Le spine industriali del Governo Meloni

Vincenzo Caccioppoli

7 Dicembre 2022 - 16:36

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Tra le questioni spinose al centro dell’agenda politica del governo ci sono anche Lukoil, Ita, Tim ed ex Ilva.

Le spine industriali del Governo Meloni

Lukoil, Ita, Tim ed ex Ilva, queste sono le principali e spinose questioni di cui il governo Meloni deve occuparsi. E la premier e il suo partito da sempre non hanno fatto mistero del fatto che determinati settori strategici, come appunto quello di trasporti, energia, acqua, telecomunicazioni devono vedere una maggiore partecipazione dello Stato, che non per forza deve e passare dalla loro gestione, visto le esperienze passate che hanno dimostrato in molti casi una certa inadeguatezza nello Stato nel gestire importanti risorse economiche del paese.

Non si tratta di posizioni sovraniste o nazionaliste, ma solo di una difesa della sicurezza e dell’economia nazionale. Non è certo una prerogativa della Meloni, basti pensare a quello che da sempre fa la Francia, ma anche la Germania o la tanto liberale Gran Bretagna, ma una necessità che negli ultimi anni ha visto la creazione di crisi industriali che hanno toccato settori strategici e fondamentali dell’economia del paese.

La premier più volte ha lamentato dall’opposizione un atteggiamento troppo morbido da parte dei governi nella difesa di alcuni campioni del made in Italy che sono sistematicamente finiti in mani straniere. E durante l’incontro con il presidente Macron a Roma, subito dopo il giuramento, ha vivacemente fatto presente al presidente che la campagna acquisti francese nel nostro paese non poteva e doveva continuare. Pochi giorni fa è stato varato dal Consiglio dei Ministri un decreto ad hoc, su proposta della premier Giorgia Meloni, del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso e del ministro dell’Economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti, che introduce misure a tutela dell’interesse nazionale nei settori produttivi strategici.

Obiettivo è intervenire per mettere un argine all’emergenza economica innescata anche nel nostro Paese dalla crisi energetica in conseguenza alla guerra in Ucraina. Sono sempre di più le imprese italiane che rischiano di crollare di fronte ai prezzi dell’energia fuori controllo, piegati dal salasso di bollette sempre più insostenibili. L’obiettivo chiaro del provvedimento è quello di intervenire per mettere un argine all’emergenza economica scatenata dalla crisi energetica.

Cosa succede con la società russa Lukoil

Non è un caso che il primo dossier a cui il ministero guidato da Urso ha dovuto far fronte è stato quello legato alla società petrolifera Lukoil, di proprietà russa che a causa delle sanzioni rischiava di mettere il nostro paese in una condizione dal punto di vista energetico ancora più difficile di quella attuale. La situazione dello stabilimento siciliano sembrava irrimediabilmente segnata, vista anche l’inazione del precedente governo. Dopo aver chiesto all’Unione europea una deroga sullo stop all’import di petrolio russo, l’esecutivo - per evitare rischi - ha deciso di nazionalizzare temporaneamente lo stabilimento.

La ISAB, che è la quinta raffineria per importanza europea e la seconda italiana, ha una capacità di raffinazione annuale di dieci milioni di tonnellate di greggio, che può essere aumentata a 14 milioni di tonnellate, e fornisce almeno il 20% del fabbisogno nazionale. Grazie al decreto approvato si è potuta avviare quella nazionalizzazione temporanea in grado di poter far proseguire l’attività aziendale,“Con il nostro decreto legge – ha spiegato il ministro – il Governo si assume la responsabilità di realizzare una amministrazione straordinaria temporanea avvalendosi anche di una società petrolifera che opera nel settore, che potrebbe essere l’Eni, e questo darà garanzia di continuità produttiva”.

