Sell sui BTP e sui Titoli di Stato dell’area euro, cosa succede? Focus sulla notizia di oggi e sulla doccia gelata per il governo Meloni.
Come stanno performando i BTP nel bel mezzo della carica dei sell che sta attanagliando le borse europee, in modo ancora più significativo rispetto alle contrattazioni della vigilia?
Decisamente male, così come performano male anche gli OAT francesi, i Bund tedeschi, i Bonos spagnoli, i Gilt del Regno Unito.
Impennata per i rendimenti di BTP & Co. Spread BTP-Bund a 10 anni balza a 70 punti base
La prova del nove arriva dall’impennata dei rendimenti per tutti i principali Titoli di Stato dell’Europa.
I rendimenti che accusano il balzo più forte sono soprattutto quelli dei Paesi meno virtuosi: il rialzo dei rendimenti dei Bund e dei Titoli di Stato dell’Olanda è infatti, per quanto importante, più contenuto rispetto a quello dei Paesi cosiddetti periferici - che, vista la crescita del debito e del deficit di Parigi - includono ora anche la Francia.
In un’Europa in generale indebitata, gli spread vengono attenzionati ormai dagli esperti in misura inferiore rispetto al passato. Detto questo, lo spread BTP-Bund a 10 anni segna ora un forte balzo a quota 70 punti base, rispetto ai 60 punti base circa delle precedenti sessioni.
La fiammata si spiega con il fatto che i rendimenti dei BTP salgono molto di più rispetto a quanto stiano facendo i rendimenti dei Bund tedeschi.
Rendimenti BTP +12 punti base al 3,47%, i più alti di tutti nell’area euro
Per la precisione, i rendimenti dei BTP decennali stanno schizzando di 12 punti base al 3,47%.
Stesso balzo per i rendimenti degli OAT francesi che salgono tuttavia a un livello che si conferma di nuovo inferiore a quello dell’Italia, al 3,40%, confermando come lo spread Italia-Francia a 10 anni sia tuttora negativo.
Peggio di tutti fanno i Titoli di Stato UK, che volano di 14 punti base al 4,52%.
Rialzi più contenuti per i Bund tedeschi, i cui rendimenti mettono a segno un rialzo di 7 punti base al 2,78%, mentre i rendimenti dei Bonos spagnoli segnano un progresso di 9 punti base al 3,23% e i rendimenti dei Titoli di Stato della Grecia avanzano di 11 punti base, al 3,46%.
La crescita dello spread BTP-Bund a 10 anni non spaventa in modo particolare, vista la convergenza dei rendimenti dei Titoli di Stato europei.
Si tratta d’altronde di valori ancora storicamente bassi per il differenziale, un tempo considerato termometro del rischio Italia, che ora conta decisamente meno.
A intimorire è piuttosto il balzo dei rendimenti dei BTP, che è innegabile, perché è da quello che dipende il costo del servizio del debito italiano. E i rendimenti dei BTP a 10 anni sono inequivocabilmente ancora i più alti di tutta l’Eurozona.
Rendimenti schizzano nell’area euro, tutta colpa dell’inflazione euro. BCE tornerà ad alzare i tassi?
Ma perché i rendimenti scattano al rialzo, nella giornata di oggi?
La risposta, per i rendimenti di tutti i bond sovrani dell’Eurozona, è nel dato relativo all’inflazione del blocco del mese di febbraio che è stato annunciato oggi dall’Eurostat: l’indice dei prezzi al consumo, termometro delle pressioni inflazionistiche, che è salito nel mese dell’1,9% su base annua.
Anche questa performance, così come quella dello spread BTP-Bund, non dovrebbe destare particolari timori, in quanto il rialzo su base annua rimane inferiore al target di inflazione della BCE, pari a +2%.
Fatto sta che il trend è di una accelerazione, rispetto al +1,7% di gennaio. Ancora peggio, la componente core dell’inflazione, ovvero l’indice CPI core, si è rafforzata, balzando del 2,4%, più del +2,2% atteso e contro il +2,2% precedente.
I dati diffusi dall’Eurostat sono preliminari, e soggetti dunque a revisione. Il problema è che arrivano in un momento in cui la paura di un’accelerazione dei prezzi e dell’inflazione è tornata ad accendersi, sulla scia del boom dei prezzi del petrolio e del gas scatenato dall’escalation delle tensioni geopolitiche, che non danno cenno, tra l’altro, di attenuarsi.
E così i mercati temono già una BCE pronta a scattare al minimo (che poi minimo per ora non è) sussulto nei prezzi energetici, finendo per tornare ad alzare i tassi.
