importante anche sotto il profilo ambientale. Infatti “senza interventi, due dei tre forni attualmente accesi potrebbero non funzionare più”. L’Ilva rischia di morire di abbandono, inserendosi in un quadro deprimente di de-sviluppo.

La gestione post-IRI

L’odierno quadro economico italiano sembra un’antologia di situazioni paragonabili a Spoon River, quel celebre “cimitero” letterario, specialmente quando si analizzano gli ultimi decenni della politica industriale. Questo confronto risulta ancor più appropriato considerando la massiccia disintegrazione di settori strategici, centri produttivi vitali e campioni nazionali, tutti smantellati da scelte politiche avventate, privatizzazioni incontrollate e carenze nella definizione di priorità strategiche.

La corsa affannata per smantellare l’economia mista guidata dall’Istituto di Ricostruzione Industriale (IRI) ha avuto effetti devastanti. La storia della crisi dell’Ilva è un capitolo emblematico in questa narrativa. L’Ilva di Taranto, una delle più grandi acciaierie d’Europa, è stata coinvolta in una serie di scandali ambientali e sanitari. La gestione inefficiente e le scelte aziendali discutibili fatte dopo la privatizzazione hanno portato a un degrado delle condizioni ambientali e lavorative, con gravi ripercussioni sulla salute dei dipendenti e delle comunità circostanti.

La privatizzazione dell’Ilva, avvenuta durante il periodo della cosiddetta “corsa alla dismissione” di Romano Prodi, ha segnato un punto di svolta. La transizione da un’azienda di proprietà pubblica a una gestita privatamente senza garanzie di tutela della centralità industriale del gruppo per diversi poli produttivi, statali e non, ha aperto la strada a una serie di problemi. La mancanza di un adeguato controllo e monitoraggio, unita a una gestione poco scrupolosa, ha contribuito al declino dell’acciaieria.

Il rischio di una Caporetto industriale

Oggi, l’Italia rischia di affrontare una sorta di “Caporetto industriale” con la chiusura dell’Ilva. Questa situazione comporterebbe la perdita dell’1,5% del Pil legato all’acciaio e la drastica diminuzione di posti di lavoro, sia diretti che indiretti. I lavoratori dell’Ilva di Taranto hanno spesso dovuto scegliere tra la trappola della povertà e l’accettazione di condizioni precarie, evidenziando la mancanza di una politica industriale adeguata. Un governo impegnato nella promozione di una vera politica industriale dovrebbe vincolare il futuro rilancio dell’Ilva alla risoluzione di questa asimmetria.

Diverse domande sorgono spontanee: perché introdurre, negli anni scorsi, uno “scudo penale” per Arcelor Mittal senza un adeguato monitoraggio pubblico? Perché non imporre al compratore subentrato alla gestione straordinaria statale del 2018 di rispettare un serio piano ambientale e operativo? Perché non chiarire i contratti di affitto dell’ex Ilva stipulati dai commissari straordinari? Perché non sanare l’eredità di questi problemi dopo il ritorno del capitale pubblico con Invitalia? La mancanza di chiarezza e di una visione strategica rappresentano la vera lacuna nella gestione di situazioni simili.

In conclusione, il paese sta vivendo un deserto politico, privo di una visione strategica delle priorità nazionali. La mancanza di volontà nel guidare lo sviluppo nei settori chiave e nel proteggere l’occupazione e il futuro produttivo è evidente in molte aree, dall’industria automobilistica alle telecomunicazioni. Si sente, oggi più che mai, il momento di ripensare a una politica che si preoccupi di preservare il tessuto produttivo nazionale e il lavoro, un approccio che, finora, sembra essere in fase di abbandono. Oscar Sinigaglia, padre della grande stagione dell’acciaio italiano, partì da un concetto basilare: senza acciaio, non c’è industria. Sarebbe saggio che anche a Roma si comprendesse l’importanza di questo principio fondamentale per il nostro settore chiave e, di conseguenza, per l’intera economia.

La sfida della re-industrializzazione

Spingere in autonomia sulla re-industrializzazione con fondi pubblici dell’Ilva è vitale, e potrebbe essere il gancio per stimolare tutta l’imprenditoria privata italiana a guardare al salvataggio dell’acciaieria come a un sostegno alla competitività dell’Italia. Da cui il governo può trarre benefici riportando sul mercato con una politica di Stato-stratega la fu Finsider spingendo sul combinato disposto tra l’aumento dei parametri di sicurezza ambientale, l’uso di energie pulite e il rilancio dell’economia circolare e del ciclo dei rottami come perno per alimentare l’Ilva e darle nuova linfa. Permettendole di tornare sul mercato al servizio del Paese. “Giorgia Meloni potrà scegliere un tecnico a tutto tondo che possa mettere in testa alle priorità l’unica priorità di rendere l’Ilva di Taranto ciò che dovrebbe essere: il primo produttore europeo di acciai capace di dare utili allo Stato e di essere al più presto efficacemente privatizzabile”, ha scritto Domenico Cacopardo su Italia Oggi.

Gli ha fatto eco su Twitter il politologo Lorenzo Castellani della Luiss, il quale ha scritto: "Se Ilva è strategica e potenzialmente profittevole, Mittal non vuole investirci per ragioni di regole e convenienza, allora lo schema possibile è quella della prima Iri”, quella di Alberto Beneduce e Domenico Menichella. Castellani non esclude la possibilità che “lo Stato raggiunga una quota di controllo, affidi la gestione a manager di settore esperti e indipendenti dal potere politico e reinserisca lo scudo penale ad ampio spettro. Il gruppo può avere proprietà pubblica, ma essere gestito come un’azienda privata. Poi si potrà sempre ri-privatizzare quando sarà conveniente” garantendo la continuità di un asset strategico. Dalla fine dell’Iri abbandonata da un destino di prosperità paventato con la privatizzazione al declino a cui diverse gestioni, ultima quella dei “capitani coraggiosi” aperta dal governo Draghi, rischiano di condannarla. Forse definitivamente.

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