Ilva, Stellantis e Magneti Marelli: cronaca di tre fallimenti di politica, sindacati e imprese

Andrea Muratore

11/12/2023

Ilva, Magneti Marelli, Stellanttis: la Spoon River dell’industria italiana mostra il fallimento di politica, sindacati e Confindustria su tre fronti.

Ilva, Stellantis e Magneti Marelli: cronaca di tre fallimenti di politica, sindacati e imprese

Nelle ultime settimane i tre casi del futuro produttivo in Italia di Ilva e Magneti Marelli e dell’apertura del tavolo industriale da parte di Stellantis a Melfi in Basilicata hanno portato la politica industriale nuovamente al centro del dibattito collettivo. E aperto a discussioni sull’effettiva capacità delle istituzioni e degli organi di rappresentanza economici di saper immaginare un futuro per il Paese. Ora più che mai, tocca dirlo: siamo all’anno zero. Il caso dell’acciaieria di Taranto, quello del futuro del sito produttivo di Magneti Marelli a Crevalcore e il dibattito sul passaggio di Stellantis dall’auto tradizionale all’elettrico mettono a nudo la mancanza di ragionamenti di questo tipo nella politica, nei sindacati e in Confindustria, la principale rappresentanza imprenditoriale.

L’Ilva “decotta”

Politica, Confindustria e sindacati avevano, in larga misura, approvato il ritorno della mano pubblica nell’ex Ilva tramite la costituzione di Acciaierie d’Italia in joint venture tra ArcelorMittal e Invitalia. Di recente, l’assemblea degli azionisti nel gruppo che vede ArcelorMittal detenere il 62% del capitale e Invitalia il rimanente 38% è stata convocata per il 22 dicembre.

Lo schema dei “capitani coraggiosi” pensato da Mario Draghi è fallito. Il presidente Franco Bernabé e l’ad Lucia Morselli, espressione del gruppo franco-indiano socio dello Stato, non sono stati capaci di dare un futuro realistico a un gruppo che ora è letteralmente...alla canna del gas! Servono 320 milioni di euro di capitale solo per pagare a Snam le bollette arretrate e assicurare un futuro oltre l’inverno al polo acciaiero più strategico d’Italia e tra i più importanti d’Europa.

Vengono al pettine oggigiorno diversi nodi accumulati nel passato. I lavoratori dell’Ilva di Taranto, negli scorsi decenni, hanno visto l’acciaieria passare di mano in mano senza alcuna garanzia per il vero rilancio industriale del sito e si sono trovati stretti tra due fuochi: da un lato, condizioni lavorative preoccupanti per la salute e la tutela del benessere fisico e psicologico dei dipendenti, dall’altro una perenne precarietà e il rischio di ristrutturazioni e tagli industriali. La politica non ha pensato e le rappresentanze non hanno saputo mettere a terra una strategia volta a rompere questo dilemma fatale. Che vedeva questione industriale, problema sociale e dilemma ambientale connesso alle bonifiche necessarie coesistere. Stupisce che l’unica istituzione a fare politica industriale sia stata, a Taranto, Legambiente, che ha promosso un piano di rilancio del sito fondato sull’economia circolare e il riciclo massiccio dei rottami. Vox clamantis in deserto nel caos di Taranto.

La Spoon River dell’automotive

La questione Magneti Marelli e il dibattito sul futuro di Stellantis sono invece le due facce di un altro fronte industriale caldo, quello della (non) progettazione delle prospettive a venire dell’auto italiana.

Sul fronte Magneti Marelli l’unico nella politica italiana a parlare della prospettiva del disinvestimento in Italia del gruppo ex Fiat centrale per la componentistica, gli va dato atto, è stato Carlo Calenda. Il quale da un paio di mesi attacca a testa bassa sia gli Agnelli-Elkann per le strategie di disinvestimento in atto da anni sia Maurizio Landini, segretario della Cgil, accusato di non esporsi sul caso Magneti Marelli per non compromettere la posizione favorevole nei suoi confronti da parte di Repubblica, “capitana” della flotta giornalistica Gedi di proprietà di Exor e di John Elkann.

A maggio 2019, lo ricordiamo, l’allora Fiat Chrysler Automobiles ha perfezionato la cessione di Magneti Marelli ai giapponesi di Calsonic Kansei, gruppo di proprietà del fondo americano di private equity Kkr, oggi al centro del deal per la scalata su Tim. Vista col senno di poi, la vendita di un gioiellino come il gruppo di Corbetta, centrale nella componentistica a maggior valore aggiunto (dalla produzione di quadri di bordo a quella di ammortizzatori, passando per la realizzazione di sistemi di illuminazione e di controllo) fu l’inizio del processo di smobilitazione degli Elkann. Ebbene, l’annuncio della possibile chiusura dello stabilimento di Crevalcore da parte di Magneti Marelli va in controtendenza con gli annunci di Fca ai tempi della vendita, secondo cui l’uscita degli Agnelli-Elkann non avrebbe impattato i livelli occupazionali e industriali dell’Italia.

Le promesse a vuoto sull’auto

Come ritenere credibili, con questi precedenti, i recenti impegni di John Elkann e di Stellantis a portare a un milione di autovetture l’anno l’output delle fabbriche italiane entro il prossimo decennio? La realtà è che sia il gruppo guidato da Carlos Tavares che il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso hanno, di recente, ceduto all’illusione ottica dell’annuncite. L’Italia produce 473mila autovetture e la realtà parla di uno Stato che ha deciso per la delocalizzazione di modelli come la Panda elettrica, annunciata in pompa magna dal presidente serbo Aleksandr Vucic dopo la scelta del suo Paese con Giorgia Meloni al suo fianco a Belgrado, e subito la scelta di Stellantis di chiudere stabilimenti come quello Maserati di Grugliasco.

Il tavolo sindacale arriva a cose fatte e decisioni prese. Il mondo dell’alta imprenditoria, quello del sindacato e, soprattutto, la politica hanno vissuto l’ultimo decennio con la sindrome delle vedove della Fiat, quasi come se il futuro del Paese si basasse più sulle decisioni della fu Real Casa torinese che sull’imprinting per sviluppare una politica industriale autonoma. Come sull’Ilva, la cooperazione con gruppi imprenditoriali poco attenti a una logica di sistema ha contribuito a creare una Spoon River industriale. E dopo aver ricevuto 220 miliardi di euro dal 1975 a oggi Stellantis si avvia a dismettere dall’Italia. Come ha detto il professor Giulio Sapelli, "Il punto non è discutere dove si produrrà un modello piuttosto che un altro. Il dato di fatto è che l’auto è un’industria in smantellamento in cui l’Italia non riesce a guardare oltre l’addio della Fiat dal nostro Paese”. Un’amara constatazione che ci parla di un Paese che, nonostante le sue eccellenze, fa fatica a far sistema e a guardare avanti.