L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran preoccupa anche i mercati. Più di un quinto della produzione di petrolio e Gnl mondiale passa proprio sotto il controllo di Teheran.
L’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti ha portato alla morte dell’ayatollah Ali Khamenei, lasciando il Paese nel caos più totale. Capire cosa succederà ora è quasi impossibile, con l’Iran a rischio di un’instabilità interna ancora più dura. Un intervento dagli esiti imprevedibili, fuori da ogni logica e strategia internazionale, che l’amministrazione Trump pensa di poter controllare. La Casa Bianca forse è convinta di riuscire a sopportare qualsiasi esito politico ed economico, ma nessuno può dirsi davvero preparato allo scossone in arrivo sul petrolio.
Forse Washington può almeno contenere un potenziale choc con il suo dominio energetico, ma il resto del mondo non può permettersi le ritorsioni di Teheran, che da sola controlla circa il 5% della produzione di greggio mondiale e una grossa fetta dei passaggi commerciali. Gli unici speranzosi sono i russi, che con l’aumento dei prezzi potrebbero risollevarsi e continuare a finanziare la guerra con l’Ucraina più a lungo, anche se Putin rischia di patire il crescente isolamento. In ogni caso, la guerra in Iran non potrà portare a nulla di buono.
Cosa succede al petrolio con la guerra in Iran
Come anticipato, l’Iran produce pressoché il 5% del petrolio di tutto il mondo, ma non è neanche questo l’aspetto più preoccupante. La posizione strategica dello stretto di Hormuz offre a Teheran un potere spaventoso sul commercio di greggio, visto che ospita il passaggio di circa il 20% dell’export mondiale. Le petroliere provenienti da da Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Iraq e Bahrein passano proprio dal piccolo stretto navigabile che divide l’Iran dagli Emirati Arabi Uniti. Con la sua chiusura i prezzi schizzerebbero alle stelle, ma attenzione: il blocco non è sostenibile a lungo termine nemmeno per l’Iran stesso, che dovrebbe sacrificare anche le massicce esportazioni petrolifere verso la Cina.
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La chiusura del traffico marittimo annunciata dai Pasdaran, che vede circa 150 petrolifere bloccate, non manca comunque di influenzare i prezzi. L’offerta mondiale si riduce, salgono i costi assicurativi per il trasporto e comincia la frenesia per aumentare le riserve. Secondo gli esperti si potrebbe arrivare addirittura a 130 dollari al barile in caso di chiusura prolungata, considerando che si è passati da 60 a più di 70 dollari al barile già in previsione del raid israelo-statunitense. Gli analisti di Tortoise Capitale ipotizzano il superamento dei 100 dollari a barile soltanto in caso di conflitto prolungato e tutti concordano sull’importanza della durata. La reazione iraniana fa la differenza in questo delicato scenario, perché si potrebbe mantenere l’aumento nell’ordine del 25% al massimo.
Nelle prime ore dall’attacco si ipotizzavano picchi rapidamente risolvibili, anche nell’ordine del 10/15%, ma i riflessi sul trasporto marittimo stanno spegnendo le speranze. Con il mercato mondiale già provato dall’instabilità e dalle sanzioni, lo stretto di Hormuz deciderà il destino del greggio nei giorni a venire. Certo, la situazione potrebbe precipitare ulteriormente in caso di attacco diretto alle infrastrutture petrolifere iraniane, ma gli analisti si sentono ancora di escludere una mossa tanto deleteria. L’impatto sulla benzina sarebbe infatti rovinoso, oltre a scatenare reazioni dure a livello regionale. Nel frattempo, l’Opec+ sta valutando l’aumento delle quote di produzione, che potrebbe essere utile a compensare l’impennata, ma non è chiaro di quale quantità si tratti.
Le stime iniziali di Rystad Energy vedono un aumento compreso tra 5/10 dollari al barile e di 20 in caso di guerra prolungata. La rapida controffensiva iraniana contro le basi statunitensi nel Golfo non lascia ben sperare, anche se il tycoon cerca di sedare le risposte con la minaccia di ritorsioni ancora peggiori. Intanto, insieme al petrolio preoccupa pure il Gnl visto che il 30% del Gas naturale liquefatto mondiale passa proprio dallo stretto di Hormuz. Tutto si gioca sulla durata del conflitto.
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