John Elkann, presidente di Exor, sta preparando una grande rivoluzione nella holding della famiglia Agnelli-Elkann. Sempre più globale e sempre meno italiana, se non in alcuni settori. Negli ultimi tempi, Exor ha diversificato e internazionalizzato i propri investimenti, un percorso controverso che ha sicuramente una grande perdente: l’italianità del gruppo.
Il fondo Lingotto spinge una Exor globale
L’ultima fase di questo percorso è stata il lancio del fondo Lingotto, avvenuto il 15 maggio 2023. Lingotto ha un obiettivo esplicito: investire nelle tecnologie di frontiera, come l’intelligenza artificiale e le life science. Il fondo partirà con un capitale di 3 miliardi di euro, di cui 1,5 miliardi forniti da Exor e 1,5 miliardi da Covéa, una società di assicurazioni francese.
A capo di Lingotto ci sono due manager di grande esperienza: James Anderson, uno dei più noti investitori di venture capital al mondo, che con i suoi round di investimenti ha permesso il decollo di Amazon, ByteDance e Tesla, e George Osborne, ex Cancelliere dello Scacchiere britannico nel governo di David Cameron. Le nomine di Anderson e Osborne confermano la commistione tra finanza e politica che caratterizza Exor.
Il gruppo con testa italo-americana, cuore anglosassone e sede fiscale in Olanda, non a caso, ha visto di recente John Elkann lasciare la carica della Giovanni Agnelli B.V., la casa madre di Amsterdam che racchiude il capitale di famiglia, a Jeroen Preller, avvocato olandese, partner dello studio legale NautaDutilh, per certificare la ramificazione del gruppo nel Paese dopo l’ingresso nel capitale di Philips col 15% lo scorso agosto.
Il quadrilatero di John Elkann
Regno Unito, Olanda e, ovviamente Stati Uniti nei sogni di espansione di Elkann, vidimati anche dalla politica, ai più alti livelli del pianeta. Il presidente uscente di Exor, l’economista indiano-americano Ajay Banga, è stato scelto dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden come prossimo governatore della Banca Mondiale. A succedergli il 61enne Nitin Nohria, per dieci anni a capo della Harvard Business School.
E la Francia di Covéa è l’altra faccia della medaglia dell’espansione di Fiat-Chrysler in Stellantis col gruppo Psa. I quattro Paesi sono il quadrilatero della globalizzazione finanziaria degli Agnelli-Elkann che si consolida anche con la strategica proprietà di testate come The Economist, tuttora tra le più ascoltate voci dei commenti internazionali.
L’internazionalizzazione degli Agnelli-Elkann ha chiaramente un punto di caduta nella perdita di attenzione sempre più consolidata per il mercato italiano, sempre più retrocesso nell’attenzione degli eredi della Real Casa torinese.
L’Italia è un peso per John Elkann?
Il disinvestimento è stato una costante in diverse scelte strategiche per Elkann in Italia negli ultimi anni: dopo l’acquisto del gruppo Gedi, ad esempio, nell’editoria sono stati venduti i quotidiani locali e L’Espresso; in campo sportivo, la Juventus ha ricevuto di recente una ricapitalizzazione ma nel centenario di proprietà Agnelli si parla della ricerca di un socio; nel 2019 Exor ha venduto un’azienda strategica come Magneti Marelli su cui oggi si parla a proposito del rischio di de-industrializzazione nello stabilimento di Crevalcore. E soprattutto, il gruppo ha sempre dimostrato ridotta attenzione alla presenza di un forte presidio italiano nel gruppo Stellantis.
Braccio di ferro con Meloni
Da quando a inizio estate il governo Meloni tramite il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha pensato all’ipotesi per l’Italia di pareggiare il governo francese entrando con Cdp nel capitale del colosso transatlantico delle auto, una proposta sostenuta anche da Luca Cordero di Montezemolo, le testate Gedi-Exor hanno iniziato ad alzare l’asticella della critica contro l’esecutivo, da Repubblica in Italia al prestigioso Economist a Londra, sottolineando temi come la svolta a destra del governo, la presunta inaffidabilità di Meloni davanti ai mercati, il populismo di ritorno.
Da ultimo, poco prima di uscire da La Stampa l’ex direttore Massimo Giannini ha messo in campo la battaglia sul possibile governo tecnico in sostituzione a Meloni riflettendo un orientamento che, come appreso da Money.it, non è certamente ostile a una certa fetta degli ambienti economici e politici progressisti e anti-Meloni. Una guerra di logoramento che marchia un distacco, esplicito, dai “principi” di turno del Paese e retrocede l’attenzione prioritaria storicamente data dall’ex Fiat all’esecutivo romano. Ora anche l’Italia e il suo governo sono una pedina come tante per un gruppo sempre più globalizzato. E di cui è bene iniziare a parlare sempre di più come un attore esterno, e non interno, al Paese. L’assioma secondo cui il bene degli Agnelli sia il bene (industriale) dell’Italia è tramontato. Forse per sempre.