Resta in bilico il futuro del maxi-polo siderurgico dell’ex Ilva di Taranto, oggi in mano al gruppo Acciaierie d’Italia partecipato dalla holding pubblica Invitalia al 38% e dal colosso franco-indiano Arcelor-Mittal al 62%. Lo storico impianto protagonista di una lunga vicissitudine economica, sindacale e politica è oggi al crocevia tra il rischio di uno stop della produzione e tre sfide parallele.
L’Ilva resterà senza gas?
Alla base di tutto il contenzioso tra Adi e la partecipata pubblica che gestisce le forniture energetiche all’impianto, Snam. Ad ora l’impianto di Taranto ha il gas garantito fino all’8 novembre, giorno in cui il Tar di Milano si pronuncerà sulla prospettiva di proseguire o meno le forniture agli impianti che alimentano il colossale altoforno della città pugliese.
Il ticket costituito dall’ex boiardo Franco Bernabé, scelto da Mario Draghi come presidente, e dall’ad di Adi Lucia Morselli, storica manager Arcelor Mittal, non ha saputo far fronte ai travolgenti problemi della crisi energetica, dei rincari degli ultimi anni e della necessità di un adeguato disegno industriale.
Nonostante ricavi di oltre 3,5 miliardi di euro e utili per 88 milioni nel 2022, l’ex Ilva naviga in acque agitate da quando a fine ottobre 2022 Eni sospese il servizio denunciando bollette non pagate per 300 milioni di euro. Verità e Affari ha ricordato che l’utile del gruppo si costruisce principalmente procrastinando i debiti: “Acciaierie d’Italia ha un debito di 358 milioni di euro con Eni, 62,4 milioni con Enel e 203,4 milioni con Snam Rete Gas. Il totale, 623,8 milioni di euro, rappresenta poco meno della metà dei 1,4 miliardi di euro dei debito commerciali del gruppo al 31 dicembre scorso”. Il servizio di default di Snam è stato prolungato da Arera dal 30 settembre al 18 ottobre. Intanto le banche hanno chiuso i rubinetti al gruppo e mentre Morselli ha chiesto una nuova ricapitalizzazione da 320 milioni di euro, Bernabé è prossimo alle dimissioni, che certificherebbero il flop del piano Draghi per rilanciare l’acciaieria aprendo al colosso franco-indiano come socio.
Un tycoon ucraino per l’ex Ilva?
Questo apre all’analisi delle tre sfide parallele di cui si diceva. La prima è quella dell’assetto gestionale dell’Ilva. Arcelor Mittal e lo Stato, si è capito sin dall’inizio, non si sono mai trovati come partner attivi. Troppa la sfiducia consolidata, troppo diversi gli obiettivi tra una multinazionale attiva nella ricerca di produzioni per l’export e un attore pubblico mossosi troppo tardi per garantire produzione e occupazione dopo i disastri dell’era Riva.
La seconda è quella di un nuovo ingresso di capitali stranieri dalla difficile affidabilità politica e industriale per il futuro del Paese. Di questi giorni è l’attenzione rivolta a Taranto da parte del tycoon ucraino Rinat Akhmetov, patron di Metinvest, che controllava l’Azovstal di Mariupol. Akhmetov, noto in Italia soprattutto come patron del club calcistico dello Shaktar Donetsk, è un miliardario storicamente rivale di Volodymyr Zelensky, che a fine 2021 lo accusò addirittura di trame golpiste, oggi avvicinatosi fortemente al potere di Kiev dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Akhmetov è un finanziere corsaro attivo in diversi settori, e in passato in campo anche nei media, la cui solidità finanziaria è però tutta da testare, specie alla luce di durissimi danni al conto capitale di Metinvest che la guerra ha prodotto. Dunque, è bene sottolineare che il suo interessamento dovrà essere pesato dallo Stato nel quadro di un serio disegno di rilancio di Adi. Per il quale serve tornare a pensare la politica industriale.
Quale agenda industriale per l’ex Ilva?
I due ministri di Giorgia Meloni interessati al dossier, il titolare del dicastero delle Imprese Adolfo Urso e il Ministro del Sud e degli Affari Europei Raffaele Fitto hanno da tempo strategie diverse. Nazionalizzazione completa per Urso, svolta green per Fitto: queste, a trame spesse, le due linee guida politiche di progetti che però dimenticano una visione di sistema che renda l’Ilva centrale in un grande programma di sviluppo industriale per il Paese.
In un contesto in cui serve tornare a pensare un’agenda nazionale per le infrastrutture, il Pnrr impone piani e progetti di lungo corso che renderanno Roma dipendente dalla materia prima decisiva per l’industria, l’acciaio, c’è da gestire la concorrenza indiana e cinese e c’è da pensare il futuro di settori ad alta intensità di capitali e impatto economico e ambientale come automotive, costruzioni e aerospazio ora più che mai va creato, anche tramite un governo della filiera, un sistema a tutto campo capace di ridare a Ilva la meritata centralità.
La priorità è evitare la chiusura di un impianto che contribuisce indirettamente all’1,5% del Pil italiano e, al di là dell’azionariato, ricordarsi che l’Italia deve mettere l’Ilva al centro a prescindere da chi sia il padrone: “La vecchia Finsider dell’Iri ha regalato all’Italia l’impianto che garantiva a tutti i Paesi europei l’indipendenza nella disponibilità di una materia cruciale (l’acciaio) per lo sviluppo industriale. L’uscita dall’orbita pubblica è stata fatale”, scriveva nel 2019 sul Quotidiano del Sud il direttore Roberto Napoletano. Transizione energetica, difesa delle condizioni ambientali dell’impianto, lotta per un lavoro dignitoso e ben retribuito dei dipendenti e grande strategia industriale per non ridurre la prospettive produttive e la quota di acciaio sfornata dagli altiforni possono e devono andare di pari passo. E ogni capitale privato che vuole sostituirsi alla non felice gestione Arcelor-Mittal deve esser perimetrato dallo Stato in questi binari.