Anche per quanto riguarda l’industria siderurgica, siamo alla fine di un’epoca: in Italia, infatti, è rimasto in funzione, e pure a singhiozzo in questi mesi per lavori di manutenzione straordinaria, un unico altoforno a Taranto.
E’ stata una storia densa di sfide coraggiose, ai limiti della temerarietà, quella delle grandi acciaierie italiane, che doveva culminare nella mai avvenuta realizzazione del Quinto polo siderurgico a Gioia Tauro: si sarebbe completato il processo di industrializzazione pesante del Meridione, aggiungendosi agli impianti storici di Bagnoli ed a quelli invece recentissimi di Taranto che andavano a bilanciare gli insediamenti di Piombino, di Genova-Cornigliano e di Trieste.
Un sogno durato assai poco.
Dapprima la crisi energetica del ’73, quella che bloccò prima ancora che nascesse l’iniziativa di Gioia Tauro, e poi quella dell’80 che insieme alla necessità di rimediare alla sovrapproduzione europea portò alla chiusura di Bagnoli, avevano lasciato al centro siderurgico di Taranto il ruolo di leader non solo italiano nella produzione dell’acciaio primario: con ben 5 altoforni (Ato), era la più grande e moderna acciaieria d’Europa.
Da allora tanto tempo è passato, e nonostante l’eccezionale riqualificazione effettuata dallo Stato prima della cessione a dell’impianto dell’Italsider ai Riva, un po’ alla volta tutti e cinque altoforni sono stati fermati, dopo essere stati spremuti il più a lungo possibile: sarebbero stati necessari investimenti di manutenzione straordinaria, anche per ragioni di sicurezza ed ambientali. L’Ato 3 è stato il primo ad essere stato fermato, già nel 1994, anche se fu demolito venticinque anni dopo, nel 2019; l’Ato 5 fu fermato nel 2015, mentre nell’agosto del 2023 è stata la volta dell’Ato 1 ed ai primi del successivo mese di dicembre la stessa sorte è toccata all’Ato 2. L’Ato 4, l’ultimo ad essere rimasto in funzione, di recente è stato oggetto di ripetuti interventi di manutenzione straordinaria ed è stato riacceso in questi giorni.
Il processo di chiusura degli altoforni italiani è stato drammatico e concitato: il 24 aprile del 2014 era stata fermata l’area a caldo di Piombino ed il 9 aprile del 2020 la stessa sorte era toccata a quella della Ferriera di Servola, vicino Trieste, la cui costruzione iniziale risaliva addirittura al 1896 quando si chiamava Krainische Industrie Gesellschaft (Società Industriale della Carniola) di Lubiana, per la produzione di ghisa e ferrolega destinata a rifornire gli altri impianti siti nell’Impero austro-ungarico. D’altra parte, anche lo stabilimento dell’ILVA di Bagnoli, vicino Napoli, aveva origini antiche, risalendo al 1910.
Eravamo arrivati ai vertici nel settore siderurgico, secondi produttori in Europa dopo la Germania, ed undicesimi a livello mondiale, eppure oggi siamo all’epilogo: la nostra produzione di acciaio primario, quella che con gli altoforni parte dal minerale di ferro grezzo e non dai rottami al fine di garantire un prodotto di elevata qualità, si è progressivamente ridotta ai minimi termini.
Con questa situazione, anziché produrre acciaio primario anche per l’esportazione, in Italia l’industria manifatturiera si troverà di fronte alla necessità di importarne, mentre si prepara la nuova sfida della tecnologia che è innovativa dal punto di vista ambientalistico, puntando al cosiddetto “preridotto” (Direct Reduced Iron - DRI). Siamo ancora in una prima fase di industrializzazione di questa tecnologia DRI, che presenta incognite rilevanti soprattutto per quanto riguarda i costi e la concreta reperibilità sul mercato del minerale di ferro di partenza che deve avere una bassa percentuale di altri minerali inclusi, caratteristica indispensabile per il funzionamento di questa nuova tecnica di produzione di acciaio primario.
Si corre dunque un grande rischio, quello di fare un salto tecnologico nel vuoto: non esistono al mondo oggi miniere di ferro in grado di soddisfare una elevata richiesta di minerale grezzo della elevata qualità necessaria.
Se la tecnologia DRI non evolve adeguatamente, assicurando un buon risultato anche partendo da un minerale di ferro con i livelli correnti di altri minerali inclusi, si rischia grosso: visto che è impossibile tornare indietro agli altoforni, non resterebbe che importare l’acciaio primario dai Paesi che continuano a produrlo con questa storica ed inquinante tecnologia.
Con il supporto finanziario pubblico, l’Italia sta cercando di introdurre la tecnologia DRI sia a Piombino che a Taranto.
C’è da sperare che questa scommessa sia vincente, anche se alcuni tra i più esperti hanno qualche dubbio sull’abbandono definitivo della produzione con gli altoforni, nonostante siano incompatibili con gli obiettivi ambientali.
Altrimenti, in termini di competitività per l’industria manifatturiera italiana, sarebbe una vera catastrofe.