I BTP scontano paura inflazione-tassi BCE. Ma non solo
Nel caso dell’Italia, dunque dei BTP, sono comunque due le pessime notizie che staranno forse assillando il governo Meloni e in particolare il MEF, Ministero dell’Economia e delle Finanze, guidato da Giancarlo Giorgetti.
La prima è per l’appunto rappresentata dal dato di oggi relativo all’inflazione dell’Eurozona, che si innesta in un contesto in cui il Medio Oriente sempre più una polveriera e il conseguente shock del balzo dei prezzi del petrolio e dei prezzi del gas fanno temere per l’appunto che Christine Lagarde, Presidente della BCE, tornerà ad azionare la leva delle strette monetarie, pur di accertarsi che l’inflazione dell’Eurozona continui a crescere al ritmo annuo del 2%, nel medio termine.
Di fatto, se i prezzi del petrolio e del gas - che stanno schizzando sulla scia della chiusura dello stretto di Hormuz - continueranno a testare nuovi picchi l’inflazione dell’area euro, inevitabilmente, accelererà ulteriormente il passo costringendo Lagarde ad alzare i tassi. Tassi che nell’area euro, va ricordato, sono stati lasciati inchiodati dopo la prima riunione del 2026 del Consiglio direttivo del 5 febbraio scorso, per la quinta volta consecutiva.
Per la precisione, i tassi sui depositi, tassi sulle operazioni di rifinanziamento principali e tassi sulle operazioni di rifinanziamento marginale rimangono al momento fermi rispettivamente al 2%, 2,15% e 2,40%.
Basta la prospettiva di tassi di interesse più alti a smorzare l’appetibilità dei Titoli di Stato, nel caso della BCE, dei bond sovrani dell’Eurozona.
La seconda notizia riguarda invece la stessa Italia ed è arrivata invece ieri, con la pubblicazione di alcuni dati chiave da parte dell’Istat, l’Istituto Nazionale di Statistica.
Si tratta di una notizia che mette angoscia all’Italia e che riguarda le condizioni in cui versano i conti pubblici dello Stato.
Non solo paura tassi BCE, la ’tranvata’ per il governo Meloni del dato sul deficit-PIL
Di fatto, mentre gli operatori continuano ad avere gli occhi incollati agli schermi per monitorare il trend delle azioni, del bene rifugio dell’oro, dei prezzi del petrolio e dei prezzi del gas, dall’Istat è arrivata una tranvata non poco per il governo Meloni, che ha costretto il titolare del MEF Giancarlo Giorgetti a fare di nuovo il punto della situazione sulle condizioni di salute dei conti pubblici .
Negli ultimi mesi, Giorgetti ha lodato più volte la tenuta delle casse dello Stato italiano (tuttora alle prese con la piaga del debito pubblico) e il lavoro del governo Meloni, volto a cercare di tenere sotto controllo la spesa pubblica, per consentire all’Italia di uscire il prima possibile dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo lanciata nel 2024 dall’Unione europea.
La fiducia di Giorgetti è stata tale da portarlo a credere nella possibilità di vedere il rapporto deficit-PIL dell’Italia scendere al di sotto della soglia massima stabilita dall’UE, pari al 3%, già nel corso del 2025 e dunque di vedere il Paese liberarsi del marchio UE della procedura di infrazione già nei prossimi mesi.
Dai dati diramati ieri dall’Istituto Nazionale di Statistica è arrivata però la doccia fredda: nel 2025 il rapporto deficit-PIL dell’Italia è sì sceso, rimanendo però al di sopra di quella soglia psicologica del 3%.
L’indicatore si è attestato infatti al 3,1%, rispetto al 3,4% del 2024.
Il sogno di Giorgetti sta per andare in frantumi? La speranza del titolare del MEF
Agli inizi di ottobre 2025, Giorgetti si era così espresso:
“Il rapporto deficit-PIL scenderà costantemente sotto il 3% dal 2026, forse anche dal 2025, vedremo”.
La dichiarazione aveva fatto subito sperare l’Italia nell’’uscita dalla procedura di infrazione UE già nel corso del 2026.
Il dato diramato ieri dall’Istat fa ora sorgere il sospetto più che legittimo che il governo Meloni non riuscirà a centrare questa pietra miliare, e che il deficit dell’Italia rientrerà nei desiderata di Bruxelles - stabiliti dal Patto di Stabilità e di crescita- solo l’anno prossimo.
Certo, ormai ci siamo. La soglia è a un passo dal target del 3% e anche l’agenzia di rating Standard & Poor’s, di recente, nell’annunciare la decisione di confermare il rating sul debito pubblico dell’Italia a “BBB+”, alzandone l’outlook da stabile a positivo, ha scritto che il rapporto deficit-PIL del Paese, “è destinato a scendere al di sotto del 3% del PIL ”.
