La nuova guerra dell’acciaio: il golden power ridisegna la sicurezza industriale italiana

Andrea Muratore

16 Novembre 2025 - 16:48

Il caso Valbruna rivela il nuovo ruolo dello Stato nella protezione degli asset industriali critici e mostra la crescente vulnerabilità del sistema-Paese nella competizione globale

La nuova guerra dell’acciaio: il golden power ridisegna la sicurezza industriale italiana

“Senza acciaio non c’è industria”, era solito dire Oscar Sinigaglia, padre e deus ex machina della Finsider, antenata dell’Ilva che governò la rinascita industriale siderurgica italiana nel secondo dopoguerra. Un motto che vale anche oggi per un Paese ad alta vocazione manifatturiera come l’Italia e che è emerso come cogente non solo per quanto riguarda il caso del polo tarantino ma anche per il recente dossier di Acciaierie Valbruna, su cui il governo Meloni si prepara a esercitare il golden power. Oggi, industria significa anche sicurezza nazionale.

Non va ignorato il fatto che l’esecutivo, nella persona del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, abbia prospettato l’uso dei poteri speciali per condizionare l’esito finale della gara pubblica con cui Acciaierie Valbruna, con sede in provincia di Vicenza, dovrà veder rinnovata la concessione per il polo di Bolzano, che insiste su un terreno pubblico. Per l’Italia, ad oggi, è emerso segnaletico e importante il tema degli approvvigionamenti critici, tanto che il golden power non è prospettato per condizionare una possibile scalata straniera a un’impresa nazionale ma per blindare l’esito di una gara d’appalto pubblica. Lo ha ben scritto l’avvocato Luca Picotti, esperto di golden power e di diritto dell’economia, su Formiche, sottolineando che [“l’esito dell’istruttoria Golden power, che va a confermare la strategicità dello stabilimento, conduce ad una più o meno esplicita strettoia: o il bando di gara viene disegnato in modo tale da porre requisiti idonei a fare ottenere la riconferma ad Acciaierie Valbruna, oppure una aggiudicazione diversa, con conseguente chiusura dello stabilimento, incontrerà il probabile veto governativo”}.

La storia secolare delle Acciaierie Valbruna, nel 2024 forti di oltre 870 milioni di euro di fatturato, ha portato il gruppo vicentino a produrre importanti tipologie di acciaio inossidabile che forniscono diversi settori strategici: biomedicale, aeronautico, petrolchimico e, soprattutto, quelli della cantieristica navale e della difesa. In tempi critici per gli approvvigionamenti e lo sviluppo strategico di vasti piani d’investimento in difesa e sicurezza, avere un attore nazionale strategico capace di continuità produttiva è vitale, e il governo Meloni ha mostrato la salienza di Valbruna per il sistema-Paese. A suo modo, questo caso ricorda molto da vicino quello dell’Olanda che ha usato poteri speciali per rilevare il controllo di fatto del gruppo Nexperia, di proprietà cinese, per garantire continuità nell’approvvigionamento di chip alle industrie critiche, come quella tecnologica.

Queste forme di capitalismo nazionalista da parte degli Stati mostrano una torsione securitaria del potere, indicando come le logiche del mercato o della rule of law nazionale e internazionale possano sempre più essere applicate a intermittenza di fronte all’ascesa di un trend di competizione globale e della necessità di mettere in sicurezza gli approvvigionamenti critici per l’industria. Ciò mostra sicuramente un cambio di paradigma reso da tempo ben palese da Paesi come gli Usa con il massiccio ingresso del potere politico nel connubio tra sicurezza nazionale ed economia, ma anche una fragilità strutturale di architetture politiche che spesso questi poteri li devono esplicitare o minacciarne l’uso, quando in realtà la loro principale utilità dovrebbe essere quella di una sostanziale deterrenza. Si tratta del secondo caso in un anno in cui il governo Meloni propone un golden power interno, dopo aver fermato la scalata di Unicredit a Banco Bpm. Questa tendenza mostra una rischiosa percezione della vulnerabilità securitaria come fattore esistente nel pieno del sistema Paese e non necessariamente ascrivibile a influenze esterne. Dunque nel complesso manifesta l’immagine di uno Stato più fragile.

Vero è, al contempo, che la sfida dell’acciaio è oggi una questione di portata geostrategica. Con la minaccia della sovracapacità cinese che incombe sull’Occidente, la guerra dei dazi scatenata dagli Stati Uniti e le grandi domande che il riarmo europeo abiliterà, l’approvvigionamento siderurgico è al centro delle decisioni di molti attori economici. In Germania, ad esempio, Rheinmetall e altri colossi della difesa hanno chiesto al governo di Friedrich Merz un confronto con gli acciaieri, che hanno un’asimmetria chiara rispetto ai protagonisti del riarmo: per questi ultimi l’acciaio deve essere economico e disponibile, per i primi – in un contesto di competizione globale che non ha impedito export di prodotti siderurgici per 31 miliardi di euro nel 2024 – deve essere destinato ad altri mercati e costoso. Negli Stati Uniti, invece, l’amministrazione di Joe Biden prima e quella di Donald Trump poi hanno condizionato la vendita di US Steel alla giapponese Nippon Steel, chiamando in causa dinamiche di sicurezza nazionale alla luce dell’impatto sul settore della cantieristica navale.

Nelle trame di questioni come quelle che riguardano gli alleati dell’Italia si capisce la valenza strategica della sfida di Acciaierie Valbruna. Una sfida che mostra sia la salienza geopolitica di molti settori industriali sia la fragilità dei nostri sistemi di governance che la frustrazione securitaria dei governi può rendere evidente, invitando i decisori a riflettere sulla resilienza e sulla robustezza degli apparati produttivi e istituzionali.

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