Su Ilva e Lukoil, il governo prende tempo. Ma tra ricatti e sanzioni rischia la faccia

Mauro Bottarelli

18 Novembre 2022 - 20:18

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Due vertici al MISE, altrettanti flop con rinvio. E se Taranto paga una mala gestione decennale, la raffineria di Priolo lega il suo destino all’imminente embargo sul petrolio russo. NATO o lavoro?

Su Ilva e Lukoil, il governo prende tempo. Ma tra ricatti e sanzioni rischia la faccia

Sarebbe fin troppo facile paragonare i tempi di reazione da centometrista messi in campo dal governo su rave party e Ong con la politica del gettare la palla in tribuna mostrata su Ilva e Lukoil. Forse persino ingiusto. Certamente populista nel senso deteriore del termine, ovvero sfoggio vis polemica fine a se stesso e all’ottenimento di quattro likes in più. Non è lo stile di Money.it.

Perché quando di mezzo ci sono posti di lavoro, stipendi, mutui e bollette da pagare, figli a cui dare da mangiare e di che vestirsi, buttarla in facile caciara risulta sgradevole. Al limite dell’insultante. Un po’ come la scelta di Franco Bernabè, presidente del cda di Acciaierie d’Italia, di disertare l’incontro sull’ex Ilva al MISE, preferendo presenziare al webinar di Siderweb. D’altronde, noblesse oblige: le sue richieste al governo le aveva avanzate il giorno prima della riunione ministeriale attraverso un’intervista concessa a La Stampa nella quale chiedeva 1 miliardo per l’ex Ilva a causa dell’esplosione dei costi. E invitava, quasi scocciato, esecutivo e ArcelorMittal a trovare un’intesa.

Ma non basta. Perché Franco Bernabé deve aver pensato che fosse meglio mettere subito in chiaro la propria poco considerazione della politica, di fatto trattata alla stregua di un bancomat, quantomeno nei toni e nei contenuti declinati nell’intervista. Ed ecco che infatti, poco prima dell’appuntamento al MISE, è comparsa sulla scena questa missiva:

La lettera con cui Acciaierie d'Italia comunica lo stop agli ordinativi per 145 aziende dell'indotto Ilva La lettera con cui Acciaierie d’Italia comunica lo stop agli ordinativi per 145 aziende dell’indotto Ilva Fonte: Acciaierie d'Italia

un bello stop a tutte le attività dei fornitori fino al gennaio 2023. Di fatto, 145 aziende e 2.000 lavoratori dell’indotto interessati. Il problema? Nessuno ha ritenuto necessario avvisare il ministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso, della decisione. Di fatto, un palese messaggio all’esecutivo. Nemmeno tanto in codice, una chiara volontà di forzare la mano per ottenere stanziamenti pubblici, a fronte del fatto compiuto e del rischio di tensioni sociali. Più che un manager, la versione metallurgica del Marchese del Grillo.

E il governo? Silente. Certo, dal MISE hanno fatto filtrare l’irritazione del ministro per la mossa non concordata di Acciaierie d’Italia. Alla fine, però, non solo è stato incassata la sgradevole assenza di Bernabè senza conseguenze ma, soprattutto, l’unica certezza scaturita dalla riunione è stata la decisione dei sindacati di proclamare 4 ore di sciopero per il 21 novembre. La soluzione? Inutile prendersi in giro, l’ex Ilva paga lo scotto a decenni di mala gestione e politica industriale totalmente improvvisata, quando non del tutto assente. Unire poi al quadro la questione legata agli interventi della magistratura e l’epilogo pare già scritto. Stato al 60%? Il ministro Urso non nega. Né conferma. Prende tempo.

Ma la questione si aggrava, quando nell’arco di 48 ore sono due le riunioni al MISE terminate con un niente di fatto e un rinvio. Oggi infatti è stato il turno della vertenza Lukoil di Priolo, la raffineria che rischia la chiusura a causa del colpo fatale che verrà inferto dall’embargo sul petrolio russo che entrerà in vigore dal 5 dicembre. Altri lavoratori a rischio, altre famiglie con il fiato sospeso. Altro rinvio, questa volta a metà dicembre.

Le soluzioni? Da un lato, l’ipotesi di seguire la strada di altri Paesi membri - come il Belgio - e chiedere in sede Ue una deroga a quel blocco, dall’altro un’ipotesi di acquisizione che però vede il governo già pronto a utilizzare la golden power per tutelare quello che lo stesso Urso ha definito un asset strategico per il Paese.

D’altronde, l’ex presidente del Copasir dovrebbe conoscere a menadito le tematiche legate a settori strategici come quelli rappresentati da ex Ilva e Lukoil di Priolo. Stupisce quindi l’atteggiamento remissivo verso controparti quantomeno irrispettose, stante la contestuale richiesta di miliardi pubblici che avanzano con grande leggerezza. E la facilità con cui bloccano l’attività di un intero comparto senza nemmeno degnarsi di avvisare il MISE.

E stupisce come, al netto di posizioni dichiaratamente atlantiste fino all’esasperazione, il ministero non abbia chiaramente opposto la ragion Stoltenberg alle rivendicazioni di sindacati e lavoratori, ribadendo come la resilienza al ricatto energetico russo sia fondamentale per la tenuta democratica. Al contrario, si palesa all’orizzonte una richiesta di deroga all’embargo. probabilmente nella speranza che, da qui al 2023, la situazione ucraina trovi una soluzione negoziale che sciolga anche i nodi più intricati della questione legata alle sanzioni.

Tra il dire e il fare, c’è di mezzo la realtà. La quale è più complessa di un rave party da sgomberare, addirittura ricorrendo allo strumento d’urgenza del decreto. E, paradossalmente, rischia di generare una tensione ancor più pericolosa di quella scatenatasi con l’Eliseo sulla questione degli sbarchi. Non fosse altro perché destinata a divampare sotto le finestre di casa e non sulle prime pagine dei giornali o tramite i cablo degli ambasciatori.

Sui primi due capitoli davvero urgenti e strutturali, sui primi due tavoli che scottano, il governo ha buttato la palla in tribuna. E preso tempo. Ma quest’ultimo rappresenta un bene di lusso che il Paese non può più permettersi. Perché gli operai di Taranto e Priolo e le loro famiglie non mangiano le promesse del PNRR.

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