Tuttavia, l’agenzia di rating ha aggiunto alla frase la seguente indicazione temporale: “ nel 2026 ”. Non nel 2025, come spera invece Giorgetti.
Inoltre, lo scorso autunno il commissario europeo agli Affari economici, Valdis Dombrovskis, pur non escludendo la possibilità che l’Italia esca dalla procedura di infrazione nel 2026, aveva rimarcato come fosse fondamentale che il deficit-PIL venisse “confermato sotto il 3% del PIL”.
E i dati diramati ieri mandano in frantumi per ora le speranze del titolare del MEF. Per ora, va però rimarcato.
Quanto reso noto ieri dall’Istat non è infatti qualcosa di scritto sulla pietra, e a sottolinearlo è stata la stessa istituzione, nel precisare che il numero annunciato è provvisorio.
Il dato è “ suscettibile di modifiche a conclusione del processo di notifica per deficit eccessivo, il 21 aprile 2026, se dovessero essere disponibili informazioni più aggiornate”.
Intanto, Bruxelles si è limitata a commentare i dati preliminari annunciati dall’Istat sottolineando di averne preso atto. A questo punto, le informazioni verranno trasmesse all’Eurostat.
“Abbiamo preso atto della diffusione preliminare dei dati sul disavanzo e sul debito pubblico del 2025 (compresi i dati rivisti per gli anni precedenti) da parte dell’Istituto nazionale di statistica italiano (Istat). Tali dati saranno ora trasmessi a Eurostat, che li valuterà e pubblicherà le statistiche validate sulla finanza pubblica il 22 aprile 2026”.
A quel punto, ha aggiunto la portavoce, la Commissione “valuterà la situazione del disavanzo dell’Italia nell’ambito del Pacchetto di primavera del Semestre europeo 2026, sulla base dei dati di consuntivo 2025”. Il pacchetto dovrebbe essere presentato il prossimo 3 giugno.
Sarà dunque molto probabilmente quella la data in cui da Bruxelles dovrebbe arrivare la decisione di far uscire o no i Paesi che ha finora punito con la procedura di infrazione per deficit eccessivo.
Ma occhio. C’è un altro dato diffuso ieri dall’Istat, che ha alimentato un po’ di preoccupazioni sulla traiettoria dell’economia, dunque anche del debito e deficit del Paese e, di conseguenza, anche per i BTP: quello relativo alla crescita del PIL dell’Italia, che nel 2025 è stata pari ad appena +0,5%, rispetto al +0,7% inizialmente reso noto.
Il rapporto debito-PIL, altro parametro chiave, è salito inoltre lo scorso anno al 137,1% dal 134,7% del 2024.
Deficit-PIL Italia ancora sopra il 3%? Giorgetti punta il dito contro il Superbonus
Giorgetti non ha potuto fare a meno di esprimere delusione per il quadro illustratato dall’Istat, spiegando il trend del rapporto deficit-PIL ancora con gli effetti del Superbonus:
“E’ un dato provvisorio, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’UE. Cercheremo di capire le valutazioni Istat. Peccato per il colpo di coda del Superbonus condomini, causa principale del dato di oggi”.
Fatto sta che i venti di guerra che soffiano ora sempre più forti e la prospettiva di un possibile caro energia che angusti le tasche degli italiani rischiano, se le tensioni geopolitiche si protrarranno ancora per molto tempo, di erodere ulteriormente una crescita del PIL dell’Italia che è tornata già a confermarsi pari allo zero virgola.
E questo di fatto fa inevitabilmente sorgere dubbi sulla reale capacità del governo Meloni di far scendere i rapporti di deficit-PIL e debito-PIL (visto il rischio che il denominatore PIL cresca meno delle attese, facendo salire così i numeratori).
Tutto quanto a danno, ovviamente, dei BTP, che finora hanno beneficiato anche e soprattutto dell’intenzione del governo Meloni di tenere sotto controllo le finanze pubbliche dell’Italia, imboccando un sentiero il più possibile virtuoso.
Nel frattempo, in un momento che non appare decisamente propizio, va avanti la settima emissione del BTP Valore, il primo di questo 2026 (leggi la guida completa).
Il Titolo di Stato italiano, tanto voluto dal governo Meloni per convincere gli italiani a fare sempre più incetta del debito pubblico di casa, continua a piacere ai piccoli risparmiatori e investitori, come è emerso dal boom degli ordini scattati soltanto il primo giorno del collocamento.
C’è chi ha consigliato tuttavia agli italiani una certa prudenza a posizionarsi troppo sul BTP Valore, citando il rischio di una concentrazione fin troppo domestica.
E chi ha bocciato in toto la strategia di nazionalizzazione del debito lanciata dal governo Meloni.
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