Il ministro Urso, che vanta buone conoscenze e legami con gli usa, ha affermato due giorni di aver rassicurazioni dagli americani, che le banche che intendono finanziare la società non avranno conseguenze, Altra storia che sembra non conoscere fine è quella legata alla compagnia di bandiera Ita airways, che negli ultimi quarant’anni ha bruciato 13 miliardi di euro di aiuti statali, senza riuscire a trovare una quadra a una situazione che stenta a trovare una sua precisa collocazione nel panorama dell’aviazione civile internazionale e che senza un affidabile partner rischia ancora una volta di dover alzare bandiera bianca.

La Meloni e Salvini avevano reagito molto freddamente a settembre alla soluzione prospettata dal governo Draghi, che prevedeva la vendita del 51% della compagnia al fondo americano Certares con partner commerciali AirFrance e Klm, escludendo invece la cordata formata da Lufthansa e Msc piu gradita all’attuale governo. Il 14 novembre sempre l’iperattivo ministro Urso ha annunciato che il governo aveva intenzione di riaprire il dossier della compagnia di bandiera. “Su Ita Airways è stato riaperto il dossier, il Governo cercherà le condizioni migliori perché vi sia lo sviluppo industriale di quella che non è più una compagnia statale ma è sicuramente ancora una compagnia di bandiera”.

Tim, tra le aziende centrali per il Governo Meloni

Su Tim la questione se possibile rischia di diventare ancora più intricata, questo anche perché si rischia di creare nuovi attriti con la Francia di Macron, (il primo azionista di Tim è la francese Vivendi), che già ha manifestato al governo, in via ufficiosa, una certa contrarietà alle decisioni prese in merito alla vicenda Ita. Ma sul tema la premier è sempre stata chiarissima, la rete delle telecomunicazioni deve rimanere in mani italiane, vista il suo ruolo strategico a livello nazionale, e conoscendo la sua pervicacia nel perseguire le sue idee e convinzioni, si può stare quasi certi che quella sarà la via maestra che l’esecutivo seguirà.

Dopo aver bloccato il progetto di CDP con i fondi Macquaire e KKR, che prevedeva la separazione della rete Tim per poi integrarla con quella controllata da Oper Fiber. La rete, e su questo anche il ministro del MITE Adolfo Urso è stato chiaro nei giorni scorsi, deve rimanere nelle mani dello Stato, si tratta solo di decidere il come. Il dossier Tim sta creando anche attriti tra il governo, con in prima linea il sottosegretario con delega alle telecomunicazioni Alessio Butti e i vertici di CdP. Resta in pista ancora l’ipotesi di un’opa, anche se i tempi si allungherebbero e quindi si stanno valutando anche altre soluzioni, ma tutte sono rivolte alla rete unica sotto il controllo dello Stato.

L’ex Ilva ancora al centro dell’agenda politica italiana

Last but not least la intricatissima vicenda della ex Ilva di Taranto. Lì i problemi sembrano di più difficile soluzione considerando che non solo la produzione è ridotta alla metà della sua capacità operativa, ma l’azienda soffre anche di una profonda crisi di liquidità. Sempre il ministro Urso due giorni fa ha ribadito che non è intenzione del governo statalizzare la più grande acciaieria del paese, che vede come azionista al 38% Invitalia, partecipata del ministero dell’Economia.

La partecipazione dello stato potrebbe e dovrebbe salire nel 2024 al 60%, (deciso dal predecessore di Urso, l’attuale ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti), ma l’attuale governo non sembra d’accordo su questa strada. Draghi in uno dei suoi ultimi provvedimenti da premier aveva deciso proprio uno stanziamento di 2 miliardi per le Acciaierie d’Italia, nel chiaro intento di rilanciare l’azienda. Ma ora il governo Meloni, spesso tacciato di essere troppo statalista e sovranista, sembra invece propendere per una ricapitalizzazione che possa aiutare un partner strategico a portare avanti il rilancio delle attività delle acciaierie tarantine.

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