Se lo spread torna a 100 punti base prima di giugno, quanto impatterebbe davvero sul tuo portafoglio BTP e sulla strategia che hai costruito negli ultimi mesi?
Una domanda che forse è il caso di iniziare a farsi, anche se sembrava un rischio remoto mentre nei mesi scorsi lo spread scendeva e tutti dormivano tranquilli davanti al merito dell’Italia.
Ora ci si rende conto che forse le dinamiche di mercato erano completamente altre, e monitorare giugno non è una paranoia, ma una necessità.
Il ruolo cruciale dell’inflazione e dei tassi
L’inflazione rimane il driver principale di quella che accadrà nei prossimi mesi, e in particolare a giugno. Non è una previsione mistica, ma una questione di meccanica di mercato molto concreta. Se l’inflazione arriverà davvero sopra il 4% (scenario che molti analisti predicono), la Banca Centrale Europea non avrà realmente scelta se non quella di procedere con rialzi dei tassi? può essere. E potrebbe non essere una possibilità discrezionale, è una necessità tecnica di policy monetaria.
La Lagarde ha già comunicato chiaramente questo percorso, e non è stata neanche l’unica voce a esprimersi in questa direzione. La Bank of Japan, che viene da oltre 30 anni di tassi ai minimi storici, sta iniziando essa stessa a muoversi verso rialzi di tasso. Quando le due maggiori banche centrali delle economie sviluppate si muovono simultaneamente in questa direzione, accade qualcosa di significativo nei mercati: gli investitori cominciano a reprezzare il rischio di recessione globale.
Ma il punto ancora più critico riguarda la natura stessa dell’inflazione attuale. L’inflazione che osserviamo oggi non deriva principalmente da una domanda eccessiva di beni e servizi, bensì da shock energetici legati ai problemi di approvvigionamento causati da dinamiche geopolitiche, in particolare dal conflitto che affligge il Medio Oriente e dalle tensioni internazionali più ampie. Quando l’inflazione è supply-driven, cioè causata da carenze di offerta piuttosto che da eccesso di domanda, il rialzo dei tassi diventa uno strumento molto ottuso: controlla i prezzi, certo, ma al costo di sacrificare la crescita economica.
La BCE lo sa perfettamente. E sa anche che aumentare i tassi di fronte a un’economia già fragile rappresenta una scelta estremamente rischiosa. Eppure, i vincoli di credibilità monetaria la costringono comunque a procedere se l’inflazione rimane ancorata sopra il 4%.
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Cosa accade quando gli investitori iniziano a riallocare
Lo scenario che emerge da questo quadro è il seguente: se a giugno la Banca Centrale Europea procede con rialzi dei tassi perché l’inflazione rimane sostenuta, e simultaneamente le prospettive di crescita economica si deteriorano, allora gli investitori sofisticati (fondi sovrani, gestori patrimoniali globali, banche di investimento) non rimangono passivi. Operano una selezione drastica del rischio che è meccanica e priva di emotività.
Smettono di comprare BTP a spread stretti. Smettono di comprare obbligazioni di paesi periferici europei. Si concentrano esclusivamente su Bund tedeschi e su titoli di Stato dei paesi con miglior rating creditizio, paesi che, data la loro solidità fiscale e il loro merito di credito, non soffrono allo stesso modo di una recessione imminente.
I paesi con minore merito creditizio, come l’Italia, sono esattamente quelli che subiscono di più in questi contesti di deterioramento dell’appetito al rischio. Non perché l’economia italiana sia di colpo peggiorata, ma perché i premi di rischio che gli investitori richiedono per compensare l’incertezza aumentano drammaticamente. Questo premio di rischio si manifesta, appunto, nell’allargamento dello spread.
La trappola per il risparmiatore
La vera trappola per chi detiene BTP non è il calo del prezzo in sé. È la convergenza di tre elementi che amplificano il danno finanziario. Primo, se acquisti BTP oggi a rendimenti relativamente bassi (proprio perché lo spread è stretto), e successivamente lo spread si allarga a 100 punti base, il prezzo del titolo scende. Non è una perdita meramente nominale sulla cedola, ma è una perdita di capitale molto reale se sei costretto a vendere prima della scadenza o se semplicemente osservi il tuo patrimonio netto ridursi.
Secondo aspetto, ancora più insidioso: se manterrai il titolo fino a scadenza naturale, avrai comunque subito il costo opportunità di non aver aspettato per comprare lo stesso titolo a rendimenti significativamente più alti dopo l’allargamento dello spread. In altre parole, avrai locked in rendimenti bassi quando rendimenti alti erano imminenti.
Questo costo opportunità non è marginale ed è molto difficile da recuperare nel tempo residuo fino alla scadenza.
Terzo, e più sottilmente importante, se l’allargamento dello spread riflette davvero un deterioramento delle condizioni economiche italiane, c’è un rischio ancora più profondo: che il rendimento reale al netto dell’inflazione diventi negativo, svuotando completamente il titolo della sua funzione fondamentale di protezione del capitale. Un BTP che rende meno dell’inflazione non protegge il tuo patrimonio, lo consuma lentamente.
Nessuno sta dicendo che devi vendere tutto domani mattina o che i BTP diventeranno improvvisamente carta straccia. Ma quello che è realmente importante comprendere, genuinamente comprendere, è che lo spread a 76 punti base non è una conquista stabile e permanente per il risparmiatore italiano. È un’eta transitoria che dipende dal comportamento di forze molto più grandi che operano lontano dal tuo conto titoli. Giugno non è una predizione mistica basata su astrologia finanziaria, è una convergenza di date di policy già comunicate ufficialmente dalle banche centrali. Se il mercato continuerà a comportarsi come il mercato ha sempre fatto, e la Banca Centrale Europea farà quello che ha già indicato di fare, allora vedrai gli effetti di questa riallocazione. Il vero pericolo non è la perdita in sé, ma l’essere impreparato quando il cambiamento arriva.