La prima certezza è che il debito pubblico italiano sta crescendo. La seconda evidenza è che sta cambiando significativamente la struttura di chi lo detiene: si alleggerisce la quota di debito riferita alla Banca d’Italia/Eurosistema, mentre aumentano gli investimenti dei non residenti (e delle famiglie e delle imprese italiane).
Il valore nominale delle passività lorde delle amministrazioni pubbliche è arrivato a febbraio a quota 3.139,9 miliardi e appartiene sempre di più a investitori esteri. Per essere più specifici, la quota di debito pubblico italiano in mano ai detentori non residenti nel 2026 risulta ai livelli più alti degli ultimi dieci anni. Attualmente oltre un terzo delle passività è in mani straniere.
A chi appartiene il debito italiano
Come indicato dal grafico, il 2026 si è aperto con un debito pubblico italiano detenuto per il 34,9% da non residenti, ossia da banche straniere, fondi di investimento internazionali, fondi pensione esteri, governi di altri paesi e privati stranieri. Dietro, al 20,3%, ci sono le istituzioni finanziarie monetarie, ossia principalmente le banche commerciali italiane e dietro ancora, al 18,3%, c’è la Banca d’Italia. Completano la “rosa” di detentori del debito pubblico italiano per il 14,3% gli altri residenti, ossia essenzialmente le famiglie e le imprese non finanziarie e, al 12,3%, le altre istituzioni finanziarie (assicurazioni, fondi pensione, società di gestione del risparmio). La somma chiaramente fa 100% (100,1%, in realtà, per via degli arrotondamenti), ossia il totale del debito pubblico italiano, ma c’è da fare qualche osservazione sui movimenti degli ultimi anni.
Debito pubblico italiano in mani straniere
Quota (in percentuale) detenuta da investitori esteri (nel mese di gennaio di ciascun anno)
Come cambiano i detentori del debito
Prendendo a riferimento sempre il mese di gennaio di ogni anno, scorrendo indietro nel tempo salta all’occhio l’alleggerimento del debito detenuto dalla Banca d’Italia e, in parallelo, la crescita di quello nelle mani delle famiglie italiane e degli investitori esteri. Nel 2023 Bankitalia era arrivata a detenere il 26,1% del debito pubblico italiano, mentre oggi è quasi otto punti sotto. Allo stesso tempo, l’attuale quota di circa il 34,9% di debito riferita a investitori esteri è la più alta degli ultimi quindici anni: bisogna tornare infatti al gennaio del 2011 per ritrovare una quota superiore (in quel caso era del 37,9%). Negli ultimi anni è cresciuta anche la quota di debito nelle mani di famiglie e imprese italiane, ritornata a livelli che non si vedevano dal 2015, così come è aumentata anche quella detenuta dalle istituzioni finanziarie non monetarie.
A ridimensionarsi, oltre a quella già accennata della Banca d’Italia, è stata la quota delle banche commerciali italiane: circa dieci anni fa era del 30%, mentre oggi è dieci punti percentuali più bassa rispetto a quei livelli. Da fortemente sostenuto dalla Banca d’Italia, fino al 2022-2023, di recente il debito pubblico italiano è passato a una struttura più diversificata. L’aumento degli investitori esteri può essere interpretato come un ritorno di fiducia internazionale e aiuta a collocare le grandi emissioni, ma chiaramente rende il debito più esposto alla volatilità. La crescita della componente domestica (famiglie e imprese italiane) rappresenta invece un elemento di maggiore stabilità.
Il confronto internazionale
Eurostat suddivide il debito pubblico dei 27 stati membri Ue in tre categorie di detentori: residenti del settore finanziario, residenti non finanziari e non residenti. Stando all’aggiornamento del 2024 (l’ultimo disponibile), l’Italia risulta tra i paesi con la più bassa quota di debito pubblico detenuta da investitori esteri: per quell’anno la media è stata del 30,9%, più bassa solamente nel confronto con Croazia (30,2%), Repubblica Ceca (24,9%), Svezia (21,6%) e Malta (21,2%). All’opposto, nel 2024 sono stati Cipro, con una quota dell’88%, Estonia, del 79% e Grecia, al 71,9%, i paesi membri con la più ampia fetta di debito pubblico in mani estere. Nel caso di Francia e Germania, invece, il quadro è più equilibrato, con rispettivamente il 53,1% e il 48,1% di debito detenuto da investitori non residenti e il 45,7% e il 48,9% nelle mani di istituti finanziari nazionali (e quindi con quote residuali nelle mani delle famiglie). Anche con il recente incremento della quota di debito nelle mani dei non residenti, nel confronto internazionale il debito italiano risulta molto meno legato agli investitori esteri rispetto alle principali economie europee.
Il ruolo delle famiglie e dell’estero
Mentre dopo gli anni di forte espansione monetaria (quantitative easing), la quota detenuta da Banca d’Italia/BCE è in seguito scesa (quantitative tightening), al pari di quella riferita alle banche commerciali, sono invece cresciute le fette di debito nelle mani dei risparmiatori italiani e degli investitori esteri. Nel primo caso è l’effetto della politica del governo, che negli ultimi anni ha promosso la detenzione diretta di titoli di Stato da parte delle famiglie, finalizzata a garantire maggiore stabilità della base di investitori. Allo stesso tempo, l’aumento della quota in mano ai non residenti è un possibile segnale di un ritorno di fiducia degli investitori esteri riguardo al debito pubblico italiano, anche se non ai livelli di Francia e Germania. Dopo gli anni straordinari della pandemia, la struttura del debito italiano si sta quindi normalizzando. Tra gli aspetti positivi c’è una maggiore diversificazione e il ritorno degli investitori privati (italiani ed esteri); tra quelli negativi c’è una maggiore esposizione al mercato.
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