La prossima frontiera della partita delle sanzioni europee alla Russia sarà l’acciaio? I parlamentari europei hanno più volte sostenuto mozioni, iniziative legislative ed emendamenti a provvedimenti della Commissione volti a bandire definitivamente l’acciaio di Mosca dal mix produttivo comunitario.
Un’analisi realizzata dall’Istituto per gli Studi sull’Acciaio e il Ferro del Sud-Est Asiatico (SEAISI) che monitora i mercati globali ha valutato in oltre 4,5 milioni di tonnellate di beni finiti, semilavorati e componenti in acciaio e ferro la quantità di prodotti acquistati dalla Russia nel 2025, una quota in calo di circa il 10% rispetto al 2024, e in 1,85 miliardi di euro (-22%) la quota di risorse fornite a Mosca.
Il GMK Center, che studia il mercato dell’acciaio, rielaborando dati Eurostat ha analizzato che di questa quota sono i semilavorati a fare la parte del leone e, anzi, che i volumi sono aumentati del 10% anno su anno, con l’Italia (718mila tonnellate, +7,7%) seconda al solo Belgio (1,16 milioni, +1,2%) nella classifica dei Paesi che li comprano, coprendo assieme oltre metà del totale dell’import da 3,19 milioni di tonnellate e 1,4 miliardi di euro.
Nel 2024 gli esportatori russi avevano conseguito profitti per 2,5 miliardi di euro e, dunque, questi valori sono in ridimensionamento. Va detto che, lo scorso anno, una quota di importazioni potrebbe essere legata al boom di richieste europee per prodotti non colpiti dal Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), il “dazio verde” europeo entrato in vigore a partire dall’1 gennaio 2026 per colpire le importazioni da Stati che praticano dumping carbonico con l’Ue. Dunque, questo potrebbe generare una certa cortina fumogena. Tuttavia, c’è ancora una resistenza tra la volontà del Parlamento e la spinta della Commissione Europea a tagliare definitivamente le importazioni residue di acciaio russo, che spesso finanziano compagnie orientate direttamente al sostegno della macchina bellica di Mosca attiva in Ucraina, e le cautele degli Stati che non vogliono privarsi di approvvigionamenti certi.
Da qui la mossa dell’Europarlamento, dove la Commissione per il Commercio Internazionale (INTA) ha approvato il 27 gennaio una serie di misure volte a evitare che l’acciaio prodotto nei Paesi extra-Ue, su cui pesano inoltre la sovracapacità globale e il fatto che l’acciaio stesso sia daziato al 50% negli Usa, si riversi nel continente. A tal proposito, è stata approvata la fine della commercializzazione dei prodotti metallici di Russia e Bielorussia. Una mozione sostenuta da Eurofer mira a stringere ulteriormente le maglie delle esenzioni su prodotti importati per richieste di Belgio e Repubblica Ceca negli anni scorsi. Si vuole dunque togliere a Mosca (e Minsk) spazio di manovra per partecipare al mercato da 18,3 milioni di tonnellate che l’Ue da ottobre 2025 consente di importare senza dazi nel blocco ogni anno. Un valore pressoché dimezzato e oltre il cui raggiungimento l’import è daziato al 50%.
“Integrando la loro proposta nella misura già in fase di elaborazione per rivedere le tutele dell’industria siderurgica, gli eurodeputati sperano di bloccare le esportazioni di acciaio russo, dove i precedenti tentativi di sanzionarle sono falliti, perché un passo del genere richiederebbe il sostegno unanime dei 27 paesi membri dell’UE”, nota Politico.eu, analizzando che “se il divieto imposto alla Russia dovesse superare i negoziati interistituzionali, potrebbe trovarsi ad affrontare sfide legali simili a quelle affrontate dall’UE perl’eliminazione graduale del gas russo. L’UE ha anche imposto dazi su altre importazioni dalla Russia quando non vi era un sostegno sufficiente per sanzionarle”. Bart De Waver, premier belga, e l’omologo ceco Andreij Babis saranno gli uomini chiave da convincere, ma anche Giorgia Meloni dovrà capire come schierare l’Italia, specie di fronte al fatto che Roma è tra gli importatori più sensibili al possibile blocco e, in quanto Paese trasformatore, ha fame d’acciaio.
La soluzione, però, potrebbe essere interna: la dipendenza italiana dall’estero è la conseguenza dell’annosa crisi dell’ex Ilva, vera Spoon River siderurgica del Paese. La cui costante condizione di criticità condanna l’Italia a una perenne precarietà. Roma deve partire dalle proprie partite industriali. Se le saprà affrontare, la rottura con l’acciaio russo non sarà un problema. Altrimenti, ci ritroveremo in una delle tradizionali condizioni di dipendenza dall’estero che pregiudicano, sul lungo periodo, spazi d’azione politici, sviluppo economico e sovranità.